Massimo Bocchiola e Marco Sartori.
.
La battaglia di Canne.
Il trionfo di Annibale.
Parte 1.
.
2017. DeA Planeta Libri, Milano.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
.
Indice di questa parte
...
.
...
Introduzione.
HANNIBAL AD PORTAS!
Prologo.
DUE CITT NEMICHE.
1. Cartagine.
2. Roma.
.
Parte prima.
DA CARTAGINE A CANNE: IL LUNGO CAMMINO DEI BARCIDI.
1. La scena e i narratori
2. Contro Roma. Una citt o una famiglia?
3. Visioni e freddi calcoli.
.
Parte seconda.
L'ORDINE DELLE GENTI.
1. L'esercito romano ai tempi di Annibale
2. L'armata di Annibale
3. Soldati, mercenari, elefanti
4. Gli eserciti schierati e il primo sangue.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
PRESENTAZIONE.
.
All'alba del 2 agosto 316 a.C, nella piana di Canne, si fronteggiano due schieramenti: l'esercito romano, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, e l'armata del cartaginese Annibale, che ha valicato le Alpi con i suoi elefanti e disceso la penisola, travolgendo le difese dei popoli fedeli a Roma. Nonostante un esercito numericamente inferiore ed eterogeneo per lingue, costumi e credenze, i generali cartaginesi avrebbero presto sbaragliato le celebri legioni romane. La sottile mezzaluna dei soldati cartaginesi distrugger, infatti, la compatta formazione oplitica romana, in una manovra a
tenaglia che sar di ispirazione per molti altri grandi generali, primo su tutti Napoleone Bonaparte. A scontrarsi a Canne non sono per soltanto due eserciti,
ma due civilt: due diversi modi di fare la guerra, di strutturare il potere e la societ, due modi di intendere la virt. Ripercorrendo le fasi della
battaglia, dalla preparazione alla disfatta. Massimo Bocchiola e Marco Sartori allargano lo sguardo sui retroscena di entrambi gli eserciti, sul dramma
dei condottieri e dei soldati semplici destinati a trucidarsi a vicenda in un lungo scontro all'arma bianca. Quell'esempio magistrale di tattica bellica,
quel caso da manuale nella storia della strategia richiese infatti uno spaventoso tributo di sangue che sembra rivaleggiare in termini di vittime con Hiroshima e Nagasaki, tragedie figlie di altri tempi e di altre, terribili tecnologie. Il paragone potrebbe sembrare fuori luogo, ma tutta la vicenda di Canne riecheggia
in avvenimenti recenti se non recentissimi, tra populismi, complotti e scontri di civilt, come evidenzia bene Siegmund Ginzberg nel saggio che chiude
il volume. Ma l'eterna attualit di Canne  anche nel suo essere la storia di tutte le battaglie campali: geometriche coreografie belliche e sanguinosa
miseria della carne, il genio del singolo e il sacrificio di molti, la bellezza e la morte, tutto concorre al fascino eterno e sinistro di uno scontro
senza tempo, e senza pari.
...
.
...










Per il professor Emilio Gabba.
...
.
...
Introduzione.

Hannibal ad portas!

Il maresciallo von Schlieffen e il generale von Falkenhausen hanno rielaborato in anticipo, ai danni della Francia, una battaglia di Canne, stile Annibale, con contenimento dell'avversario lungo l'intero fronte e avanzamento sulle due ali...
Marcel Proust, La parte di Guermantes, 1.
Il cammino della civilt non  irreversibile. Crisi e catastrofi possono spingere indietro l'orologio della Storia e far ripiombare le comunit pi progredite nel buio di una ferocia che credevano ormai alle loro spalle, sepolta in un passato di cui non si desidera neanche avere memoria. Tito Livio, il grande storico di et augustea, ricorda di sfuggita e con laconico imbarazzo uno di questi episodi, avvenuto nel 216 a.C.:
Nel frattempo si fecero alcuni sacrifici straordinari, secondo i precetti dei Libri sibillini; tra questi uno che non era affatto in uso presso i Romani. Infatti un Gallo e una donna gallica, un Greco e una Greca furono calati vivi sottoterra nel Foro boario, in un luogo circondato da pietre, gi da anni prima impregnato del sangue di vittime umane. (Liv., XXII, 57)
Dunque, per qualche motivo, i Romani sono tornati a una pratica sanguinaria che Livio ci presenta come in disuso, anzi ormai estranea ai loro costumi. Una pratica, quella dei sacrifici umani, a cui lo storico accenna nel mezzo di un elenco di altre misure di emergenza meno raccapriccianti ma di ben pi vasta portata. Come la nomina di un dittatore, M. Giunio Pera. O il reclutamento nell'esercito dei cittadini pi giovani, a partire dai diciassette anni (e anche alcuni che indossavano ancora la toga pretesta, dunque diciassette anni non li avevano ancora compiuti) per formare ben quattro nuove legioni. A equipaggiare le quali, fra l'altro, non c' una scorta di armi sufficiente:  necessario procurarle in ogni modo, anche portando via da templi e portici le antiche armi dei nemici consacrate come spoglie. E poi non basta ancora. Continuano a mancare uomini, tanto che lo stato riscatta a proprie spese ottomila schiavi per arruolarli dopo aver chiesto loro se accettano di combattere per Roma.
Insomma, dal passo di Livio ricaviamo l'immagine di una citt confusa, sbigottita, ridotta a opzioni estreme. La causa di tutto questo deve essere per forza un evento di straordinaria gravit.
Niente di pi vero. La causa di tutto questo  Canne, il giorno pi funesto nella storia della Roma repubblicana, una catastrofe militare le cui dimensioni e i cui semplici ragguagli numerici a tutt'oggi, dopo ventidue secoli, non finiscono di stupire e sgomentare.
Gli eserciti schierati, l'andamento dello scontro, i caduti, tutto a Canne ci appare in scala macroscopica: la dimensione dell'evento annulla la distanza cronologica accostandolo paurosamente a noi attraverso la tragica familiarit con i grandi fatti d'armi del Novecento, delle guerre mondiali. Racconta ancora Livio (XXII, 56):
Allora anche nelle case si divulgarono le notizie riguardanti le sventure di ciascuna famiglia e tutta quanta la citt fu piena di pianto, al punto che fu sospesa l'annuale festa in onore di Cerere, poich questa non poteva essere celebrata da chi piangeva la morte di qualcuno, mentre in quel momento nessuna matrona era esente da lutto.
Sembra di leggere una cronaca della Grande guerra, delle scellerate offensive che spogliavano interi villaggi e quartieri di citt di tutta la giovane popolazione maschile, mandata al massacro contro cannoni e mitragliatrici.
Ed ecco un primo punto su cui  il caso di soffermarsi. A Canne non c'erano armi da fuoco di nessun genere; men che meno le micidiali mitragliatrici o i grossi calibri di artiglieria capaci di rovesciare una tempesta di piombo sui fanti intrappolati nel fango della terra di nessuno. Non c'erano gli aerei dai quali nel secondo conflitto mondiale piovvero migliaia di tonnellate di esplosivo sulle armate, sulle fabbriche e sulle abitazioni civili. C'erano solo dardi, pietre e giavellotti, armi bianche e armi primitive, zoccoli di cavalli e mani nude, calci e morsi. Eppure il conto delle vittime di questa battaglia  nello stesso ordine di grandezza del primo giorno dell'offensiva britannica sulla Somme o delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Secondo la maggioranza degli storici, addirittura pi alto. In poche ore, dice la tradizione pi seguita, circa 40 000 uomini abbatterono con dardi e sassi, trafissero, sgozzarono, fecero a pezzi 60 o 70 000 loro simili servendosi soltanto della loro forza muscolare, alimentata dall'adrenalina e da una feroce etica guerriera.
Dunque, Canne  uno dei fatti d'armi pi famosi nella storia dell'uomo, e una delle pi sanguinose battaglie campali: forse in assoluto la pi sanguinosa mai combattuta in un sol giorno in Occidente. I protagonisti sono noti a tutti. Da una parte il sommo condottiero Annibale Barca, erede della gloria militare di Cartagine e della sua famiglia, i Barcidi. Annibale che quando era fanciullo aveva giurato a suo padre odio eterno contro Roma. Annibale alla guida di uno strano esercito composito, fatto di veterani fedelissimi al loro comandante e di mercenari reclutati da poco con la promessa del bottino e della fine della potenza romana. Dall'altra parte le legioni di Roma - otto, un esercito quale la repubblica non aveva mai schierato, quale non si era mai visto in Italia - e i loro alleati italici pi fedeli. Una macchina militare enorme, sotto il comando a giorni alterni di due consoli forse poco concordi sulla tattica e diversi per lignaggio e ambizioni: Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone.
Fra tutte le battaglie, Canne  anche la pi studiata dai generali e dai cultori di tattica e storia militare. Rappresenta lo scontro campale per eccellenza, l'apoteosi della scaltrezza e della duttilit di manovra. Molti ricorderanno cosa accadde in quella giornata. L'esercito di Annibale riusc a neutralizzare e ad annientare l'esercito romano, superiore di numero in ragione di quasi due contro uno, dando ai suoi avversari scacco matto in tre mosse: sgominando la cavalleria, facendo flettere al centro le proprie fanterie, e infine risucchiando e accerchiando il nemico. Una sequenza di movimenti di geniale semplicit: cos geniale e cos semplice che sarebbe stata ripresa fino ai tempi moderni nei manuali bellici dell'Occidente; ma che in modo del tutto inconsapevole si  vista ripetuta nelle tattiche di popoli guerrieri ritenuti primitivi, come gli Zulu sudafricani.
La fortuna di Canne, il fascino grandioso e sinistro che ha esercitato attraverso i secoli, si deve certo alle sue proporzioni, ma anche a quella che potremmo definire un'immediata comunicativa. In questo scontro tutto appare molto semplice, perfino schematico: abbiamo un genio della guerra contrapposto a un comandante meno capace e pi presuntuoso e arrogante; un'armata di mercenari abili e navigati contrapposta a un esercito di cittadini coraggiosi, ma in maggioranza giovani e inesperti.
E poi ci sono le forme di Canne: una serie di figure geometriche che siamo abituati a pensare dall'alto, nella visione aerea che abbiamo visto riprodotta sui libri di storia. Il tozzo quadrato delle legioni. Il diaframma sottile dei Galli e degli Ispani proiettato davanti alle due strisce rettangolari dei fanti africani. I triangoli della cavalleria. E alla fine, il quadrato romano inscritto mortalmente nel cerchio delle schiere di Annibale saldate insieme.
Ma proviamo ad abbassarci, scendiamo verso terra. A mano a mano che ci avviciniamo alla realt del campo di battaglia, le figure perdono tutta la loro asettica geometria e ci troviamo sempre pi avvolti in una confusione di polvere, grida e colpi; in una bolgia assordante e fetida dove  impossibile avere non diciamo un'idea generale delle manovre che si stanno svolgendo, ma neanche il senso di ci che succede cinquanta passi pi in l. La mischia  spaventosa, e i combattimenti continuano ore e ore lungo una traiettoria che a noi prima, dall'alto, sembrava logica e ineluttabile, ma che - scopriamo ora, nel cuore dell'azione - in realt mostra lunghe pause e momenti contraddittori.
E a poco a poco, paradossalmente, si ripresenta in noi l'incredulit di chi della battaglia conosce solo i numeri e non lo svolgimento. Perch vediamo e sentiamo aleggiare nel campo di battaglia anche l'incredulit dei Romani che vengono mietuti a mano a mano, senza di fatto potersi difendere. E l'incredulit, forse, degli stessi Cartaginesi che, ubriachi di sangue e di stanchezza, continuano a stringere il cerchio attorno alla massa sempre meno formidabile dell'esercito nemico. Perch... come  possibile, ci domandiamo adesso, che in una battaglia all'arma bianca, e sia pure una battaglia di accerchiamento - cio uno scontro nel quale l'accerchiato  costretto dalla mancanza di spazio a opporre all'avversario solo una piccola parte del suo potenziale difensivo - cadano da una parte decine di migliaia di soldati e dall'altra solo poche centinaia? E ancora, a monte: come  possibile che questi Romani valorosi e feroci, maestri di guerra e disciplina militare, alla quarta battaglia contro Annibale dimostrino la stessa malaccortezza tattica che era costata loro le prime tre sconfitte, sempre subite malgrado schierassero eserciti pi numerosi del nemico?
In breve ci rendiamo conto che queste prime domande ne originano altre, meno strettamente legate a quanto sta accadendo sul terreno. Come ha potuto Annibale arrivare fino a Canne dopo avere disceso tutta Italia? Quali idee, quali progetti lo guidavano? E non ricorda, l'epica marcia del Cartaginese, altre marce di grandi condottieri? E i Romani, come poterono continuare a opporgli un esercito dopo l'altro, passando di sconfitta in sconfitta senza piegarsi, quasi senza demoralizzarsi, come se disponessero di una fucina in grado di produrre all'infinito soldati e capitani disposti a sacrificare le loro vite? Ancora: erano davvero cos mediocri i loro generali, o non esprimevano, invece, un modo di combattere meno evoluto di quello del nemico? E poi, guardando oltre: quale rapporto di causa ed effetto sussiste fra tutti questi elementi e l'esito della seconda guerra punica? E infine: esiste anche al di fuori degli ambiti specifici di tattica e strategia una lezione di Canne? Lo schema degli eventi che accompagnarono e seguirono quella battaglia si  pi ripresentato nella Storia, e potr forse presentarsi di nuovo?
In questo libro abbiamo provato a rispondere al maggior numero possibile di interrogativi.

Prologo.

Due citt nemiche.

N mai tra queste genti
amor nasca, n pace; anzi alcun sorga
de l'ossa mie, che di mia morte prenda
alta vendetta, e la dardania gente
con le fiamme e col ferro assalga e spenga
ora, in futuro e sempre; e sian le forze
a quest'animo eguali: i liti ai liti
contrari eternamente, l'onde a l'onde,
e l'armi incontro a l'armi, e i nostri ai loro
in ogni tempo.
Virgilio, Eneide, IV, 624-29

Intorno al 150 a.C. Roma si  ormai saldamente insediata al centro del mondo. Non solo perch le ripetute vittorie militari l'hanno portata a essere arbitra dei destini di popoli sempre pi lontani, dai Celti d'Occidente agli Ebrei d'Oriente; ma anche perch attira l'attenzione interessata di uomini politici e intellettuali di lingua e cultura greca - quel terreno comune sul quale si incontrano i mondi che gravitano intorno al mar Mediterraneo.
Diversi erano gli scopi di questi uomini. Alcuni si proponevano semplicemente di prestare alla nuova grande potenza degli strumenti culturali e una lingua adatti a capire il mondo con il quale allacciava rapporti ogni giorno pi profondi. Il solco era gi stato segnato: ormai da un secolo, per mezzo di letterati di umile origine o perfino di condizione servile, a Roma si imparavano generi, forme e contenuti della letteratura greca; dalla Campania e dalla Puglia arrivavano i primi contenuti filosofici che accompagnavano anche culti nuovi e le nuove forme di una mitologia. Inoltre, come avevano fatto altre popolazioni italiche, anche i Romani cominciavano ad avvicinare le loro origini alle vicende celebri di Troia e tentavano di nobilitare - o semplicemente di ripulire - i loro inizi barbari e briganteschi.
Del resto, per venire incontro alla curiosit di un pubblico cittadino colto e cosmopolita, l'etnografia tendeva gi da tempo a riportare al mondo greco usi e costumi delle popolazioni straniere e barbare che i Greci incontravano nella loro espansione politica e culturale seguita alle imprese di Alessandro Magno. E questo era capitato anche per Roma.
In tali operazioni alcuni di questi uomini conservano la boria e il senso di superiorit della propria lingua e dei propri modi. Nel 155 giunse a Roma un'ambasceria ateniese guidata da tre filosofi. Uno di questi, Carneade - s, proprio il nome che turba i pensieri di don Abbondio ne I promessi sposi - tenne un celebre discorso sulla giustizia (riportato in Lattanzio, Istituzioni divine, V, 16) che ci lascia un giudizio sull'imperialismo romano ben pi eloquente di tanti volumi successivi:
Tutti i popoli insigni nel loro impero, e anche i Romani padroni del mondo, se volessero essere giusti, e cio restituire le cose altrui, dovrebbero tornare alle capanne, vivere in povert e in miseria.
Ma questo discorso di fronte a un pubblico romano il filosofo lo tenne in greco, da un punto di vista greco, e con greca supponenza nei confronti di chi era nato nelle capanne sui colli intorno al Tevere.
Per altri il problema Roma era invece di portata politica e storica prima che culturale. Era cio di capire per quale paradosso un popolo semibarbaro avesse sconfitto nel corso di qualche decennio le orgogliose potenze dei successori di Alessandro Magno e nel lontano Occidente avesse realizzato quello che l'eroe greco, per la sua prematura scomparsa, aveva solo sognato: la conquista del mondo fino alle colonne d'Ercole. Capire e semmai collaborare.
Intorno al 150 si trova a Roma, dove  arrivato da quasi due decenni, il greco che pi di ogni altro pu simboleggiare questo atteggiamento.  un uomo politico e storico che ricorderemo spesso nelle pagine di questo libro, Polibio di Megalopoli. Forse perch trascorre a Roma buona parte della sua vita, quest'uomo non  accecato dalla presunzione dei suoi connazionali e dedica la sua opera storica al tentativo di spiegare ai Greci, con strumenti interpretativi greci, le cause del successo di Roma, di questo fatto cos inopinato che alcuni non trovarono di meglio che vedervi l'intervento quasi divino della Fortuna.
Probabilmente non ci fa una bella figura, perch lui, greco, diventa quasi il campione del nuovo ordine romano - una specie di collaborazionista, per usare una parola anacronistica. Tuttavia Polibio non  semplicemente passato dalla parte dei Romani. Ha solo fatto emergere dalla Storia quell'idea che altri cominciavano a scoprire e di cui il pensiero occidentale si sarebbe appropriato con Cicerone, con Virgilio, per arrivare fino a Dante. L'idea che il nuovo impero nato sulle rive del Tevere trovava la sua giustificazione nella necessit (storica? divina?) che si affermasse una volta per tutte quel nuovo ordine universale che aveva seppellito gi da tempo il rissoso particolarismo delle citt greche; e che in quel momento diffondeva una identica cultura sulle sponde del Mediterraneo. Tutto questo giustifica il fatto che la Storia di Polibio diventi a un certo punto Storia universale, e individui in Roma il centro dove far confluire le vicende dei singoli popoli e con il quale spiegare i meccanismi che le governano.
Ora quel certo punto viene scelto quasi per paradosso nel momento peggiore per Roma, quando la storia della citt sembra aver imboccato la sua svolta pi tragica: la battaglia di Canne. Racconta Polibio (III, 18):
Bench i Romani fossero stati incontestabilmente battuti e superati militarmente, grazie ai pregi della loro costituzione e alla saggezza dei loro piani, non solo ripresero il potere sull'Italia, vincendo poi i Cartaginesi, ma si impadronirono poco tempo dopo di tutta la terra abitata.
Per lo storico greco, dunque, Canne  l'epicentro di uno scontro risolutivo fra le due grandi potenze che si contendono l'egemonia mondiale. Il fatto che a riuscire vincitrice in questa madre di tutte le battaglie della storia romana sia stata la nemica di Roma pu apparire come uno dei tanti paradossi delle vicende umane. Un paradosso che comprenderemo meglio dopo aver dato uno sguardo ai due imperi che si scontrano sulla scena del Mediterraneo nel terzo secolo a.C.


1. 
Cartagine.
Per pi di met della sua storia Cartagine fu simile a una nave all'ancora davanti alla costa africana.
Gilbert e Colette Charles-Picard, I Cartaginesi al tempo di Annibale
I Greci erano bene informati delle vicende antiche di Cartagine e di Roma, e nei loro giudizi istituivano profonde connessioni tra le due citt. Il motivo  molto semplice: essi ritenevano che Romani e Cartaginesi fossero tra i popoli barbari quelli che pi si avvicinavano al modello di civilt greco.
Gi nel quarto secolo a.C., per esempio, Aristotele aveva dedicato alcune pagine della sua Politica al confronto tra le costituzioni di citt celebri per la loro saggezza e tra queste, a fianco di un vero e proprio mito come la costituzione di Sparta, si trovava anche la costituzione di Cartagine. Secondo un criterio di analisi proprio del pensiero politico antico, che attribuisce un ruolo preminente alle forme di governo e alla loro durata, nel giudizio del filosofo Cartagine aveva una buona costituzione perch non sorgono n ribellioni n tirannidi, e godeva della stabilit garantita dalla presenza temperata di monarchia, aristocrazia e democrazia.
E qualche decennio dopo - intorno al 240 a.C. - il dotto Eratostene, direttore della Biblioteca di Alessandria, aveva introdotto Cartagine e Roma in un elenco di popoli, tra i quali i Persiani e gli Indiani, che pi di ogni altro si avvicinavano alla civilt greca; e tra costoro proprio i Cartaginesi e i Romani potevano vantare un'organizzazione politica ammirevole.
C' infine uno storico greco di Sicilia, Timeo di Tauromenio (Taormina), che ci ha lasciato un singolare sincronismo (814 a.C.) tra la fondazione di Roma (data errata e non accolta da storici antichi e moderni), e quella pi verosimile di Cartagine, confermata dai dati archeologici che rivelano un abitato esteso e organizzato gi nell'ottavo secolo. Evidentemente questo sincronismo  la maniera con cui lo storico, che per luogo di nascita dovette per forza interessarsi di Cartagine, certifica ben prima di Polibio l'importanza nella storia del Mediterraneo delle due potenze barbare e il ruolo che sono destinate a ricoprire.
Da colonia a madrepatria.
Nei giudizi - a volte pregiudizi - che i Greci esprimevano sulle popolazioni del Mediterraneo, ci riguarda pi da vicino il fatto che essi fossero portati a vedere nelle altre realt urbane lo specchio della loro idea di citt, o di colonia, vale a dire una fondazione caratterizzata da un centro urbano, un territorio circostante che le appartiene (chora) e che la rende autosufficiente, e infine un'organizzazione politica che si palesava in spazi pubblici ben riconoscibili.
I Fenici per erano soprattutto dei commercianti, e le loro citt erano diverse. Come suggerisce la topografia dei loro insediamenti, i Fenici si stanziavano sempre fra terra e mare - per esempio Cadice sull'Atlantico, o Mozia in Sicilia - e creavano scali ed empori con i loro santuari e magazzini su promontori ai margini del continente europeo o africano, su lingue di terra circondate dal mare, oppure alla foce dei fiumi o su isole dirimpetto alla costa; manifestavano in questo loro modo di insediarsi non violento o intrusivo una volont di allacciare rapporti pacifici con le comunit locali dell'interno che non venivano disturbate nelle loro varie forme di occupazione del territorio.
Qart Hadasht (la citt nuova), che i coloni di Tiro fondarono nel nono secolo sulla rotta per le colonne d'Ercole, non ebbe inizi molto diversi dagli altri fondaci fenici. Situata sulla costa dell'attuale Tunisia, su un promontorio ora interrato sul golfo di Tunisi, essa sfruttava rientranze della costa e laghi costieri e si estendeva inizialmente lungo il litorale marino ai piedi di una collina chiamata Byrsa (probabilmente dal fenicio bosra, scarpata) la quale, ma solo in un secondo tempo e forse per influsso del mondo greco, sarebbe diventata una sorta di acropoli con i templi e la sede di quegli spazi politici che mancavano nelle fondazioni fenicie.
Successivo alla fondazione della citt  il suo sviluppo come potenza commerciale nel Mediterraneo occidentale a partire dal settimo secolo. Esso viene generalmente collegato con la crisi della madrepatria Tiro, crisi che continua e giunge al suo culmine nel 573/572 a.C. quando la citt viene conquistata dagli Assiri. Cartagine dunque si sarebbe sostituita a Tiro nel controllo della rete di colonie nel Mediterraneo occidentale obbligate a fare riferimento a un centro egemone per reggere all'aggressiva concorrenza della colonizzazione agricola greca e alle ricorrenti minacce delle popolazioni locali.
A questo progressivo declino della madrepatria dovette corrispondere in qualche misura un cambiamento anche nella situazione interna che si manifest nella formazione di una nuova unit etnica composta da Fenici e Libi. Unit che a partire dal settimo secolo si pu chiamare punica, come  attestato dal carattere relativamente aperto delle relazioni (anche matrimoniali) tra i ceti sociali elevati di Cartagine e quelli delle trib libiche: la terza delle figlie di Amilcare, delle quali il generale si serviva disinvoltamente come pedine in scambi di natura politica, spos Narava, capo di una trib di Numidi, che aveva offerto il suo aiuto durante la rivolta dei mercenari, e con il nome fittizio di Salamb sarebbe diventata nella violenta fantasia di Flaubert l'eroina del romanzo omonimo.
Ora la citt non si appaga pi di ripercorrere le tradizionali direttrici della colonizzazione fenicia, ma ne amplia il raggio e gi nel settimo secolo giunge a sua volta a fondare nuovi empori marittimi.
La prima fondazione fu Eibshim, o Ebesos (Ibiza) nel 654, posta in posizione strategica sulla rotta dalla Spagna alla Sardegna, ed essa divenne il primo passo di un susseguirsi di insediamenti e di lotte che portarono la citt a quell'apertura al mondo mediterraneo che la obblig a rapporti commerciali e diplomatici con le citt etrusche allo scopo di fronteggiare l'aggressivit dei coloni greci; costoro intorno al 600 avevano fondato Massalia (Marsiglia) che univa alla tradizionale vocazione agricola greca anche la volont di controllare il commercio lungo la valle del Rodano e di costituirsi come base per la penetrazione commerciale a ovest verso le coste della Spagna e a sud nella sfera di influenza degli Etruschi.
Nel sesto secolo Cartagine prende le parti delle colonie fenicie dell'estremit occidentale della Sicilia minacciate da Selinunte e Agrigento; intorno alla met del secolo Mozia, la colonia siciliana situata su un'isola di fronte a Trapani,  ormai una fortezza punica mentre la presenza cartaginese nell'isola si fa sempre pi ingombrante.
Lo stesso motivo - la pressione degli indigeni sulle colonie fenicie preesistenti -  alla base dell'intervento in Sardegna, altrettanto complesso di quello in Sicilia e non sempre felice. Ma nonostante alcuni rovesci iniziali, le undici campagne di Asdrubale, figlio del fautore della politica imperialista, Annone il Sabello, hanno la meglio sulle trib indigene; nel primo trattato tra Roma e Cartagine del 509 la citt punica assegna l'isola alla sua sfera di influenza mentre la cultura materiale fenicia, come testimoniano i resti archeologici, arriva anche all'interno dell'isola.
 comunque il blocco greco a impedire una ulteriore espansione punica in Italia e sulle coste della Francia meridionale, cosicch il centro di gravit dell'azione colonizzatrice di Cartagine si sposta decisamente verso ovest, anche oltre le colonne d'Ercole, e la citt si segnala per alcune fondazioni nella Spagna meridionale dove risponde alla chiamata in aiuto della colonia fenicia di Cadice. Completano il quadro le fondazioni sulle coste africane, dalla Libia alle colonne d'Ercole e oltre, fino alle Canarie e all'isola di Madera.
Alla data del 480 a.C., quando Cartagine sub una prima battuta d'arresto con la sconfitta di Imera da parte dei Greci di Sicilia - per felice concomitanza (felice per i Greci, s'intende), essa venne a corrispondere con la data di Salamina - la citt era comunque all'apice della sua potenza e si trovava alla guida di un vero e proprio impero. L'indipendenza ormai raggiunta dalla madrepatria, dove tuttavia continuava a inviare il tributo al tempio di Melqart, e l'espansione in Sicilia e Sardegna vennero coronate in Africa dal rovesciamento dei rapporti fino a quel momento subordinati con i Libi nelle zone alle spalle della citt.
Qui l'azione cartaginese si distinse nettamente da quella degli antenati fenici, creando un territorio con una certa compattezza che venne variamente colonizzato e assegnato ai fondi delle grandi famiglie della citt. L'espansione avvenne per lo pi a spese dei Libi, dei Mauri e dei Numidi che furono respinti ai margini della chora, il territorio di Cartagine, e lasciati a un'economia di sussistenza basata sull'agricoltura estensiva a base di cereali e sull'allevamento.
Dopo Imera l'azione punica fu bloccata per una settantina d'anni. Riprese con successo verso la fine del secolo - e Imera fu vendicata con la distruzione della stessa citt e quella di Selinunte e poi di Agrigento - ma generalmente Cartagine dovette tenersi sulla difensiva finch la frontiera tra la Sicilia punica e quella greca fu portata al fiume Alieo. Fu Siracusa, prima con Dionisio e nella seconda met del quarto secolo e all'inizio del successivo con una serie di condottieri, il corinzio Timoleonte, il siracusano Agatocle e infine con Pirro, a farsi portatrice della riscossa del mondo greco. Il tiranno siracusano riusc addirittura a portare la guerra sotto le mura della citt punica e rest per sei anni a combattere in territorio africano con l'acuirsi dei contrasti all'interno della citt e all'esterno, con i vicini africani.
L'influsso ellenico.
Ma se il quarto secolo porta Cartagine sull'orlo di una grave crisi politica,  anche il secolo in cui la citt segue la sorte delle citt fenicie della costa siriaca andando soggetta a un processo di ellenizzazione, proseguito per tutto il secolo successivo, che la accomuna a buona parte del mondo mediterraneo e che interessa quasi tutti gli aspetti della sua vita, dalla urbanistica alla cultura e all'arte, dalla religione alla vita politica. Per esempio, lo spazio urbano viene organizzato in maniera pi razionale e la collina di Byrsa - almeno per quello che si pu ricostruire dallo sbancamento del luogo operato dopo il 146 dai Romani (delenda Carthago!), che tagliarono la collina a quota 56 metri per costruirvi una piattaforma cultuale - si venne a costituire come un'acropoli intorno al tempio di Eshmun, il dio principale della citt, mentre tra di essa e i due celebri porti artificiali, quello commerciale e quello militare di perfetta forma circolare con al centro l'isola dell'ammiragliato, si estendevano quartieri di abitazione con i tre luoghi pubblici interdipendenti del Foro, del tribunale e del senato. Esiste anche notizia di una serie di portici pubblici lungo il Foro dove nel quarto secolo, con uso greco, si offrivano banchetti al popolo. L'influenza greca si fece sentire anche nel mobilio, come mostrano alcune stele funerarie con la raffigurazione di letti conviviali, mentre i motivi ellenici cominciarono a soppiantare le tradizionali forme dell'arte decorativa prese dall'Egitto; anche le donne adottarono abbigliamento e acconciature alla greca preferendo lunghe tuniche che coprivano interamente la figura dotate di corte maniche e di cintura sotto il petto e lunghi capelli che ricadevano sciolti sulle spalle.
In agricoltura  difficile stabilire fino a che punto fosse originale la progredita scienza agraria dei Cartaginesi con il suo sistema della produzione in villa per il mercato, o se invece si trattasse di un prestito dai Greci di Sicilia dove nacquero le prime colture industriali arboree. La cultura invece offre un altro campo in cui  evidente l'influenza ellenica, e la prova non  tanto l'introduzione del culto di Demetra e Kore nei 396, che  un'espiazione di distruzioni puniche in Sicilia e probabilmente era rivolto a stranieri residenti, quanto piuttosto l'apertura dei ceti dirigenti a idee e dottrine greche di matrice razionalistica. D'altro canto la notizia che nel quarto secolo il senato della citt pens di proibire lo studio del greco allo scopo di impedire un contatto con il nemico ci ricorda l'ostilit per il greco del vecchio Catone; del resto, la presenza di pedagoghi greci, di storici greci al seguito di Annibale e di uomini sensibili al culto carismatico del monarca e che usavano indifferentemente il punico o il greco (Annibale stesso) fa pensare a quello che sarebbe accaduto a Roma tra terzo e secondo secolo intorno alla famiglia grecizzante degli Scipioni.
L'impero cartaginese.
Isoliamo ora due aspetti importanti e utili al nostro discorso: l'impero di Cartagine e la costituzione della citt. Il primo ci consente di capire quali e quante forze avesse effettivamente a disposizione la citt quando lanci la sua temeraria sfida a Roma, l'altra invece ci d un'idea del ceto dirigente che la governava.
L'impero cartaginese  una realt che manca di compattezza territoriale, una realt piuttosto disomogenea e fluida come lo  la sua composizione etnica e come sono i vari rapporti che le singole comunit intrattengono con la capitale. Non abbiamo tracce significative di una burocrazia di mestiere e quindi di un governo centralizzato dell'impero, anzi sembra che gli incarichi di governo venissero conferiti senza una regola o un'alternanza precisa a cittadini privati; solo la Libia e la Sardegna erano sottoposte a un controllo pi stretto, probabilmente perch erano le uniche zone di sfruttamento agricolo estensivo, mentre le citt alleate godevano di larghe autonomie.
Per capire meglio ci dobbiamo servire di una delle poche fonti di origine cartaginese sulla composizione dell'impero e sulla diversa considerazione dei sottoposti alla citt: si tratta del patto stipulato nel 215 tra Annibale e Filippo quinto di Macedonia il cui testo ci  stato tramandato da Polibio (VII, 9).
In questo documento si distinguono in primo luogo i Cartaginesi a pieno diritto - la classe di Annibale e dei senatori che erano con lui - vale a dire i cittadini che discendevano dai coloni fenici e non erano di norma sottoposti a oneri finanziari o a coscrizione militare ordinaria e generalizzata, del tipo di quella che conoscevano Roma e le citt della Grecia classica. Al loro interno c'erano sicuramente delle distinzioni di censo e non tutti godevano degli stessi diritti politici.
Inoltre le grandi famiglie erano aperte ad apporti di sangue straniero, e sono attestate relazioni matrimoniali con altri popoli: solo per limitarci alla famiglia di Amilcare Barca, Annibale spos una principessa iberica, come pure fece in seconde nozze suo cognato Asdrubale al fine di stringere alleanza con le popolazioni locali, mentre, come si  visto sopra, la sorella fu data in moglie al capo numida Narava. Sappiamo peraltro anche di rapporti matrimoniali con famiglie siracusane, e dell'esistenza di oriundi siracusani in posizione altolocata, come per esempio Ippocrate ed Epicide, i due plenipotenziari di Annibale nella citt siciliana nel corso delle convulse vicende che precedettero la presa della citt da parte di Roma nel 212. I grandi possedevano tenute nella chora, il territorio di Cartagine - la zona non molto estesa (circa 30 000 kmq) tra il Capo Bon e i distretti vicini alla Tunisia settentrionale e al bacino della media e bassa Medjerda - che coltivavano con metodi intensivi e razionali grazie a una manodopera servile e che rendevano la citt completamente autosufficiente dal punto di vista alimentare.
Dopo i cittadini a pieno diritto, si trovano i sudditi dei Cartaginesi che usano delle loro stesse leggi: quindi gli abitanti di Utica e delle citt fenicie di antica fondazione, quelle che gli storici chiamano anche libifenicie, e gli abitanti delle colonie puniche che godevano di vaste autonomie e di diritti, come l'epigamia (diritto di contrarre reciprocamente delle nozze). Alcune di queste citt - come Cadice, Mozia, Panormo (l'attuale Palermo) - avevano il diritto di battere moneta. Restavano comunque dei sudditi, e l'autorit della madrepatria si manifestava soprattutto nell'esazione dei tributi, nella richiesta di contribuzioni militari e ovviamente nella rinuncia alla politica estera con la delega a Cartagine di stipulare a loro nome tutti i trattati di cui siamo a conoscenza.
Vi erano infine Libi e Numidi scarsamente inurbati che abitavano i distretti al di fuori del dominio diretto di Cartagine, comprendenti l'interno e buona parte della costa nordafricana dalle Sirti a Mogador. La loro situazione era la peggiore, perch Cartagine non giunse mai a un vero processo di integrazione di queste popolazioni, specie da quando, nel quinto secolo, la situazione iniziale di dipendenza dell'elemento fenicio si fu ribaltata: si limitava a raccogliere pesanti tributi (da un quarto a met del raccolto), alla coscrizione obbligatoria e i suoi nobili si insediarono nella regione alle spalle della citt con veri e propri latifondi che producevano buona parte dei cereali di cui abbisognava il mantenimento della citt e dei suoi eserciti oltremare. Nel 480 queste terre erano gi in grado di inviare grano per il mantenimento del numeroso esercito impegnato nella guerra in Sicilia, mentre Polibio stesso ricorda che i Cartaginesi ricavavano dalle rendite della Libia il denaro per le spese generali e gli armamenti (Pol., I, 71).
Tale condizione  ovviamente la chiave per capire come i Libi, che mai si sentirono parte integrante dello stato, restassero indifferenti tutte le volte che il territorio africano fu invaso da Greci o da Romani - fino alla fatale invasione di Scipione Emiliano, quando sette stati libifenici scesero a patti con Roma - e anzi parteggiassero apertamente per i nemici della citt e partecipassero a ribellioni aperte come la guerra dei mercenari. Cartagine si premuniva e la Libia, come la Sardegna, era l'unica regione o territorio sottoposto a Cartagine per la quale sia documentato uno stato di sostanziale occupazione militare.
In questo stato dalla scarsa compattezza territoriale, retto da una citt piuttosto avara di riconoscimenti per sudditi e alleati, che anzi spesse volte sono pronti a schierarsi con i suoi nemici, sembrano pi numerosi i fattori di debolezza che quelli di effettiva forza politico-militare al di l di cospicue potenzialit economiche. Cartagine non prov mai a creare una nazione punica e a quanto sembra si cur dell'amministrazione dei suoi territori ai soli fini fiscali. Forse per la sua posizione marginale, decentrata rispetto ai territori che aveva annesso pi per ragioni commerciali che politiche, Cartagine rest sempre uno stato retto da mercanti che indirizzavano la politica in primo luogo a rinsaldare e difendere i loro affari, che combattevano malvolentieri e, quando lo facevano, accompagnavano costantemente la guerra con l'azione commerciale e diplomatica.
Si pu dire che nella mentalit di questi uomini la politica non era la prosecuzione della guerra con altri mezzi, secondo la celebre formula di von Clausewitz; ma, viceversa, era la guerra un corollario non sempre ben accetto dell'espansione commerciale. In Histoire ancienne de l'Afrique du Nord lo Gsell, uno dei massimi studiosi di storia nordafricana, afferma che lo scopo della politica della citt punica era
sia con la forza, sia con i trattati, sia con fondazioni di colonie, aprire mercati ai Cartaginesi; riservarne loro lo sfruttamento nei paesi donde era possibile tenere lontano la concorrenza; in quelli in cui questo monopolio non poteva essere stabilito, regolare le transazioni mediante patti stipulanti vantaggi reciproci; assicurare contro i pirati la libert di navigazione, l'esistenza delle citt e degli empori marittimi.
La costituzione e l'aristocrazia
Abbiamo gi ricordato che la citt punica era ben nota ai Greci, e Aristotele ne aveva celebrato la costituzione come esempio di equilibrio fra le tre forme di governo tradizionali: anche per questo i Cartaginesi non potevano essere considerati barbari.
Difficile  per comprendere che tipo di citt fosse Cartagine, considerato che la sua storia dur sei secoli e mezzo e che le fonti che ritraggono o citano la costituzione risentono di una interpretazione greca da cui non riescono a distaccarsi. Spicca tuttavia dalle fonti l'intuizione aristotelica che lo stato cartaginese era orientato in un senso decisamente aristocratico. Tale stato per, lungi dalle idealizzazioni del filosofo, si form attraverso sanguinose lotte intestine che a volte interferirono con la politica estera o anche come reazione ai tentativi di monopolizzare il potere da parte di alcune famiglie che sembra formassero una lite militare.
L'accusa di tentare un colpo di stato in senso monarchico era ricorrente in queste situazioni.  indicativa la figura di Malco, il comandante delle spedizioni in Sicilia e Sardegna quando Cartagine cominci l'opera di conquista delle due isole intorno al 550 a.C.: bandito dalla citt a causa della sconfitta in Sardegna, Malco tent di occuparla, ma fu accusato di aspirare alla tirannide e quindi messo a morte.
Ancora pi eloquente la storia delle due famiglie meglio conosciute di Cartagine, i Magonidi e i Barcidi. I primi alla fine del sesto  secolo ressero la citt per tre generazioni in virt piuttosto dei comandi militari che di un vero e proprio potere regio. La famiglia di Annibale invece  nota anche per le lotte di potere in senato contro il gruppo conservatore che era favorevole a una politica estera meno aggressiva e pi rivolta alla valorizzazione dell'entroterra libico. Del resto l'accusa di aspirare al potere regio venne mossa ripetute volte contro i Barcidi, in maniera particolare ad Asdrubale il Bello, genero e successore di Amilcare Barca in Spagna, il cui potere sembra poggiare sull'importanza degli incarichi militari, sulla spregiudicatezza politica e sulla libert di manovra nella gestione delle cose di Spagna pi che sul tentativo di restaurare un ipotetico regno punico a spese dell'aristocrazia.
In realt  probabile che una monarchia vera e propria non fosse mai esistita, ma che la carica civile pi importante della citt, quella eminentemente giudiziaria o politica di sufeta o giudice, sia stata confusa con quella di re dalle fonti antiche ansiose di ritrovare forme politiche famigliari. I sufeti, che dal terzo secolo sono due, vengono eletti annualmente e provengono da famiglie in vista, e permangono come istituzione di governo perfino dopo la fine di Cartagine nelle citt africane di et imperiale romana; il fatto che siano un elemento antico e tradizionale, presente anche nelle citt della costa siriana da cui provengono i punici di Cartagine, testimonia la loro funzionalit al ceto dirigente che li esprime.
I sufeti avevano competenze sulle finanze, un ruolo nella legislazione, la facolt di convocare il senato e l'assemblea, ma conosciamo anche un uso eversivo di questi compiti come quello che ne fece Annibale nel suo sufetato nel 196. Il generale cerc infatti di usare il suo incarico di sufeta per mettere sotto accusa la gestione finanziaria di un altro magistrato e di limitare i poteri del Consiglio aristocratico dei centoquattro rendendolo elettivo e a scadenza. Questa azione sarebbe una delle prove dell'involuzione democratica di cui gi secondo gli storici antichi sarebbe colpevole la demagogia dei Barcidi. In realt  pensabile che pi che un coerente tentativo di costruire uno stato democratico a spese del Consiglio, simbolo dell'aristocrazia, ci si trovi di fronte al disinvolto tentativo di sminuire a ogni costo la potenza degli avversari politici e forse di vendicarsi per le limitazioni che il senato aveva cercato di imporgli. Quindi ancora una volta sembra che la vita politica della citt ruoti intorno alle lotte tra gruppi e famiglie rivali che cercano di spartirsi il potere facendo leva su alleanze anche tra i ceti popolari; proprio come, verrebbe da dire, sarebbe accaduto a Roma nelle convulse lotte civili del I secolo a.C.
L'elemento decisivo della vita politica cartaginese era quindi l'azione delle famiglie aristocratiche dedite al commercio e, a partire dal quinto secolo, anche all'agricoltura intensiva sui territori della chora. La conferma viene dal fatto che non mancano nelle citt le tipiche istituzioni collegiali e le tensioni, proprie negli stati aristocratici in tutto il Mediterraneo, tra questi organi e le aspirazioni di singoli potenti o di famiglie.
C'era un senato di trecento Potenti (ma il numero  troppo ricorrente nel mondo greco e romano per non essere sospetto) con competenze sugli affari interni e sull'attivit legislativa, ma soprattutto con la direzione della politica estera e ampie prerogative di supervisione e di disciplina in periodo di guerra; il senato limitava l'autorit dei comandanti, decideva in parte dove combattere e dove e se mandare rinforzi, chiedeva dei rendiconti ai generali.
 poi noto anche come ordo iudicum, ordine dei giudici, - un Consiglio dei cento o dei centoquattro, che sorse nel quinto secolo come alta corte di giustizia a cui era demandato il controllo dell'operato dei comandanti militari ai quali poteva comminare in caso di sconfitta militare, o del solo sospetto di nutrire ambizioni personali, delle pene severe che variavano da semplici multe alla condanna a morte mediante l'esecuzione infamante della crocifissione. Non sappiamo come questa roccaforte dell'aristocrazia si sovrapponesse al senato, o se ne fosse per esempio un'emanazione, ma conosciamo che era composta in origine da giudici eletti a vita e che aument progressivamente i suoi poteri finch Annibale non ne diminu radicalmente i privilegi con l'elezione annuale e il divieto di prorogare la carica.  comprensibile perch Aristotele lo assimili - non per numero ma per competenze - all'eforato di Sparta: una magistratura collegiale composta da cinque uomini che formavano appunto un organismo ristretto con prerogative giudiziarie civili e costituzionali, e soprattutto con compiti di supervisione dell'operato dei re durante le campagne militari all'estero.
Del resto il senato poteva dividersi in commissioni, e i generali cartaginesi, non esclusi i Barcidi, ritenuti cos indipendenti, in realt, avevano spesso dei senatori al seguito che si rendevano garanti dei trattati e potevano interferire anche nei piani tattici in nome del senato stesso.
Infine fu presente per tutta la storia della citt, fino alla sua terribile fine, una vivace assemblea popolare. Si tratta di un organismo in apparenza in contrasto con la propensione aristocratica della citt, ma si pu notare per che nel quarto secolo si riuniva solo per decisione dei sufeti e per dirimere le controversie tra sufeti e senato o per eleggere i generali. Sotto Annibale le attribuzioni risultano aumentate: nel 196 per esempio il generale, in quell'anno sufeta, mette sotto accusa un magistrato davanti all'assemblea e modifica la legge relativa all'elezione dei componenti del Consiglio con il solo appoggio dell'organismo popolare.
Questo mutamento nelle competenze ha fatto pensare fin dall'antichit a una rivoluzione (o involuzione!) in senso democratico della costituzione cartaginese. Ascoltiamo in proposito Polibio (VI, 51):
Ma ai tempi della guerra annibalica la costituzione di Cartagine era inferiore a quella romana [...] Cartagine aveva goduto di maggiore splendore e fortuna di Roma, ma in quel momento Cartagine decadeva mentre la costituzione di Roma era nel periodo del massimo splendore. Cio a Cartagine il popolo aveva ottenuto la prevalenza nelle pubbliche decisioni, mentre a Roma godeva del massimo potere il senato; prevalendo presso gli uni il volere dei pi, presso gli altri quello dei migliori, era naturale che fossero superiori i Romani.
Si pu invece pensare a uno sviluppo storico, comune a molte citt del Mediterraneo, in cui le aristocrazie tradizionali vengono a contrasto con il potere militare che cerca di agire in maniera indipendente facendo leva sull'esercito e sull'elemento popolare. Se dunque si cercano nei Barcidi le tracce di aspirazioni monarchiche, lo si deve fare a nostro avviso in questa direzione: in fin dei conti Annibale venne scelto come successore del cognato Asdrubale al campo, dall'esercito, e poi fu l'assemblea a ratificarne la nomina nonostante l'opposizione dei Potenti.

2.
Roma.
Lucio Metello [...] aveva ricoperto le cariche pi alte; era stato sommamente saggio, era stato considerato il senatore pi prestigioso, aveva messo insieme con mezzi leciti un grande patrimonio; lasciava molti figli, era il cittadino pi illustre.
Elogio funebre di Quinto Metello,
in Plinio il Vecchio, Storia naturale, settimo
Polibio dedica buona parte della sua vita e delle sue energie intellettuali a spiegare a un pubblico greco le cause per le quali una citt semibarbara dell'Occidente in soli cinquantatr anni sia diventata una potenza mondiale, anzi l'unica potenza, dopo la distruzione di Cartagine e la riduzione a provincia della Grecia.
Lo fa ovviamente con strumenti greci, che adotta in particolare nella lunga digressione costituita dal sesto  libro delle Storie, in cui lo storico vede i motivi del successo di Roma essenzialmente nella sua costituzione e nell'esercito - e dove compie un vero e proprio atto di fiducia nel buon senso del lettore, descrivendo la grandezza di un popolo dopo aver chiuso il racconto dei fatti d'Italia con la disfatta pi disastrosa della sua storia.
Purtroppo, questa ottica particolare risente di un interesse primario e spesso esclusivo del pensiero politico greco per l'ingegneria costituzionale, e non riesce a mettere a fuoco che cosa era Roma nel 216 a.C. La tesi polibiana infatti  piuttosto riduttiva, non originale e forse anche un po' deludente: la costituzione di Roma ritarda il naturale e inevitabile declino delle forme di governo perch  una costituzione mista, nella quale l'elemento monarchico (i consoli) si fonde e coopera con l'elemento aristocratico (il senato) e con l'elemento democratico (i comizi). Non  un caso che la riflessione costituzionale di Polibio sia stata in prospettiva molto pi utile ai teorici della democrazia e dello stato di diritto moderni dopo le rivoluzioni inglese e americana - cui cede, non senza anacronismi, il concetto di bilancia dei poteri - che non agli storici che abbiano voluto descrivere la Roma del terzo secolo a.C.
In un punto tuttavia Polibio pu essere utile al nostro discorso. Se infatti, nello stesso contesto del sesto  libro, egli si serve ancora essenzialmente del paragone tra le costituzioni per dimostrare la superiorit di quella romana sulla cartaginese, inficiata, abbiamo gi detto, da una pericolosa prevalenza popolare, in un capitolo successivo tocca un tema sul quale torneremo e che  uno dei pi importanti di questo libro. Per spiegare la superiorit dei cittadini-soldati che combattono per la patria e i figli sui mercenari impiegati in larga misura da Cartagine - e sempre, si ricordi, dopo aver narrato come questi cittadini siano stati massacrati a Canne - egli scomoda un impegnativo concetto morale che la costituzione romana mantiene e perpetua nei giovani attraverso l'educazione: la virtus, cio il coraggio guerriero e il valore militare.
Come esempio della trasmissione di questa virt, Polibio (VI, 53-54) compie una dettagliata descrizione del funerale di un grande uomo. Un passo che potrebbe suscitare l'invidia di un antropologo:
Quando si celebra a Roma il funerale di un cittadino illustre, questi  portato con ogni pompa nel Foro presso i rostri, per lo pi in piedi, raramente supino. Alla presenza di tutto il popolo, un suo figlio maggiorenne, se esiste e si trova in citt, o altrimenti il suo parente pi prossimo, sale sulla tribuna e parla del valore del morto e delle imprese che egli ha compiuto durante la vita. Cos tutto il popolo ricorda e quasi ha sott'occhio le sue gesta; insieme a coloro che direttamente hanno partecipato alle sue imprese anche gli altri condividono il lutto, che non  soltanto dei familiari, ma diviene comune a tutti. Dopo la sepoltura e le cerimonie di rito, l'immagine del morto viene posta nel luogo pi in vista della casa, in un sacrario di legno. L'immagine  una maschera di cera molto somigliante al defunto nelle sembianze e nel colorito. In occasione dei sacrifici pubblici i Romani espongono queste immagini e le onorano solennemente; quando muore qualche altro personaggio illustre della famiglia, le fanno partecipare alle esequie ricoprendone persone simili al morto nella statura e in tutta la taglia del corpo. Queste indossano, se il defunto  stato console o stratego, vesti orlate di porpora, se censore toghe purpuree, se ha ottenuto il trionfo o qualche altro simile onore, vesti ricamate d'oro. Tutti costoro avanzano su carri preceduti da fasci, da scuri e da altre insegne onorifiche a seconda degli onori che ciascuno ha meritato in vita per la sua attivit pubblica. Quando sono giunti dinanzi ai rostri, tutti siedono su seggi d'avorio. Non  possibile per un giovane dabbene e amante della fama assistere a uno spettacolo pi nobile e splendido di questo; quale infatti potrebbe essere pi bello del vedere tutte insieme, quasi vive e espiranti, le immagini degli uomini che hanno ottenuto fama con il loro valore? Quale visione potrebbe essere pi alta?
L'oratore incaricato della ode funebre, dopo aver parlato del morto, ricorda le imprese e i successi dei suoi antenati cominciando dal pi antico; cos la fama degli uomini valorosi, continuamente rinnovata  fatta immortale, mentre la gloria dei benefattori della patria viene resa nota a tutti e tramandata ai posteri. Quel che pi conta, i giovani vengono incitati ad affrontare qualsiasi sacrificio a difesa della patria per ottenere la gloria che spetta ai valorosi.
Il mos maiorum
La descrizione dell'usanza funeraria romana  la somma di pi elementi che in parte sfuggono allo storico come senz'altro sfuggivano agli attori del rituale. Innanzitutto la presenza delle maschere che rappresentano gli antenati pu venire ricondotta alla necessit, presente in molte culture, di un corretto rapporto tra mondo dei vivi e mondo dei morti; si direbbe quindi che siamo in presenza di un rito apotropaico in cui vengono evocati gli spiriti degli antenati gi convenientemente disposti nel mondo ultraterreno perch allontanino dal mondo dei vivi e accompagnino nella sua dimora lo spirito del morto, che infatti aspetta in piedi, e non solo per motivi di visibilit e di prestigio. Fin da subito infatti il pianto comune, la condivisione pubblica del dolore, torna utile anche come metodo di elaborazione del lutto e per affrettare il distacco dai morti che non possono tornare se non in momenti prestabiliti e utili alla vita della collettivit.
In secondo luogo l'enfasi posta sulla valenza didattica della cerimonia, come stimolo al valore guerresco della giovent, ci riporta ai comportamenti per cos dire arcaici di quelle che gli antropologi chiamano civilt di vergogna, quelle civilt in cui a dettare le motivazioni della condotta degli uomini non  la paura della punizione evocata da un sistema codificato di norme, come per esempio il diritto scritto, ma l'imitazione di modelli positivi, alti e possibilmente appartenenti al passato.
Una civilt di vergogna - si pu fare l'esempio dell'etica che governa gli eroi dell'Iliade - coltiva massimamente il valore dell'esempio dei padri e l'idea che il passato sia sempre superiore al presente con il conseguente obbligo morale di imitare le virt degli antenati: questo consente all'individuo di godere della pubblica stima e di inserirsi nella societ nel posto che gli conviene e che i suoi antenati hanno conquistato. Antenati, i maiores, che si chiamavano cos proprio perch nell'albero genealogico dipinto nell'atrio delle famiglie nobili romane erano collocati in alto, in posizione di preminenza e superiorit sui minores (i discendenti).
Il terzo punto  quello forse di cui i Romani che partecipavano a questi riti, e sicuramente lo storico che li descrive, sono consapevoli. Vale a dire che la virt guerriera  al vertice di un sistema di valori orientato consapevolmente verso il passato e che i Romani di epoche successive idealizzeranno e chiameranno mos maiorum. Si tratta di valori collettivi quali la fides (il mantenimento della parola data), la pietas (la devozione religiosa), la dignitas (il contegno severo e austero, proprio di chi ricopre una carica pubblica) la cui finalit ultima  la conservazione di un modello di comportamento che sempre con gli antropologi si pu definire diretto dalla tradizione e che investe le sue energie nella conservazione di un passato da offrire in qualche modo all'imitazione del presente.
Che poi il mos maiorum sia un modello idealizzato e dai contorni storici poco precisi - e quindi proprio per questo adattabile a momenti diversi - non toglie nulla al quadro socioeconomico che ha prodotto almeno in origine questi valori. Il sistema di valori del mos maiorum rispecchia infatti una societ agraria in cui prevale la struttura della piccola propriet terriera, dove proprio per questo i dislivelli socioeconomici sono ridotti e dove il censo agrario regola la partecipazione dei proprietari alla vita pubblica secondo criteri di proporzionalit tra doveri fiscali e militari da una parte e diritti politici dall'altra.
La conseguenza  l'equazione tra piccolo proprietario, cittadino e soldato; o meglio tra buon contadino, buon cittadino e buon soldato, perch lo spirito civico e il coraggio in battaglia sono alimentati dai valori di frugalit e di sacrificio necessari nel duro lavoro dei campi. Ancora intorno alla met del secolo successivo a quello di Canne, e quindi in un contesto storico radicalmente diverso, Catone il Censore ripropone gli stessi ideali nella prefazione al trattato Sull'agricoltura:
Dagli agricoltori escono e uomini fortissimi e valorosissimi soldati, e il loro profitto  giusto e sicuro e non ha nulla di odioso, e non sono tratti a cattivi pensieri coloro che a questo lavoro si sono dati.
Si tratta di un modello continuamente alimentato da esempi - quali, per limitarci alla prima met del terzo secolo, quelli celebri di Fabrizio, che rifiut le ricchezze di Pirro; di Atilio Regolo, che si comport allo stesso modo con i Cartaginesi; e di Curio Dentato, il quale riteneva eccessivo il possesso di 50 iugeri (poco pi di 11 ettari) di terreno pubblico concessigli dal senato.
Ma  anche un modello che ha una precisa funzione di inquadramento e di coesione del quadro sociale al punto che la tradizione di questi esempi proseguir come fecondo richiamo morale anche in epoche successive in cui l'antico modello di frugalit repubblicana sar perlomeno anacronistico.
Indubbiamente anche all'epoca della guerra annibalica le cose si presentavano in maniera diversa, pi complessa, e la societ romana non era pi quella frugale, povera, omogenea nella distribuzione delle ricchezze che veniva idealizzata negli esempi di virt degli eroi della tradizione. Il quadro ideologico va dunque aggiornato e completato rispetto a quello monolitico che sembra uscire dalla citazione catoniana.
Per capirlo meglio ci serviremo di altre fonti, diverse da quelle dell'elaborazione storica.
La ricchezza di Roma
La prima riguarda la classe dirigente, ed  riportata dal naturalista Plinio nel I secolo d.C.  un elogio funebre pronunciato nel 221 a.C. da Quinto Cecilio Metello in onore del padre, Lucio Cecilio Metello, console due volte nel corso della prima guerra punica. Com'era consuetudine nei testi epigrafici viene riportato il cursus honorum del defunto, cio la sola connotazione che l'austerit romana poteva permettere - con la singolare notizia che fu il primo a portare degli elefanti catturati nel suo trionfo. Ma poi il discorso prosegue e all'elenco delle cariche viene aggiunto una specie di decalogo del buon senatore, e qui il lettore pur abbagliato dallo sfoggio di virt repubblicane dell'antica morale romana pu trovare qualcosa di nuovo, tanto pi che si tratta di un testo ufficiale e pubblico. Accanto infatti a caratteri derivanti dalla tradizione come la somma saggezza, oppure la perizia nel mestiere delle armi e nel comando, o anche l'eredit di una prole numerosa, dalle parole del figlio emerge uno straordinario orgoglio per la posizione di spicco raggiunta dal padre nella citt addirittura dal tempo della fondazione di Roma, un sentimento nuovo rispetto a un insieme di valori collettivi di subordinazione allo stato che tendevano a uguagliare tutti i cittadini, anche per assorbire le spinte centrifughe dell'aristocrazia.
Con sorpresa ancora maggiore si legge che una delle virt che hanno reso Lucio Cecilio Metello il pi illustre dei suoi concittadini  il suo arricchimento, l'aver messo insieme con mezzi leciti un grande patrimonio. E la sorpresa  destinata ad aumentare se rimarchiamo che non si tratta di un caso isolato. C' per esempio il console del 205, Publio Licinio Crasso, caratterizzato da Tito Livio, il quale fa mostra delle stesse virt di Metello compresa la ricchezza, elogiata e valutata positivamente al punto che egli fu il primo nella sua gente a ricevere il soprannome di dives, ricco.
E perch non ricordare il plebiscito Claudio del 219 o del 218, una legge tanto discussa quanto controversa nei suoi scopi, che vietava ai senatori il commercio marittimo con navi da carico superiori alle 300 anfore, ma che evidentemente aveva come sfondo proprio negli anni dello scoppio della seconda guerra punica un quadro in cui i ceti elevati di Roma possedevano vaste propriet terriere, e non pi piccoli poderi, dove producevano beni commercializzabili in grandi quantit (cereali, vino, olio) e dalle quali traevano evidentemente dei profitti una volta trasportati i loro prodotti sui mercati.
Lo stesso Catone del resto proprio non si accorge dello stridente contrasto tra i valori che va sbandierando nella prefazione alla sua opera che, ripetiamo, presuppongono una societ di piccoli proprietari terrieri dai poderi e dalle rendite poco differenziate, e invece la sete ingorda di profitto che trasuda da ogni pagina del suo trattato sull'agricoltura, con i precetti pratici di conduzione di una propriet di media estensione, coltivata da schiavi e salariati - e sono famigerate le raccomandazioni di Catone sul trattamento dello schiavo poco produttivo, a cui va ridotto il vitto se si ammala collocata in posizione strategica vicino al mercato per il quale produce.
E ancora Catone, peraltro, non sembra ritenere disonorevole il commercio, perch anche il commerciante  valoroso quanto l'agricoltore e il soldato, solo che la sua attivit comporta un rischio personale e collettivo che la rende poco praticabile. E difatti Catone commerciava a onta del plebiscito Claudio attraverso dei prestanome.
Possiamo fare alcune deduzioni dalle fonti ora riportate. La prima  che accanto ai valori tradizionali dell'autosufficienza economica e della frugalit come segno distintivo della virt dell'uomo romano si andavano affacciando altri comportamenti ugualmente leciti e fonte di onore. Poi, che questi comportamenti erano volti all'arricchimento personale, e che l'onesto guadagno non derivava pi solo dalla coltivazione di un piccolo podere che garantisse l'autosufficienza.
Quanto poi alla maniera di procurare le ricchezze, la guerra aveva senz'altro un ruolo di spicco: Metello, per esempio,  uno dei generali pi in vista della prima guerra punica e fu l'eroe della difesa di Panormo contro i Cartaginesi. Per di pi, il fatto che da almeno un cinquantennio l'azione militare di Roma si rivolgesse all'Italia meridionale e alle sue ricche citt greche fa senz'altro pensare a bottini cospicui: divenne leggendaria la preda in opere d'arte greche che Claudio Marcello, il comandante romano che prese Siracusa, riport a Roma nel 212, ma si pu senz'altro pensare ai bottini in Magna Grecia riportati nella guerra contro Pirro pi di mezzo secolo prima. Ma poi viene anche il commercio, perch come Catone molti senatori commerciavano su vasta scala servendosi di prestanome e aggirando la legge Claudia. Per dare un'idea della portata del fenomeno ricordiamo infine che intorno al 240, durante le convulse fasi della guerra dei mercenari, Cartagine imprigion 500 mercanti italici per impedire che rifornissero i suoi nemici, e solo dopo trattative che prevedevano lo scambio con gli ultimi prigionieri della prima guerra punica li liber.
E non si arricchivano solo i membri della classe dirigente, ma ogni ceto partecipava al generale progresso economico della societ romana. Plauto, le cui commedie sono forse pi utili alla comprensione dei fenomeni socioeconomici delle Storie di Polibio, nella Commedia dei tre soldi (273-74), lo riconosce in questa gerarchia dove i beni materiali precedono la fama che d la virt.
In premio la virt
procura averi, stima,
prestigio, onori, gloria.
La citt
Sono dunque emersi alcuni elementi che ci danno un'idea di quali fossero i valori di riferimento, il quadro ideologico degli uomini che Cartagine si sarebbe trovata ad affrontare. Vale per la pena di aggiungere alcuni chiarimenti concreti sull'ordine di grandezza, sulla struttura e sull'organizzazione delle conquiste dello stato romano nel secolo delle guerre puniche.
Innanzitutto la citt. E alcuni dati significativi. Roma dal quarto secolo  delimitata da una cerchia di mura lunga 11 km che chiude una superficie di 426 ettari: le cosiddette Mura Serviane, perch attribuite come anche molte istituzioni politiche al sesto e leggendario re Servio Tullio, ma in realt costruite dopo l'incendio gallico.
Gli abitanti alla fine del terzo secolo a.C. ammontano a circa 200 000, cifra che la pone tra le realt pi popolose del mondo mediterraneo dell'epoca. Un'idea eloquente del rapporto superficie popolazione la pu dare il caso di Pompei. A fronte di una superficie di 64 ettari si calcola che la citt campana - una realt tutto sommato di provincia senza particolare importanza politica, e con una densit bassa vista la documentata assenza di insulae, gli alti condomini del mondo antico - potesse raggiungere la popolazione di 25 000-30 000 abitanti. Si pensi, per un confronto, che la maggior parte delle citt d'Italia occupava superfici molto inferiori a Roma, che potevano andare dai 181 ettari di Capua, ai 126 di Paestum o ai 106 di Napoli.
Nel panorama della penisola e della Sicilia l'estensione di Roma era superata solo da Siracusa che giganteggiava nel panorama delle citt del Mediterraneo occidentale con i suoi 1814 ettari e i 27 km di perimetro delle mura di Dionisio I del 401 (anche se non tutta questa superficie era abitata, e le mura per una migliore difesa seguivano come in molte citt greche l'orografia piuttosto che il contorno dell'abitato) e da Taranto (570 ettari, parte dei quali occupati da necropoli); Cartagine secondo stime necessariamente poco precise arrivava a 300 ettari e a 200 000-300 000 abitanti (ma la densit era notevole, e dalla narrazione dell'assedio romano della terza guerra punica sappiamo che c'erano anche case di sei piani), mentre in oriente Alessandria arrivava a una superficie di 980 ettari e Atene con il Pireo a 585 ettari.
Per l'urbanistica e l'aspetto monumentale le cose sono un po' diverse.
La forma della citt non era certo quella greca, governata dal sistema di assi ortogonali, che si ritrova nelle colonie della Magna Grecia, ma risentiva di una sorta di anarchia costruttiva che si concretizzava in una rete viaria e fognaria del tutto irregolare; inoltre la modestia e la fragilit dei materiali edilizi derivati dall'architettura italica ed etrusca, quali la terracotta e il legno, rendevano i monumenti della Roma della media repubblica (quarto e terzo secolo a.C.) austeri e poco raffinati, per non dire rozzi, rispetto ai contemporanei monumenti del mondo greco o della Roma dei secoli successivi.
Per di pi l'edilizia monumentale manca completamente di progetti complessivi di sistemazione dello spazio, sentiti dall'aristocrazia come tentativi in direzione tirannica proprio sul modello greco o magnogreco, ma  influenzata piuttosto dai conflitti tra le grandi famiglie e dalla loro necessit di acquisire visibilit. Va giudicata in questo senso l'attivit di costruzione di templi (trentadue tra il 345 e l'inizio del secondo secolo) dedicati a divinit con valore simbolico pi che religioso, come avveniva nel mondo ellenistico: cos Claudio Marcello, il vincitore dei Galli a Casteggio nel 222 dedic un tempio a Onore e Virt per rispondere a un analogo tempio all'Onore di Fabio Massimo, il futuro Temporeggiatore, e allo stesso modo, ma con altri referenti, fu costruito nel 221 il Circo Flaminio come contraltare plebeo al Circo Massimo e destinato a ospitare i ludi annuali della plebe.
Non  trascurabile inoltre l'esigenza di rispondere alla necessit e alle richieste pi evolute di una popolazione in aumento e in grande fermento socioeconomico. Fin dall'ultima parte del quarto secolo il Foro viene reso pi adeguato alla sua funzione di centro politico ed economico della citt. Viene infatti abbellito e l'adiacente comitium, il luogo delle assemblee,  elevato su un podio e dotato di tribuna per gli oratori, i celebri rostra; le botteghe vengono concentrate nella stessa zona fino a formare dopo un incendio nel 210 un vero e proprio mercato; inoltre il Foro viene circondato con i primi edifici pubblici, gli atria, che mantengono con nuove funzioni la forma architettonica della casa signorile con cortile centrale e displuvio, l'unica forma di un certo prestigio nota all'architettura romana dell'epoca. Infine i grandi lavori pubblici compiuti per la plebe da personaggi a essa vicini, come Appio Claudio Cieco che nel 310 costruisce il primo acquedotto romano, l'Aqua Appia, in grado di erogare 75 000 metri cubi di acqua al giorno e che, terminando nell'Aventino, cio la zona delle celebri secessioni della plebe, favorisce l'urbanizzazione del colle.
A questa prima infrastruttura far seguito nel secolo successivo il secondo acquedotto, l'Anio Novus, con una portata d'acqua pi che raddoppiata. La stessa costruzione della via Appia verso sud, con un primo tratto fino a Capua ma poi prolungata fino a Brindisi alla vigilia della prima guerra punica, viene incontro alle esigenze di espansione appunto in quella direzione del gruppo senatoriale che faceva capo ai Claudi, delle famiglie campane cooptate nel senato e di vasti settori della plebe.
Ma la condizione di floridezza della Roma del quarto terzo secolo trova conferma anche nello sviluppo dell'arte e della letteratura che cercano di nobilitarsi e di acquisire una dimensione meno angusta attraverso l'imitazione di un ellenismo regionale come quello della Magna Grecia, soprattutto grazie ai legami con la Campania e la Puglia. La letteratura in particolare mostra una grande pluralit di contributi ordinati ed elevati a dignit superiore secondo i modelli greci.
Pu bastare per tutti nel terzo secolo il nome di Livio Andronico, il primo autore della letteratura latina. La sua traduzione in latino dell'Odissea, dove l'eroe non  poi cos eroe ma  dipinto a volte secondo effetti patetici e drammatici conformi al gusto comune alla contemporanea letteratura ellenistica, costituisce un tentativo coerente di immettere la letteratura di Roma nel pi vasto crogiolo delle esperienze culturali comuni a tutto il mondo mediterraneo e dominate dalla tradizione greca. E poi non era vero che i Romani si vantavano di discendere da un troiano?
Non  un caso dunque che il mondo greco si interessasse a Roma come fenomeno culturale - abbiamo gi visto Eratostene collocare Roma tra i popoli barbari pi vicini alla cultura greca - e che cominciasse anche a conoscere a fondo la sua realt politica e, perch no, la sua recente potenza. In un documento epigrafico del 217, un re potente e orgoglioso quale Filippo quinto di Macedonia indirizzava agli abitanti di Larissa in Tessaglia una lettera nella quale raccomandava di imitare le istituzioni romane in materia di concessione della cittadinanza e di manomissione. E la prima volta che un sovrano greco in una fonte greca - per di pi non letteraria - mostra di apprezzare la nuova potenza che dall'Italia si affacciava nello scacchiere mediterraneo e con la quale avrebbe avuto presto rapporti tutt'altro che pacifici.
L'epoca delle conquiste
Dal 266, proprio con la presa di quella Sarsina che diede i natali a Plauto, Roma  di fatto la potenza egemone in Italia: questo non tanto perch lo stato romano occupi la penisola, ma nel senso che tra lo stretto di Messina e i crinali pi settentrionali dell'Appennino non si trova pi alcuno stato che osi esserle nemico.
Ripercorriamo in breve le tappe di questa egemonia.
I Romani appartenevano a una minoranza linguistica, i Latini, che abitava la regione pianeggiante tra le pendici dell'Appennino e la costa tirrenica limitata a est dai Monti Sabini, a nord dai Monti della Tolfa e dai Monti Cimini, a sud dai Lepini e dagli Aurunci. Per diffusione e potenza era di gran lunga inferiore alle popolazioni, diverse per origine, lingua e civilt, che abitavano la penisola e che, richiamandole, possiamo grosso modo inserire nel gruppo celtico preminente al Nord, etrusco sul Tirreno settentrionale, umbro-sabino e sabellico (Sanniti, Lucani, Marsi, Apuli) che popolava la dorsale appenninica e parlava dialetti osco-umbri affini tra loro. Infine sulle coste dello Ionio e della Campania erano presenti residui ancora forti della gloriosa colonizzazione greca.
Tutte queste popolazioni presentavano ancora nel Iquarto terzo secolo forme sociali, economiche e politiche disparate. Dai popoli costieri pi evoluti, caratterizzati dall'agricoltura, dal commercio e dalla vivace dinamica politica della citt-stato, si poteva nel breve tragitto di qualche chilometro passare nelle zone appenniniche dove predominavano forme economiche pi arcaiche, come l'agricoltura di sussistenza, l'allevamento estensivo con la pratica della transumanza e strutture politiche ancora tribali. L'esuberante demografia delle trib montane costituiva peraltro una costante minaccia per le popolazioni pi ricche delle pianure tirreniche e le rendeva oggetto di periodiche e costanti incursioni.
Inserita in questa dinamica la citt-stato di Roma si era imposta prima nel Lazio (ma la resa definitiva della Lega delle citt latine avvenne solo nel 338); poi, con una serie ininterrotta di guerre il cui modello - l'incursione ripetuta annualmente per impadronirsi o per distruggere i beni materiali e i raccolti del nemico - si ripeter fino al terzo secolo, aveva avuto la meglio sui montanari Sabini e Volsci che minacciavano le fertili terre della pianura laziale; nel frattempo poneva fine all'indipendenza delle citt-stato della gloriosa civilt etrusca.
Dopo alcuni decenni di crisi dovuta all'interno al conflitto tra patrizi e plebei, all'esterno alle conseguenze dell'ondata gallica che aveva sommerso la citt intorno al 390, nella seconda met del quarto secolo la nuova potenza latina si affacci sulle fertili piane della Campania dove aveva intrecciato relazioni economiche e politiche che si sarebbero concretizzate nella cooptazione della nobilt campana all'interno della sua classe dirigente. La regione era abitata da Greci nella parte costiera mentre all'interno l'elemento osco gi dal quinto secolo aveva sommerso le ricche citt-stato come Capua. Furono i cittadini di questa citt appunto che nel 343, minacciati di nuovo dai Sanniti e impotenti a difendersi, preferirono ai loro cugini delle montagne, che in fin dei conti parlavano la stessa lingua, una deditio (resa) a Roma che li assorb nella propria cittadinanza.
Roma cos si impadronisce delle risorse agricole della zona pianeggiante pi ricca e produttiva d'Italia e grazie a esse riesce alla lunga a reggere l'impatto dei bellicosi distretti sannitici: a garantire la vittoria ben pi che le vittorie militari - ch anzi le tre guerre sannitiche (343-290) sono costellate di insuccessi - fu l'azione diplomatica e politica grazie alla quale circond il Sannio con una serie di citt a lei fedeli. Al di l della forza demografica, della sagacia e delle virt militari romane (anzi il Sannio era fittamente popolato e i Sanniti si distinsero in battaglia non meno dei Romani), la vittoria di Roma e dei suoi alleati  il definitivo successo dell'organizzazione politica e del sistema di vita della citt-stato su comunit di villaggio pi arretrate.
La vittoria apre a Roma la via del Sud, prontamente segnata dall'apertura della prima grande via consolare, la via Appia, e la possibilit di subentrare alle citt campane nel rapporto con i grandi centri urbani della Magna Grecia, Napoli e Taranto fra tutti. La guerra tarentina (280-272) con l'intervento di Pirro nelle vicende d'Italia e la sua definitiva estromissione dalla penisola sono lo sbocco naturale di questo movimento.
Gli ordinamenti costituzionali
Abbiamo visto che il processo di conquista dell'Italia pu dirsi concluso alla vigilia dello scontro con i Cartaginesi. Ma quando questo scontro ha inizio Roma non  pi solo una citt-stato, come se ne vedono in tutto il Mediterraneo, ma uno stato per molti versi originale. Vediamone l'organizzazione e le strutture.
Quando i Romani dovevano parlare della loro costituzione - abbiamo l'esempio classico nell'opera Sullo stato di Cicerone - la loro riflessione andava al ruolo attivo e concreto dei cittadini distribuiti in pi gruppi civici che si esprimevano, come in tutte le citt antiche, in assemblee. Le assemblee a Roma si chiamano comitia, comizi. Se prescindiamo dagli antichi comizi di et monarchica - che continuano a essere convocati solo con valore sacrale - la forma di espressione politica che meglio rappresenta la natura della citt  quella dei comizi previsti da quella costituzione centuriata che la tradizione attribuisce al leggendario re Servio Tullio.
 un sistema apparentemente molto complicato, che prima di tutto separa i cittadini maschi con capacit economica (assidui, di fatto i proprietari terrieri) dalla minoranza priva di questi mezzi (proletarii); poi sempre su base censitaria (la valutazione del capitale, prima immobile poi anche mobile, viene fatta dal censore ogni cinque anni e si chiama appunto censo) colloca gli assidui in cinque classi (pi una pi elevata di cavalieri) a loro volta suddivise in centurie composte da un numero variabile di cittadini, pi basso per le centurie dei pi ricchi delle prime classi.
A Roma non ci fu mai sproporzione tra il censo delle classi pi ricche e quello delle ultime, cosa che indica come non ci fosse sproporzione tra i beni immobili e mobili che contribuivano a fondare questo censo e che quindi almeno fino al terzo secolo non esistessero sperequazioni marcate tra le ricchezze dei cittadini; in questo senso i proletarii o extra classem, appunto fino al terzo secolo, potevano rappresentare un'entit trascurabile e ci si poteva permettere il lusso di escluderli in parte dalla partecipazione alla vita della comunit.
Sotto la presidenza del console i cittadini votavano per l'elezione dei magistrati superiori (consoli, censori, pretori) e le proposte di legge dei magistrati stessi; non si votava per testa bens per centuria in maniera che le centurie delle classi superiori, pi numerose sebbene con un numero ridotto di cittadini, raggiungessero rapidamente la maggioranza. Era un sistema in cui l'uguaglianza giuridica nel diritto privato (dei cittadini di fronte alla legge) non era accompagnata dall'uguaglianza nel diritto pubblico, cio la partecipazione agli affari della comunit.
Il pensiero politico antico elogia questo principio di uguaglianza geometrica perch cerca di ripartire diritti e doveri, vantaggi e svantaggi, in maniera razionale e armoniosa di modo che anche le classi inferiori si sentano parte integrante dello stato - purch non abbiano in proporzione al loro peso numerico. Ne plurimum habeant plurimi (che la maggioranza non abbia il potere maggiore), secondo la sintetica ed efficace espressione di Cicerone.
Ma ben prima dell'aspetto politico questo sistema regola soprattutto la materia fiscale e la leva militare, per favorire la quale forse nacque e gradualmente si svilupp. In effetti tutti i cittadini iscritti nelle classi, e quindi i proprietari terrieri, sono mobilitabili per la guerra al comando dei magistrati cum imperio mentre gli extra classem vengono esclusi anche da questo diritto-dovere.
Siccome il numero dei soldati che servivano per la campagna era ripartito in maniera uguale tra le centurie,  chiaro che essendo diseguale il numero dei componenti di ciascuna centuria (come abbiamo visto in ordine crescente dalla prima alla quinta classe) gli uomini delle prime classi avevano maggiori probabilit di essere scelti e di servire in un numero maggiore di campagne.
Nel terzo secolo tuttavia, a causa delle crescenti sperequazioni tra i cittadini dovute agli arricchimenti privati unite alla fame di uomini di eserciti sempre pi numerosi su teatri sempre pi lontani, lo stato sar costretto ad abbassare progressivamente i livelli di censo (anche durante la seconda guerra punica) con il conseguente arruolamento di cittadini che in precedenza erano esclusi dalla leva: il primo arruolamento dei proletari avvenne nel 281.
Inoltre, con il processo di arricchimento del corpo civico, a partire dal quarto secolo, la distanza tra le classi comincia lentamente ad approfondirsi; d'altro canto nuovi cittadini entrano nelle classi di censo, mentre la politica di nuove acquisizioni e di fondazioni coloniarie obbliga a tener conto delle ulteriori comunit che pretendevano di partecipare alla vita politica dello stato. Per venire incontro a queste pressioni dal basso si cerc quindi di adattare il sistema centuriato a un'altra antica distribuzione del corpo civico, quella per trib territoriali. Questa ripartizione era senz'altro pi democratica della precedente perch i cittadini erano suddivisi nelle quattro trib urbane e nelle sedici rustiche a seconda del distretto territoriale di residenza e non del censo; le assemblee della plebe avevano gi un valore politico, ma finirono per averne sempre di pi quando nel quarto e nel terzo secolo giunsero a rappresentare le rivendicazioni dei ceti che volevano un peso pari alla loro forza economica e al contributo che davano alla comunit.
I comizi tributi, cio quelli della plebe raggruppata per trib, avevano competenze elettorali (i magistrati minori), ma acquisirono anche il potere legislativo perch a partire dal 286, con la legge Ortensia, i loro decreti poterono avere forza di legge, e dal 218 essi sostituirono in pratica i comizi centuriati nella votazione di quasi tutte le nuove proposte.
La divisione della popolazione per trib costitu inoltre il sistema ideale per includere nuove comunit nel corpo civico, prima attribuendole a trib con esse confinanti ma poi, con evidente rottura della continuit territoriale, anche a trib non contigue (con chiara sottolineatura dell'aspetto politico dell'istituzione), come per esempio accadde nel terzo secolo alla citt di Sena Gallica (Senigallia) che si trova addirittura sul versante adriatico. Allo scopo evidente di non ampliare fino a un'estensione incontrollabile le dimensioni della citt-stato la creazione di nuove trib cessa nel 241, quando esse raggiungono il numero di trentacinque.
 evidente che questa graduale riforma costituzionale si presenta come un punto di forza dello stato romano nella sua espansione in Italia e poi nel confronto con Cartagine: vengono incorporate nuove comunit e nuovi cittadini e questi acquistano doveri (soprattutto militari) e diritti politici mentre si arricchisce, per tornare all'aspetto militare, il capitale umano da cui attingere per le leve; in cambio le classi inferiori sono rese compartecipi delle vittorie e dei benefici economici che esse comportano.
Intorno alla nuova ripartizione del corpo civico ruota, come  logico aspettarsi, anche la riforma del sistema di arruolamento quando si presenta la necessit di incorporare nell'esercito gli atti alle armi su un livello di parit e non pi secondo le differenze di censo. Non pi dunque la chiamata non omogenea per centuria, ma come illustra Polibio (III, 19-20) una chiamata a turno per ognuna delle trentacinque trib:
I consoli in carica quando vogliono arruolare i soldati fissano nell'assemblea popolare il giorno nel quale gli uomini in et militare sono tenuti a presentarsi; ci avviene una volta all'anno. Quando i coscritti sono giunti a Roma e si sono riuniti in Campidoglio, i tribuni pi giovani secondo l'ordine nel quale sono stati eletti nell'assemblea del popolo o dai consoli si dividono in quattro gruppi in corrispondenza delle quattro legioni che costituiscono la prima e fondamentale divisione dell'esercito romano [...] Avvenuta cos la scelta e la distribuzione dei tribuni in modo che tutte le legioni abbiano lo stesso numero di ufficiali, i tribuni disposti a una certa distanza l'uno dall'altro, estraggono a sorte una per una le trib e le chiamano nell'ordine dell'estrazione. Da ciascuna eleggono quattro giovani simili per et e costituzione. Quando questi si sono fatti avanti, per primi procedono alla scelta i tribuni della prima legione, seguono quelli della seconda, poi quelli della terza, ultimi quelli della quarta. Si presentano quindi altri quattro giovani e allora scelgono per primi il loro soldato i tribuni della seconda legione e successivamente gli altri fino a quelli della prima legione, che restano ultimi.
La confederazione italica e l'organizzazione delle conquiste.
Ma com'era lo stato di Roma al di fuori di Roma? Vediamo alcuni dati concreti del terzo secolo, perch alla vigilia delle guerre puniche Roma ha gi un'estensione territoriale notevole, in grado di porla tra le maggiori potenze mediterranee.
Ora, ogni citt-stato antica che si costruisce sul modello greco  costituita da una parte urbana e da un territorio adiacente non molto esteso, tale da permettere, in genere, il mantenimento della citt e, dal punto di vista politico, l'esercizio del potere da parte dei cittadini secondo forme che potremmo definire con le limitazioni del caso (i cittadini non sono tutti gli abitanti, donne e schiavi non sono cittadini e, come abbiamo appena visto per Roma, non tutti hanno gli stessi diritti politici) come una democrazia diretta.
Il territorio di Roma tuttavia non  cos ridotto come quello delle citt greche, ma nemmeno  cos esteso da coincidere con l'Italia intera, che anzi solo per gradi e all'incirca nella prima guerra punica Roma arriva a pensare in termini di Italia e a farsi patrona degli interessi generali di parte della penisola. Il territorio di Roma coincide infatti, senza per formare un insieme continuo, con quello degli stati pontifici nel 19esimo secolo, cio con una fascia che dal Lazio si spinge fino alle soglie della Pianura Padana trasversalmente all'Appennino.
La superficie di questo stato era di circa 27 000 kmq e le cifre dei censimenti eseguiti per il tributo, le elezioni e la leva e riportate dagli storici ci informano che nel terzo secolo i cittadini erano poco meno di 300 000, con un calo comprensibile nel corso della prima guerra punica. In linea di massima le liste civiche di cittadini comprendevano i maschi liberi juniores e seniores (dai diciassette anni ai quarantasei i primi, dai quarantasette ai sessanta i secondi, questi ultimi mobilitabili e comunque contribuenti anche se avevano superato i sessanta anni), i proletaria (che qualche volta erano mobilitati); i cittadini, tutti iscritti alle trib, delle poche e poco popolate colonie romane, e infine una speciale categoria di cittadini senza diritto di voto che appartenevano a comunit (come Capua dopo la sua deditio) incorporate nello stato ma mantenute indipendenti sia pure con una serie di obblighi fiscali e militari. Se calcoliamo a circa un terzo l'incidenza dei maschi adulti sul totale della popolazione civica, comprese le donne e i bambini, si pu arrivare con un certo beneficio di inventario a circa un milione di abitanti. Le cifre sia della superficie che della popolazione sono considerevoli e, come si rese conto la classe dirigente repubblicana, non potevano aumentare a dismisura senza alterare la natura di citt-stato di Roma, tanto che in effetti nel 241 si istitu un limite al numero delle trib destinate ad accogliere i nuovi cittadini. Tale limite dur per un secolo e mezzo, e di fatto la popolazione di cittadini romani aument drasticamente solo con le leggi del 90-89 che posero fine alla guerra contro gli alleati italici estendendo la cittadinanza a tutta la penisola esclusa la valle del Po.
Il fatto che lo stato romano vero e proprio coincidesse con un territorio cos poco esteso non vuol dire per che il resto dell'Italia, dall'Appenino tosco-emiliano a Reggio Calabria, non fosse sotto la sua diretta influenza.
Due dei tre principali gruppi etnici e linguistici che abitavano la penisola (Etruschi e Greci) erano infatti a partire dal quarto secolo in piena recessione e le loro citt erano sommerse rispettivamente dai Galli, dai Romani stessi e dalle popolazioni dell'Appennino, mentre il gruppo sabellico che periodicamente minacciava le popolazioni della fertile Campania era stato vinto solo dopo cinquant'anni di guerre.
Nondimeno Roma si sentiva imparentata con alcune di queste popolazioni, con una relazione di natura politica, che era peraltro costantemente confermata a livello ideologico:  noto per esempio come Latini, Sabini ed Etruschi fossero presenti nelle leggende di fondazione di Roma, mentre specie nel quarto secolo le famiglie aristocratiche romane avevano stretto rapporti politici ma anche di parentela con i Campani, e la Campania era il punto di incontro con le popolazioni sabelliche. A ben vedere solo i Galli dell'Italia settentrionale restavano barbari, insieme con i Greci del Sud, anch'essi sentiti come stranieri, con i quali peraltro era in corso un processo di avvicinamento culturale nel campo della produzione artistica, dei generi letterari e di dottrine filosofiche come il pitagorismo che appunto nella Magna Grecia aveva la sua culla. Se si vuole, i sacrifici umani di una coppia di Galli e di una coppia di Greci che si celebrarono ancora nel terzo secolo sono la conferma pi terribile di questa estraneit.
In una situazione cos complessa Roma doveva rispettare solo due esigenze, purtroppo in contrasto tra loro: la creazione di un vasto stato territoriale e la necessit di preservare le istituzioni di una citt-stato che non erano nate per governare un vasto impero.
Queste due esigenze obbligarono Roma a costruire nel tempo (quarto terzo secolo, ma di fatto nei cinquant'anni delle guerre sannitiche dal 343 al 290) un sistema di dominio che divenne anche, con alcune intelligenti e proficue soluzioni, il mezzo per una graduale integrazione delle popolazioni della penisola.
Probabilmente non si tratt di un'operazione pianificata fin dall'origine, ma fu dettata da bisogni di sicurezza contingenti e dalla necessit di concludere guerre pesantissime. Roma cerca in sostanza di circondare prima il suo territorio, e poi quello dei rivali pi forti, i Sanniti, e infine di rafforzare le direttrici di espansione con una serie di insediamenti a lei legati che diventano strumenti di difesa strategica diversi e flessibili.
Alcuni di questi strumenti sono pi efficaci, altri meno; uno  quello di estendere la cittadinanza romana a individui o collettivit o, come si diceva, optimo iure (con incorporazione a pieno diritto nelle trib che intanto aumentano di numero), oppure, come abbiamo visto nel caso di Capua e delle citt campane, senza diritto di voto; un altro  quello di concludere trattati di alleanza con citt e popolazioni che si affidavano a Roma per ragioni di sicurezza oppure vinte in guerra, trattati equi in cui i contraenti si impegnavano nella difesa reciproca oppure, di diverso tipo, in cui uno dei contraenti era costretto da obblighi militari nei confronti di Roma e perdeva di fatto la propria indipendenza nella politica estera; il terzo strumento, il pi efficace e duraturo,  la colonizzazione latina.
Quest'ultima forma in particolare conferiva ai coloni i diritti che un tempo avevano i Latini nei confronti di Roma, vale a dire la possibilit di contrarre matrimonio e di vendere e comprare beni con i Romani, di ereditare, di chiedere la cittadinanza romana in caso di trasferimento a Roma, e soprattutto quello di avere istituzioni proprie. I nuovi coloni sono tuttavia in buona parte proletarii romani che in cambio di significative assegnazioni di terre accettano i rischi e le fatiche della colonia perdendo la cittadinanza romana.
I numeri sono significativi: come attestano i censimenti, 38 000 juniores tra il 334 e il 298, senza che il numero complessivo dei cittadini ne risenta; oppure, nel 218, i 6000 coloni maschi adulti inviati rispettivamente a Cremona e Piacenza. Questo da un lato consente alla classe dirigente romana di assorbire la tensione sociale dei ceti inferiori mediante l'assegnazione di lotti cospicui di terra, ma soprattutto di creare un grande fattore di romanizzazione, sia appunto per il numero dei coloni sia perch con il tempo queste colonie (come anche le comunit senza il diritto di voto) cercavano di uniformare le loro istituzioni a quelle di Roma stessa - al punto che questa condizione diventer in et imperiale l'anticamera della cittadinanza.
La colonizzazione latina inoltre permetteva di sfruttare meglio il potenziale demografico, perch trasformava degli esclusi dalla leva, i proletarii, in proprietari terrieri e quindi in soldati arruolabili da parte delle rispettive colonie secondo le richieste ragionevoli da parte di Roma contenute in una lista che indicava il numero massimo di alleati e coloni utili all'esercito. Come i soldati degli alleati (socii et nomen latinum erano associati nelle formule ufficiali) questi uomini erano arruolati secondo le leggi e i censimenti locali; e combattevano in reparti autonomi non inquadrati nell'esercito romano, guidati dai loro ufficiali e solo come complesso di alleati sottoposti a prefetti romani.
Il sistema complessivo - a volte chiamato riduttivamente confederazione italica - mostra una grande flessibilit in quanto, fatta salva la difesa dei confini dell'ager romanus, tiene conto dei vari gradi di assimilazione o di romanizzazione lasciando lo statuto di alleati solo ai pi lontani o ai meno integrabili, come per esempio le citt della Magna Grecia.
Una cartina dell'Italia subappenninica alla data del 266 potrebbe evidenziare una grande variet di situazioni, e di colori, e una struttura poco compatta e apparentemente slegata; essa per non sarebbe in grado di rendere conto del processo di penetrazione e di integrazione politica, economica e culturale di Roma e della sua conseguente capacit militare. Parlando della leva militare di massa che venne effettuata in un'Italia percorsa dal terrore per l'invasione gallica del 225 e quindi pronta ad attingere a tutte le sue risorse, Polibio indica in 700 000 fanti e 70 000 cavalieri la forza massima in termini di uomini atti alle armi (sia juniores che seniores) delle comunit italiche di diritto latino e alleate, e anche tenendo conto di alcuni errori che compie nel computo e quindi scendendo a circa 600 000 fanti e 60 000 cavalieri, possiamo fissare un rapporto di pi di due a uno tra la forza demografica di questi stati e quella di Roma come l'abbiamo descritta sopra, vale a dire due contro un milione di abitanti, mentre la superficie del loro territorio stava in un rapporto di quasi quattro a uno con quello della citt egemone.
C' poi un corollario apparentemente secondario, ma che in realt riveste un'importanza fondamentale per capire l'universo politico di Roma e dei suoi alleati-sudditi e perch questo universo prima batt la maggiore potenza del Mediterraneo occidentale e vent'anni dopo barcoll, ma resse, di fronte al colpo devastante che gli inferse Annibale. Dobbiamo cio chiederci che cosa tenesse unito il sistema politico all'interno di Roma - un aumento della ricchezza poteva corrispondere a un aumento delle sperequazioni economiche e quindi a fenomeni di rivolta sociale - e all'esterno - gli alleati erano legati quasi tutti da patti diseguali con la perdita della piena sovranit e una serie di obblighi militari e fiscali. Del resto le stesse fonti antiche sono propense a ritrovare nella storia del quarto e del terzo secolo le stesse dinamiche dei due ultimi secoli della repubblica, e quindi a vedere negli scontri tra i vari uomini politici romani un'anticipazione della situazione di instabilit dell'epoca delle guerre civili con le sue fazioni, gli interessi sociali ed economici contrapposti, e l'ambizione dei leader militari. La loro risposta  pertanto assai deludente, e la spiegazione della sostanziale coesione dello stato di fronte alle durissime prove del terzo secolo oscilla tra l'accentuazione della forza ideologica del mos maiorum e la semplice paura di un nemico potente, il metus hostilis di Sallustio.
Ma le cose stanno in maniera un po' diversa.
Motivi di un consenso secolare.
Torniamo alla ricchezza. Come si  visto non  pi uno scandalo ed  lecito ai Romani di arricchirsi. Ma se si arricchivano i Romani del ceto dirigente, i capi degli eserciti come il Metello dell'elogio funebre, anche la condizione economica dei ceti inferiori era migliorata. Gi da sessant'anni prima delle guerre puniche erano scomparse le vecchie forme di subordinazione della manodopera rurale, con la soppressione della schiavit per debiti e con l'attenuazione dei debiti stessi e le prime norme per la regolamentazione del possesso di ager publicus, cio di quei terreni demaniali che, come avveniva con gli usi civici nel nostro Meridione in et moderna, erano il complemento indispensabile alla piccola propriet terriera con l'offerta di pascoli comuni e la possibilit di raccolta. Inoltre le continue assegnazioni di terra individuali con la creazione di nuove trib e soprattutto la colonizzazione latina nei cinquant'anni delle guerre sannitiche - con cospicue dotazioni per numeri assai elevati di proletari o comunque di poveri - riuscivano ad assorbire le lotte sociali e il malessere economico delle classi inferiori.
La plebe stessa, sia pure con evidenti privilegi per le famiglie pi ricche, era stata il soggetto di un grande progresso politico, e fin dal quarto secolo aveva ottenuto l'accesso al consolato e durante il terzo aveva visto la crescita dell'importanza dei suoi comizi che verso la fine del secolo avevano soppiantato quasi interamente i comizi fondati sulla divisione in classi nell'approvazione delle proposte di legge. Non siamo dunque ancora in presenza di una indifferenziata massa urbana, come avverr negli sviluppi successivi, ma di un ceto ancora forte di piccoli proprietari terrieri il cui mantenimento anche ai fini militari  una preoccupazione primaria di gruppi dirigenti.
Il crescente divario tra ricchi e poveri determinato dalle numerose possibilit di arricchimento viene accettato da un lato per l'effetto di trascinamento della ideologia del mos maiorum, ma dall'altro per la destinazione - noi diremmo sociale - dei frutti delle conquiste. Non  un caso che nel terzo secolo rimanga in vita una certa dialettica tra le classi dirigenti e la plebe - che a volte rifiuta le proposte dei magistrati, come nel 241 quando i comizi bocciarono le condizioni di pace offerte a Cartagine proposte dal console Lutazio Catulo come troppo leggere, e pretesero un loro aggravio. In effetti,  proprio dai ceti contadini che viene una spinta decisiva alla politica di conquiste e al loro sfruttamento. In una societ del genere, ancora sostanzialmente coesa e unita intorno alla politica di espansione territoriale per la ricerca di nuove terre, il consenso non pu che essere alto, anche nel momento del maggiore pericolo e quando  pi forte lo stress della guerra.
Ma anche i rapporti tra Roma e la cosiddetta confederazione italica sono all'insegna del consenso. In apparenza potrebbe sembrare assurdo, o perlomeno difficile, che alleati in condizione di inferiorit e sottoposti a obblighi fiscali e militari siano alleati fedeli. Per se si considerano alcune cifre che la ricerca storica deduce faticosamente dalle fonti antiche, vediamo che le terre espropriate agli ex nemici e destinate alle assegnazioni individuali e alla colonizzazione sono solo il 20 percento del totale, e che nelle richieste agli alleati gli obblighi militari sono pi leggeri di quelli sopportati dai cittadini romani stessi. Infatti il numero degli alleati nell'esercito romano, calcolato tra l'altro secondo censimenti locali, non supera mai il 50-60 percento del totale degli arruolati, mentre il rapporto numerico tra Latini e alleati da una parte e cittadini romani dall'altra  superiore a due a uno.
Al di l di queste cifre, tuttavia, sta il fatto fondamentale che Roma dimostr sempre grande flessibilit nel confronto con le autonomie locali sia pure favorendo un processo lento di uniformazione istituzionale e di integrazione dei pi vicini alla sua cultura, e lo fece al punto di cooptare membri delle classi dirigenti italiche nelle sue magistrature: gi nel 322 abbiamo il primo console proveniente da Tuscolo e nel terzo secolo l'ascesa politica di un personaggio come Curio Dentato, sabino, mentre dalla nobilt campana giungono alcune famiglie in vista come gli Otacili e gli Atili che con i Claudi danno la spinta decisiva alla espansione verso il Sud. Del resto  proprio la capacit di far proprie le istanze della penisola, di ragionare in termini italici e non solo cittadini anche nella gestione della politica di espansione, e di divisione dei profitti, che garantisce a Roma il consenso delle comunit della confederazione.
Forse Annibale credeva di avere di fronte solo una citt con dei sudditi, non con alleati che restarono in buona parte fedeli anche nel periodo pi tragico della guerra.
I rapporti tra Roma e Cartagine
Per duecentocinquant'anni, dalla caduta della monarchia fino al 261, i due sistemi politici ed economici di Cartagine e Roma si erano integrati perfettamente. I loro presupposti erano diversi, per non dire opposti, come erano opposti i loro interessi e le loro mire. Anche la loro necessit interna rendeva possibile questa coabitazione. Da una parte una citt ricca e potente, erede di una cultura millenaria, che si preoccupava di proteggere e ampliare la propria rete di commerci che ruotavano intorno a empori e colonie in tutto il Mediterraneo occidentale fino alle colonne d'Ercole, e che solo in Africa e in Sardegna si era spinta a occupare territori dell'entroterra. Dall'altra parte una citt che con le armi aveva superato in potenza tutte le citt italiche e che da un decennio, dalla guerra contro Pirro, era arbitra della penisola dall'Appennino fino a Reggio.
Esistono dal 509 (anno della caduta della monarchia di origine etrusca in Roma) all'epoca della invasione di Pirro ben cinque trattati romano-punici che si preoccupano di fondare giuridicamente delle relazioni amichevoli tra le due citt, nel perseguimento dei rispettivi interessi e con il fine di evitare eventuali motivi di attrito. In tali patti i Cartaginesi ribadiscono il primato delle attivit commerciali e ragionano sulla base della prospettiva del mare clausum, cio la fissazione del controllo e del monopolio commerciale su tratti di mare vietati alle navi romane, di fatto la costa libica e la Sardegna, con il blocco della rotta verso il Mediterraneo occidentale. Quanto a Roma i suoi scopi sono prevalentemente difensivi e si manifestano nell'esigenza di proteggere le citt della costa del Lazio e gli alleati dagli sbarchi dei Cartaginesi ai quali  perfino vietato trascorrere anche solo una notte sulla terraferma. Il quinto trattato del 279/278, sia pure stipulato sotto la minaccia di una flotta cartaginese alla foce del Tevere, rappresenta il punto pi alto della cooperazione politico-militare tra le due potenze, che infatti si accordano per darsi reciproco aiuto e si impegnano a non concludere paci separate con i Greci. Sulla falsariga delle relazioni amichevoli con gli Etruschi nel sesto  secolo e del riconoscimento del comune nemico greco, Cartagine spinge perch Roma non ceda alle lusinghe di pace di Pirro il quale, dopo aver combattuto con i popoli della penisola, si apprestava a investire i domini punici della Sicilia occidentale.
Tuttavia la prima guerra punica fu combattuta: e fu combattuta dai due contendenti con uno spiegamento di forze quale mai forse misero in campo e, poich dur dal 264 al 241, fu la guerra pi lunga nella quale la citt si trov impegnata.
Lo scontro,  ovvio, ebbe delle cause, e nessuno  pi bravo di uno storico antico nella dottrina delle cause. Se seguiamo Polibio (Livio  andato perso), la nostra fonte migliore e pi acuta, la guerra tra Roma e Cartagine  lo sbocco necessario di uno scontro per la supremazia tra due potenze, l'una gi affermatasi sul mare e l'altra in terra, uno scontro che si dispiega nel cuore del Mediterraneo, intorno a quella Sicilia che da due secoli era l'epicentro di logoranti lotte tra Punici e Greci.
E se  vero che le due potenze avevano un sistema economico e mire espansionistiche in grado di coesistere,  altrettanto vero che proprio dalla recente conquista dell'Italia meridionale Roma aveva inaugurato una nuova fase di sviluppo. La classe dirigente e poi anche i comizi popolari si erano abituati a ragionare non pi in termini di citt-stato, ma tenendo conto della realt italica, e il nuovo concetto geopolitico, gi noto ai Greci che si interrogavano sulla natura della nuova potenza, era usato in funzione della difesa globale della penisola e della politica di espansione. Se, come alcuni sostengono, l'Italia era per Roma la porzione di territorio tra Appennino e Tirreno, a maggior ragione un eventuale dominio cartaginese sulla Sicilia intera avrebbe costituito una minaccia serissima all'Italia meridionale e alla costa tirrenica.
Certo: a questa nuova visione politica e militare Roma arriv per gradi. In effetti il casus belli riguard nel 264 la sola citt di Messana (Messina) dalla quale venne al senato una richiesta di deditio e di alleanza da parte dei mercenari campani del tiranno siracusano Agatocle che dal nome eponimo del dio Mars prendevano il nome di Mamertini, gli stessi che avevano occupato la citt con l'inganno e ne avevano trucidati i cittadini prendendosi le mogli e guadagnando fama universale di barbari e briganti: erano sotto la pressione di Gerone, tiranno di Siracusa, e dei Cartaginesi, che avevano un presidio in citt. Nel conflitto interno tra il senato, dove probabilmente c'erano spinte degli agrari per la colonizzazione del Nord Italia, e il popolo, spossato dalle recenti guerre e bisognoso di migliorare a qualunque costo le sue condizioni, prevalse quest'ultimo, e si prese la decisione meno onesta ma pi utile, cio l'intervento. Al di l del timore della minaccia cartaginese su tutta l'Italia in caso di conquista dell'isola, cosa di cui i buoni contadini italici non si rendevano conto quando vennero chiamati a votare, ebbe peso anche l'influenza e l'ambizione dei consoli e forse la componente campana nell'aristocrazia a sua volta legata al gruppo tradizionalmente avventurista dei Claudi, che di fatto presero l'iniziativa con un console della loro famiglia, Claudio Caudice.
La prima guerra punica
Quanto allo svolgimento della guerra in s, essa super ben presto la dimensione locale (Messina) da cui era iniziata, e la presa di Agrigento (262), con il grandioso bottino che se ne riport fece balenare al popolo romano il disegno pi ambizioso di cacciare i Punici da tutta l'isola.
La prima guerra combattuta fuori dall'Italia divent una guerra globale che richiese ai due contendenti uno sforzo bellico ed economico immenso; e a Roma di inventarsi un teatro di battaglia per lei nuovo, il mare. Gi l'anno successivo all'affare di Messina, Roma fu in grado di armare cento quinquereme dotate dei celebri ponti da combattimento detti corvi, e pure con perdite spaventose dovute alla differenza tra la perizia degli ammiragli punici e quelli romani, e una certa approssimazione nelle costruzioni navali, la flotta divenne il fattore decisivo nella vittoria romana. Infatti sulla terraferma le truppe di Roma e dei suoi alleati furono spesso tenute in scacco dalle milizie mercenarie di Cartagine, per lo pi arroccate nelle loro piazzeforti nella Sicilia occidentale e comandate da ufficiali di formazione greca. Il padre di Annibale, Amilcare Barca, era uno di questi, e riusc a reggere l'urto delle legioni nella citt di Erice al punto di uscire invitto e con l'onore delle armi. E di guadagnarsi l'elogio di Catone che lo giudicava generale superiore ai grandi re ellenistici.
Sul mare invece, a onta delle perdite umane spaventose - specie nelle tempeste, come a Camarina dove annegarono 60 000 uomini! - le sconfitte si alternarono con le vittorie come quella celebre di Duilio a Milazzo nel 260 e quella decisiva di Lutazio Catulo alle isole Egadi nel 241. E mentre ancora i cittadini romani ricorrevano a un prestito forzoso allo stato per armare le loro ultime navi, Cartagine spossata chiedeva la pace che le veniva concessa a condizioni dure ma non mortali. Di fatto la perdita della Sicilia e un gravoso tributo, che l'ingordigia dei comizi popolari aggrav rivelando la sete di bottino e di ricchezza di tutti i ceti della societ romana e una spinta difficilmente contenibile all'espansione territoriale.
Senza che a Roma spiacesse, a Cartagine prendeva il sopravvento il partito agrario, cio i gruppi che premevano per un'espansione di quei domini africani che al di l della chora della citt costituivano con i loro tributi una delle principali entrate dello stato punico. Gi nel pieno della guerra, Annone il Grande (un nome che incontreremo ancora) aveva promosso una spedizione fino a Theveste giungendo al limite massimo delle conquiste puniche in Africa. La rinuncia al comando da parte di Amilcare, il capo della fazione dei Barcidi favorevole invece alla ricerca di un nuovo impero oltremare, fu il prudente riconoscimento di questa situazione; e del resto non era sconosciuto al generale il destino dei comandanti sospetti al senato della sua citt.
Pi in generale la guerra aveva posto in primo piano una grande difficolt nella gestione della strategia globale da parte di entrambi i contendenti. La forma politica della citt-stato, con le sue assemblee, i magistrati e i corpi permanenti di anziani, imponeva infatti livelli diversi di assunzione di scelte e quindi le decisioni prese riuscivano macchinose e spesso contraddittorie, con un aggravio spaventoso delle perdite umane. Mancava soprattutto una continuit nella elaborazione della strategia e nel comando: a Roma evidentemente per l'annualit e la collegialit delle cariche che imponeva a un console o a un pretore di abbandonare un comando quando aveva raggiunto un minino di esperienza, a Cartagine per la feroce rivalit che divideva senato e generali (da quel che sappiamo, spesso eletti dagli eserciti e poi dal popolo, e destinati non di rado alla crudele sorte della crocifissione). La citt punica infine mostr quello che sarebbe stato il suo limite pi grave nel confronto con Roma, cio lo scarso livello di integrazione della sua area di influenza che ne ridusse drasticamente le risorse economiche e umane e che si sarebbe mostrato in tutta la sua evidenza in un tragico corollario alla prima guerra contro Roma.
La guerra senza quartiere
Appena conclusa la guerra, Cartagine fu minacciata nella sua stessa esistenza dalla rivolta di quei mercenari che aveva dovuto smobilitare, che non era in grado di pagare e che, imprudentemente concentrati ai margini del territorio africano della citt, per quattro anni fino al 237 misero a ferro e fuoco l'Africa punica giungendo ad assediarne la capitale.
La nostra fonte, Polibio, la riporta per mettere sull'avviso chi in futuro si voglia servire di mercenari - e la sua descrizione  uno spaccato di questo mestiere e degli uomini che lo praticavano: Ispani, Galli, Liguri, Baleari, mezzi greci (probabilmente Campani, schiavi e disertori) - ma  troppo intelligente per limitarla ai soli soldati. Come spesso accade nell'antichit la rivolta di gruppi specializzati (mercenari, gladiatori, schiavi-pastori, gli unici uomini in armi) trova alimento e sostegno nel malcontento sociale che unisce emarginati a emarginati. E ai mercenari si unirono non tanto gli schiavi della chora, quanto i Libi che abitavano le citt o i villaggi dell'entroterra e che erano stati spremuti dal senato di Cartagine per far fronte ai pesi della guerra; fu tale l'entusiasmo che le donne africane si spogliarono in massa dei loro beni e dei loro gioielli per impinguare il tesoro di guerra dei ribelli, e con loro si allearono perfino citt di origine punica come Utica e Biserta.
La guerra fu atroce: senza quartiere, come la definisce Polibio - la nostra unica fonte - con tradimenti, massacri, crudelt efferate come crocifissioni, uomini schiacciati dagli elefanti, torture, cannibalismo. Eccone un episodio, da uno storico che di proposito non indulge al tragico, e che ci illumina sul comportamento delle societ dei mercenari:
Quando Mato e Spendio [i due capi della rivolta, l'uno libico, l'altro uno schiavo fuggitivo campano, un mezzo greco] dalla tribuna accusavano e calunniavano Giscone [incaricato di risolvere la questione, finir tragicamente mutilato e gettato vivo nella fossa da parte dei mercenari] e i Cartaginesi, li ascoltavano con grande zelo e prestavano loro tutta l'attenzione, ma se qualcun altro si presentava per consigliarli, senza neppure aspettare di capire se avrebbe parlato in difesa di Spendio o contro di lui, lo uccidevano a sassate. In questo modo molti morirono nelle varie assemblee, e capitani, e soldati semplici: la parola lapidateli era l'unica che tutti, nonostante la diversit delle lingue, sapessero comprendere, tanto spesso essa veniva usata. A tali eccessi arrivavano soprattutto quando si riunivano in assemblea dopo il pasto, eccitati dal vino. Al primo grido lapidatelo, l'oratore veniva assalito cos simultaneamente da ogni parte, che nessuno di quanti si presentarono a parlare riusc a scampare alla morte. (Pol., I, 69)
Ma la guerra dei mercenari ci fa capire qualcosa sulla guerra che seguir, e su come fu combattuta.
In primo luogo la sua conclusione rivela ancora una volta la fragilit dell'impero cartaginese e il fatto che la citt punica ha a disposizione solo l'opzione militare per il suo controllo; se si pensa alle soluzioni anche politiche che Roma mise in atto per vincere una guerra forse simile a questa, la guerra contro i suoi alleati del 90 a.C., si tocca con mano la grande diversit dei due imperi e quindi la ricchezza del fattore umano che la politica metteva a disposizione di Roma.
La seconda conseguenza  la polarizzazione dei due partiti cartaginesi, la fazione degli agrari e la fazione dei Barcidi, che ritorner per tutta la durata della seconda guerra punica e costituir un ostacolo non da poco alle decisioni di Annibale; lo stesso Amilcare Barca, che esce vincitore dalla guerra grazie alla perizia, alle astuzie e alla crudelt proprie dei generali ellenistici, fonda le sue fortune sull'appoggio dell'elemento popolare che entra sempre pi nella scelta dei comandanti militari.
Infine Roma, che prima aiuta Cartagine e invia dei soccorsi in derrate alimentari - e qui alcuni hanno visto una connessione tra gruppi del senato romani favorevoli alla pace e il partito di Annone, mentre si tratta semplicemente della solidariet tra uomini educati fin da fanciulli alla obbedienza alle leggi e alla vita civile contro un'orda confusa di barbari. Poi, tuttavia, approfitta della propagazione alla Sardegna del malessere dei mercenari per inviare una spedizione a impadronirsi dell'isola; respinge infine le rimostranze di Cartagine e in aggiunta appesantisce ulteriormente l'indennit di guerra.
 una delle cause polibiane della seconda guerra punica: la perdita della Sardegna e lo sdegno per il tradimento di Roma.
La seconda guerra punica.
La prima causa che propone Polibio  l'odio della famiglia dei Barcidi nei confronti di Roma, reso celebre dal giuramento che Amilcare fece pronunciare al figlio giovinetto in procinto di partire per la spedizione in Spagna. Il che ha fatto sorridere i moderni, abituati a spingere verso concetti astratti la scienza delle cause storiche, come se l'orgoglio aristocratico e il culto del potere personale e della morale eroica che la famiglia aveva appreso dai Greci non fossero una leva sufficiente per la ricerca di una rivincita.
L'odio e il revanscismo poi si sarebbero trasformati nel tentativo da parte della citt (in pieno accordo con le ambizioni dei Barcidi) di recuperare con l'occupazione della Spagna meridionale il ruolo di potenza nel Mediterraneo occidentale che la sfortunata conclusione della guerra precedente ormai le precludeva.
Ripetiamo quindi con lo storico antico che la guerra fu una lotta senza quartiere per l'egemonia e che le sue cause risalgono tutte agli anni immediatamente successivi al 241, quando Cartagine fu messa alle strette da quella sete di dominio e di ricchezza di Roma che i comizi dimostrarono appesantendo le condizioni di pace.
Non sappiamo se la decisione di marciare sull'Italia fosse presa a Cartagine, o in Spagna da Annibale, o se addirittura fosse la continuazione di un progetto del padre che, a quanto dice Polibio, riteneva la Spagna un trampolino di lancio per il proseguimento della guerra contro Roma. Sta di fatto che il casus belli fu consapevolmente cercato da Cartagine con l'assedio della citt di Sagunto, alleata dei Romani, e che sempre Cartagine si rifiut di consegnare il suo giovane generale quando alcuni gruppi politici romani cercarono di comporre il conflitto attribuendone solo ad Annibale la responsabilit. La decisione fu dunque decisione collettiva e non un tentativo romantico di un uomo di acquistare un potere personale per s e la sua famiglia.
 ovvio, di conseguenza, che il progetto di invasione, per quanto audace, non pot mancare di pianificazione e di preparazione logistica. Annibale parte dopo aver assicurato la difesa della madrepatria e delle nuove conquiste spagnole, e comunque  obbligato a prendere la strada della Gallia e poi delle Alpi dalla ormai incontestata superiorit romana sul mare.
La reazione di Roma pu essere stata di sorpresa di fronte all'azzardo dell'esercito di Annibale - e infatti il console Publio Cornelio Scipione (padre dell'Africano) non riesce a intercettare il Cartaginese al Rodano - ma, se sorpresa ci fu, essa non fu certo di natura politica e strategica. Tutta la politica romana tra la prima e la seconda guerra punica mira infatti coerentemente alla prosecuzione della politica di espansione iniziata nella prima met del secolo da un lato con la colonizzazione dell'Italia settentrionale, dall'altro con la salvaguardia del commercio e dei rapporti tra le coste tirreniche, la Sicilia e ora la Sardegna. Cos se la strategia cartaginese ha come obiettivo l'Italia nella speranza di una rapida composizione della guerra (prosecuzione degli affari e della diplomazia con altri mezzi, abbiamo detto!), Roma considera fondamentale l'allargamento del conflitto alla Spagna almeno quanto la difesa dell'Italia.
Forse nella consapevolezza che la rivale non avrebbe potuto reggere un conflitto su pi fronti, i Romani inviano in Spagna fin dal primo anno di guerra Gneo Cornelio Scipione, fratello del console, con la speranza di minare le basi del potere barcide e delle fortune economiche di Cartagine, mentre viene concepito il progetto, poi fallito, di portare la guerra in Africa dalla Sicilia come era gi avvenuto nella prima guerra punica. In Gallia e in Italia la strategia romana  invece difensiva, e prevede di bloccare Annibale su baluardi naturali come possono essere i fiumi. Ma al Rodano prima e, dopo l'attraversamento delle Alpi, al Ticino e al Trebbia (218) questo non riesce. Sul fiume provenzale, il Cartaginese elude brillantemente un esercito romano in marcia dalla costa mediterranea deviando l'itinerario delle proprie truppe verso l'interno. Nei due scontri che si svolgono in Val Padana - il primo, sul Ticino, stando a gran parte delle ricostruzioni poco pi che una scaramuccia; il secondo, sul Trebbia, gi una battaglia di notevoli dimensioni che costa a Roma migliaia di morti - la duttilit e il sovrano senso tattico del Barcide emergono in maniera decisiva.
L'elemento che spiazza Roma  dunque Annibale. E la sua concezione di una guerra rapida condotta con criteri moderni presi dalla tattica militare dei Greci. I Romani cominciano allora a pensare che Annibale si possa vincere solo limitandone la letale pericolosit con una tattica accorta di rinvio degli scontri sul campo, in attesa che le sue scarse truppe si sfaldino o che i suoi nuovi alleati, i Galli, facciano capire agli italici che non  conveniente abbandonare la confederazione romana per entrare a far parte di un'alleanza di barbari.
Nella fase che segue le prime due sconfitte, il comportamento dei Romani sembra oscillare criticamente fra razionalit e orgoglio. Quando l'orgoglio o l'eccessiva sicurezza dei consoli di turno convincono Roma ad accettare lo scontro, i risultati sono disastrosi. In questo senso la sconfitta del lago Trasimeno (nel giugno del 217), con la distruzione quasi completa di quattro legioni in un'imboscata degna degli stratagemmi dei Greci - e la morte in battaglia del console Flaminio - non  altro che una terribile anticipazione di quanto accadr a Canne. Al Trasimeno Annibale utilizza da maestro le condizioni meteorologiche (la nebbia sopra e attorno al lago) per cogliere il nemico di sorpresa; e altrettanto fa con il terreno dello scontro - costringendo i Romani a un ripiegamento suicida verso le acque del lago stesso. Risultato: dai 20 ai 40 000 Romani morti (per armi o per annegamento) o presi prigionieri.
Adesso l'Urbe  davvero sconvolta, e si affida al dittatore Quinto Fabio Massimo, il quale, constatando la superiorit di Annibale sul campo, opta senz'altro per logorarne le forze con una tattica temporeggiatrice (cunctatio) per cui infine passer alla storia: schermaglie, piccoli fatti d'armi volti a togliere sicurezza agli annibalici e a non cedere loro il controllo del territorio. Ma l'appellativo di Cunctator, il Temporeggiatore, non  onorifico da parte romana, n manifesta ammirazione per chi sta tenendo a bada il nemico punico. Secondo l'etica guerriera dei Quiriti questo nemico che usa la scaltrezza, che vince alleandosi con la nebbia e le paludi, deve essere spazzato via in uno scontro in campo aperto: un grande scontro, decisivo e finale.
Annibale dal canto suo rinuncia per la prima volta a quello che in apparenza  il bersaglio pi appetitoso della sua spedizione, Roma. Ma non era venuto per prendere la citt: cos, anzich piegare verso sud devia verso l'Adriatico sbucando nelle ricche pianure del Piceno. Ristora i soldati, guarisce uomini e cavalli dalla scabbia lavandoli con vino vecchio, e poi comincia una marcia devastatrice verso l'interno che trova opposizione valida solo nel temporeggiare di Fabio. Infine sverna in Puglia, una regione che per il clima favorevole e l'abbondanza di raccolti sar sempre prediletta dal Cartaginese per tutta la durata della guerra. La proverbiale ricchezza del territorio di Canosa in greggi dalla lana rinomata e grano -  cos che si mantenevano gli eserciti - lo attira pi a sud, verso il piccolo presidio di Canne dove sapeva che i Romani custodivano delle scorte. Qui arrivano gli eserciti consolari, mai cos potenti in passato, convinti di chiudere definitivamente la partita in quell'angolo d'Italia.

Parte prima.

DA CARTAGINE A CANNE:

IL LUNGO CAMMINO DEI BARCIDI.

1. La scena e i narratori.

Se tu fossi assai inferiore di cavagli, ordina l'esercito tuo tra vigne e arbori e simili impedimenti, come fecero ne' nostri tempi gli Spagnuoli, quando ruppono i Franzesi nel Reame alla Cirignuola.
Niccol Machiavelli, L'arte della guerra

Canne  una localit, o meglio un territorio, della regione che i Romani chiamavano Apulia: si trova a pochi chilometri a sud di Barletta, e oggi fa parte della nuova provincia di Barletta-Andria-Trani. Qui, all'inizio di agosto del 216, Annibale Barca  accampato con un esercito multietnico e mercenario, unito da un impasto di lealt e competizione guerriera, odio antiromano e fame di bottino, che soltanto il carisma di un grande generale pu mantenere compatto ed efficiente.  un esercito assai meno numeroso e pi eterogeneo di due anni prima, quando il Cartaginese si  messo alla sua testa per guidarlo nel temerario attacco contro Roma all'interno della sua grande fortezza peninsulare, difesa dal mare e dalle Alpi.
E sempre qui, a Canne, i due consoli in carica per l'anno, Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, hanno condotto - e comandano, avvicendandosi a giorni alterni - un'armata quale in Italia non si era mai vista. Otto legioni romane, cio il doppio degli eserciti normalmente comandati dai consoli; pi un numero all'incirca equivalente di alleati italici. Roma sta compiendo uno sforzo bellico sovrumano con un unico scopo: impegnare il nemico in una battaglia frontale risolutiva, di brutale semplicit, imperniata sull'urto delle fanterie pesanti; e distruggerlo definitivamente.
Alla base di questo atteggiamento da parte dei Romani vi sono diverse ragioni, ma qui ne elenchiamo anzitutto tre, significative e immediatamente comprensibili: il desiderio di vendetta di tutta una nazione per le sconfitte gi subite per mano di Annibale; le ambizioni dei consoli comandanti l'esercito - sia pure diversamente motivati e orientati - a legare il proprio nome all'annientamento di un nemico cos pericoloso; e, sottesa a ogni altro movente, l'etica guerriera del popolo romano: un'etica aggressiva, secondo la virtus dell'antica tradizione (mos maiorum) e insofferente della disciplina, del controllo tattico.
D'altra parte, non sono solo i Romani a desiderare lo scontro. Anche Annibale scalpita, vuole combattere: e in realt per motivi pi urgenti e concreti di quelli che spingono i suoi avversari. All'esercito punico  indispensabile una vittoria campale sonante, idealmente decisiva, per assicurarsi spazio e tempo di sopravvivenza. L'esercito romano, nel suo nerbo legionario e in gran parte dei suoi alleati, non corre il rischio di soffrire la fame o di sfaldarsi per mancanza di motivazioni che solo superficialmente potremmo liquidare come di bassa lega, quali i saccheggi e il bottino. L'armata di Annibale, s.
Dunque, il Cartaginese ha fretta. Ma rispetto ai Romani ha anche un altro svantaggio: il suo desiderio di battersi sembra contraddittorio e paradossale, tanto il rapporto numerico fra le forze in campo  sbilanciato a favore dei suoi nemici.
Siamo sicuri che questo per Annibale non rappresenti un motivo di sgomento, ma soltanto un problema difficile quanto affascinante. E la cui soluzione deve partire da un'analisi dei punti favorevoli, oltre che dei contrari. Annibale, per esempio, sa che la sua armata, uomo contro uomo,  superiore a quella romana per sangue freddo e perizia con le armi. Fra quest'ultima, infatti, si contano migliaia di reclute inesperte, chiamate in guerra per sostituire i caduti del Trebbia e soprattutto del Trasimeno.
Insomma, il fine del Punico deve essere ridurre, se non annullare, un'inferiorit di numero che, in ragione di un uomo contro due, porterebbe comunque alla sconfitta. Creare tatticamente delle parit numeriche. O addirittura delle superiorit a favore dei Cartaginesi.
Sembra paradossale, abbiamo detto, il desiderio di Annibale di battersi. Perch in realt non poggia solo sul bisogno del momento, ma su alcune valutazioni militari inoppugnabili; a partire da queste, nelle ore che precedono Canne la mente del condottiero cartaginese nulla d per scontato, ma si adopera in un febbrile lavoro, di preparazione tattica. E non  certo una mente militare qualsiasi, quella di Annibale:  la mente di uno dei pi grandi - il pi grande, per molti - generali della storia.
L'arrivo delle armate
Ma per quanto Annibale sia un eccezionale uomo di guerra, che racchiude in s coraggio e lucidit, audacia e discernimento, l'esercito romano resta immenso e si muove sul proprio territorio; e il suo esercito, invece,  esiguo e allo stremo delle forze. L'ultimo periodo che precede la battaglia deve essere drammatico per il Barcide: anzi, drammaticamente troppo lungo, come ci riferisce Tito Livio (XXII, 43):
Annibale, dopo che vide che i Romani avevano compiuto soltanto dei movimenti inconsulti e non erano ancora stati trascinati dalla loro avventatezza alle estreme conseguenze, ritorn negli accampamenti senza aver raggiunto il proprio intento [...] Qui non pot trattenersi pi giorni a causa della mancanza di frumento; nel frattempo, ogni giorno si escogitava un nuovo piano, non solo da parte dei soldati, che erano un'accozzaglia di popoli di ogni specie, ma anche da parte dello stesso comandante. Infatti, se da principio nacque solo un mormorio, poi si ebbero addirittura aperte grida di coloro che reclamavano lo stipendio dovuto e di quelli che protestavano prima per la scarsezza del cibo poi per la fame, mentre si diceva che i soldati mercenari, soprattutto quelli di nazionalit spagnola, avevano deliberato di disertare. Allora si racconta che lo stesso Annibale abbia pi volte pensato a riparare in Gallia, con l'idea di darsi alla fuga con tutta la cavalleria, abbandonando la fanteria. Questi erano i piani e questo era lo stato d'animo negli accampamenti, quando Annibale stabil di muovere verso localit dell'Apulia pi calde e perci pi favorevoli a una pi rapida maturazione delle messi; nello stesso tempo pensava che quanto pi lontano egli si fosse ritirato dal nemico, tanto pi difficili sarebbero state le diserzioni per uomini di carattere cos volubile.
 un passo, questo, ricco di spunti d'interesse. Vi leggiamo una conferma dell'eterogeneit dell'armata punica (dallo scrittore definita addirittura un'accozzaglia, conluvio, di omnes gentes), e un elenco delle urgenze che Annibale deve affrontare per scongiurare la dissoluzione dell'armata stessa. E subito sorgono alcuni interrogativi. Per esempio: quello che rischia di decomporsi  un esercito variegato e stanco - ma trionfante, reduce da una serie di vittorie. Di fronte a quali problemi si possono trovare i comandanti romani in una situazione in teoria opposta, cio a capo di un esercito nuovo e omogeneo, ma inesperto e fors'anche gravato psicologicamente dalle sconfitte dei predecessori? Gravato, beninteso, in pi di un senso. L'umiliazione delle armi romane, la perdita di amici, parenti, genitori devono aver portato nelle legioni un misto di rabbia, paura, esasperazione, bisogno di vendetta a tutti i costi.
Forse per sorge pi immediata un'altra curiosit: qual  il rilievo della testimonianza di Livio nella storiografia inerente a Canne? A quali altre testimonianze dobbiamo fare riferimento per immaginare oggi quello che accadde a Canne oltre due millenni orsono?
Per rispondere, facciamo un po' di ordine nelle fonti a nostra disposizione: o meglio, di quelle prime fonti alle quali tutti gli storici successivi hanno dovuto comunque riferirsi.
Le fonti antiche.
Ovviamente nessuno nei due eserciti che si fronteggiano pu immaginarlo, ma quella che sta per cominciare sar la battaglia campale pi studiata, ammirata e deprecata della Storia, analizzata da tutti i grandi strateghi delle epoche successive. Nel considerarne i risvolti potremo richiamare le opinioni di generali, storici, antropologi, poeti che hanno dato di Canne una loro lettura e interpretazione o semplicemente l'hanno evocata come exemplum o monito.
Tuttavia, della grande battaglia non ci  giunta nessuna testimonianza di prima mano da parte di qualcuno che vi combatt, e nemmeno resoconti di autori a essa contemporanei. Le descrizioni scritte pi famose e citate dell'antichit sono opera di due grandi storici di Roma: Polibio e Tito Livio.
Polibio.  un greco di Arcadia, nato attorno al 200 a.C., figlio di uno stratego acheo e in seguito egli stesso fra i capi della Lega achea. Nel 168, dopo la sconfitta della Lega contro i Romani a Pidna, viene deportato a Roma, dove tuttavia gode della protezione del vincitore stesso di Pidna, Emilio Paolo il Giovane, e della famiglia degli Scipioni. Polibio ha modo di assistere nel 146 alla distruzione di Cartagine al fianco di Scipione Emiliano. Poi intraprende la stesura della sua grande opera di storia universale (le Storie), scritta in greco: la battaglia di Canne viene raccontata nell'ultima parte del libro terzo.
L'importanza del racconto polibiano della battaglia  fondamentale: si tratta dell'unica descrizione di Canne cronologicamente non distante dal fatto che ci sia pervenuta. Polibio afferma di aver potuto contare su testimonianze dirette di ex combattenti della seconda guerra punica; e la sua consuetudine con Emilio Paolo e gli Scipioni (sappiamo che il futuro Scipione Africano quando era giovanissimo prese parte e sopravvisse alla battaglia) ne avvalora di molto l'attendibilit. Tra le fonti scritte, Polibio probabilmente privilegi gli annalisti romani Fabio Pittore, Cincio Alimento e Aulo Postumio Albino (i quali, per, scrivevano in greco, che all'epoca era ancora la lingua della cultura per eccellenza); e tra i filocartaginesi, il greco di Sparta Sosilo e il siculo Sileno di Calacte, il quale accompagn Annibale in Italia e compil un resoconto ufficiale della seconda guerra punica.
Un'altra fonte imprescindibile  Tito Livio. Sebbene vada precisato subito che gi il resoconto di Livio si colloca cronologicamente a ben due secoli di distanza dalla battaglia.
Della vita di questo grande storico romano non si sa molto: nato e morto a Padova (ca. 59 a.C.-17 d.C.), amico di Augusto, sembra che Livio nella sua vita si sia dedicato soprattutto alla scrittura. Livio  un esaltatore dei valori patriottici e imperiali di Roma. In particolare, compone la monumentale opera storica (giunta a noi solo in parte) Dalla fondazione di Roma, in 142 libri: di Canne racconta in un'ampia porzione del 22esimo. Seneca lo ricorda anche come autore di opere filosofiche, tuttavia perdute.
La trattazione liviana della battaglia diverge in modo significativo da quella di Polibio, non tanto nella dinamica del suo svolgimento, quanto per l'aggiunta di alcuni episodi e nel conto delle perdite;  probabile che Livio, pur conoscendo l'opera dello storico greco, da parte sua abbia fatto riferimento soprattutto a Celio Antipatro (seconda met del secondo secolo a.C.), autore di una storia perduta della guerra annibalica. Sembra peraltro che Antipatro a sua volta avesse utilizzato le medesime fonti di Polibio, in particolare Fabio Pittore e Sileno. Livio peraltro attinge anche ad annalisti pi tardi.
Nella nostra ricostruzione seguiremo i racconti di Polibio e di Livio, mettendoli a confronto quando le loro posizioni sono diverse e ricorrendo alle analisi pi recenti e aggiornate degli esperti e dei critici moderni, soprattutto nei luoghi in cui le principali fonti antiche ci appaiono meno credibili e convincenti. Un punto sul quale non si presenta alcuna divergenza degna di nota fra questi due storici di Roma,  il luogo dove si svolse lo scontro.
Il campo di battaglia.
A differenza di altri grandi fatti d'armi dei tempi antichi, si pu dire che sappiamo da sempre in quale localit abbia avuto luogo la battaglia di Canne. Si tratta di un territorio pianeggiante nei pressi dell'attuale sito archeologico di Canne - come dicevamo, pochi chilometri a sud di Barletta, e a nord-est di Canosa. Il riferimento fatto dalle fonti che maggiormente agevola l'identificazione  quello al fiume Aufido, corrispondente all'odierno Ofanto.
Polibio spiega che l'Aufido  l'unico fiume d'Italia che attraversi lo spartiacque appenninico avendo le sorgenti sul versante rivolto al mar Tirreno, e la foce nell'Adriatico. Sia Polibio sia Livio convengono inoltre che la battaglia debba essersi svolta in una zona pianeggiante: un elemento decisivo, come vedremo, per facilitare le manovre della cavalleria.
Se in relazione all'area in cui ebbe luogo la battaglia non vi sono mai stati molti dubbi, esiste tuttavia una questione relativa all'esatta ubicazione - alla topografia, possiamo dire - del campo di Canne, che riveste interesse soprattutto per gli storici militari e gli studiosi di tattiche di guerra. Ne diamo qui conto sommariamente. Secondo sia Polibio sia Livio l'esercito romano era disposto con il fronte a mezzogiorno e il fianco rivolto al fiume, mentre i cartaginesi erano schierati verso nord. In questo modo il sole del mattino non avrebbe abbagliato n l'uno n l'altro degli schieramenti.
Gli storici romani non attribuiscono a nessuna delle due posizioni un vantaggio degno di nota. Tuttavia, quasi duemila anni dopo, il grande maestro di spada giapponese Miyamoto Musashi (17esimo secolo), ben pi attento ai dettagli che in uno scontro - fra individui come fra eserciti - possono rivelarsi decisivi, nel Libro dei cinque anelli afferma:
 indispensabile verificare con cura le condizioni ambientali. Avere il sole dietro a s  sempre un vantaggio, cerca quindi di piazzarti in maniera di averlo alle spalle e, se ci non fosse possibile, fai che esso sia almeno alla tua destra.
Anche al chiuso dovrai avere la luce dietro di te, oppure a destra. Accertati che nulla ti ostacoli alle spalle e che vi sia ampio spazio alla tua sinistra, mentre sul fianco destro ti serve soltanto il margine sufficiente a maneggiare l'arma. Di notte fai lo stesso: se vuoi mantenere l'avversario sotto controllo, il fuoco sia dietro a te o sul fianco destro.
Il maestro giapponese parte dal presupposto che le spade vengano dirette con la mano destra, quindi con la tendenza a colpire verso sinistra. Dunque i Romani, che con il fronte volto a sud si trovano il sole a sinistra, sarebbero in realt in una posizione leggermente svantaggiata. Inoltre Livio sostiene che i Romani avessero anche il fastidio di trovarsi contrario il Volturno, un vento di scirocco (sembra abbia preso nome dal monte Vulture, un vulcano spento alto circa 1300 metri nell'attuale provincia di Potenza) particolarmente molesto, che spirando da sud-est soffiava loro in faccia molta sabbia. Tale vento costituisce ancora ai nostri giorni un tratto ambientale della zona, come ci raccontava pochi anni fa in Annibale, con il suo stile incisivo, Gianni Granzotto:
Questo vento Volturno, che ebbe una parte importante nella pagina di Canne, spira ancora oggi.  una delle circostanze naturali rimaste intatte dopo duemila anni. S'infila nella valle dell'Aufido, un solco fra il Tavoliere e le Murge; e mi dicono che in estate, nell'aria stagnante, penetra dentro questo corridoio diventando sempre pi irruente man mano che il giorno cresce e la terra si scalda. Quando si mette a turbinare, subito dopo il meriggio, c' da restare accecati.
In ogni modo: per conciliare i vari resoconti, gli storici pi moderni hanno collocato la battaglia in diversi punti nei dintorni dell'altura di Canne, sia sul lato destro sia sul lato sinistro dell'Aufido. L'ipotesi oggi pi seguita  che essa abbia avuto luogo sul lato destro del fiume (dove effettivamente sorge l'altura da cui lo scontro ha preso il nome), e che il fronte romano fosse rivolto a sud-sud-ovest e i Cartaginesi a nord-nord-est, sul terreno piano subito a levante del Monte di Canne. Sebbene nei secoli il corso del fiume si sia spostato e modificato pi volte, questa idea appare convincente non soltanto perch configurerebbe un terreno propizio alla cavalleria (l'unico tipo di terreno compatibile con l'andamento della battaglia) ma anche perch presenterebbe un fronte di manovra abbastanza ampio per contenere eserciti tanto numerosi.
Bisogna aggiungere che, pur essendo marginale nel nostro racconto, la questione del campo di Canne continua ancora oggi a essere un gioco o un cimento di passioni e curiosit: c' per esempio chi lo ipotizza decisamente pi a nord (circa al confine tra le province di Foggia, Campobasso e Benevento) identificando il fiume Aufido non con l'Ofanto, bens con il Fortore.
Oggi Canne della Battaglia  un sito archeologico riportato alla luce da alcune campagne di scavo del ventennio fascista - motivate dal culto della romanit imperiale - in posizione dominante rispetto alla pianura ove  probabile che si sia svolta la battaglia.
Una visita al sito di Canne oggi pu rivestire un interesse turistico e archeologico, ma non per chi desiderasse osservare reperti direttamente inerenti alla battaglia. Questi non sono stati mai trovati, perch le armi dei Romani caduti servivano, e subito, ai Cartaginesi vincitori. Dalla collina, il vasto pianoro si estende piatto - probabilmente come lo videro i soldati dei due eserciti; e in piena estate il clima, anche al netto del global warming odierno, sar pi o meno lo stesso di allora. Il vento di scirocco, quali che siano stati i vantaggi e svantaggi specifici che arrec alle due schiere, doveva soffiare torrido; e non ci vuole molta immaginazione per pensare che le condizioni nelle quali i soldati - in maggioranza gravati da un pesante armamento - si batterono per ore fossero particolarmente severe. Viene anche da pensare che la scelta del terreno dimostri da parte dei generali romani una certa imperizia, o avventatezza, o sicumera.  un campo di battaglia che sembra fatto apposta per agevolare le manovre della cavalleria: l'unica arma in cui Annibale  loro nettamente superiore.
Abbiamo detto che i Romani combattevano a casa loro, in Italia, ed  noto che prima di Canne a casa loro avevano gi subito per mano di Annibale alcune cocenti sconfitte. Ebbene, all'origine di tutto questo vi  un fatto inaudito: l'invasione della penisola italica via terra da parte di un esercito straniero, organizzato (non un'orda barbarica che precedesse una migrazione di popoli, come tante volte sarebbe accaduto nei secoli a venire; n un sovrano straniero, come Pirro, chiamato in aiuto contro Roma da un'altra nazione italica). Si tratta di un evento mai accaduto prima, e che praticamente non si ripeter mai pi - in mille anni e oltre di storia romana.
Crediamo valga la pena di spiegarne le origini, anche se a questo fine ci toccher compiere un passo indietro. Quindi lasciamo per ora gli eserciti a dormire nelle tende, il Volturno placato dalla relativa frescura della notte apula.

2. Contro Roma: una citt o una famiglia?

Disse che gli era apparso in sogno Alessandro e gli aveva mostrato una tenda regalmente adorna, al cui interno si trovava un trono. Alessandro gli aveva detto che l sarebbe stato al loro fianco, quando vi si fossero riuniti e avessero discusso, e che avrebbe collaborato a ogni deliberazione e azione intrapresa nel suo nome.
Plutarco, Vita di Eumene

Per comprendere quali circostanze hanno reso possibile l'arrivo dell'armata cartaginese sui campi dell'Italia meridionale, occorre tenere presente anzitutto che quando Annibale schiera le truppe nella piana di Canne la sua patria non  pi la stessa citt che fino al quarto secolo aveva sfidato la talassocrazia greca sul Mediterraneo. E ritorniamo a quanto anticipato poc'anzi: forse, come pensano alcuni in una ipotesi estrema, l'esercito cartaginese schierato a Canne non era pi nemmeno un esercito cartaginese, ma piuttosto il seguito di un capo militare - lo stesso Annibale - e della sua famiglia - i Barcidi. Dunque se uno dei due attori della tragedia che si mette in scena a Canne  Roma, forse l'altro non  proprio Cartagine, ma il rappresentante pi prestigioso e geniale di una famiglia reale.
Ma chi erano veramente i Barcidi, la famiglia che rappresent il pericolo pi grande per Roma?
Per capirlo meglio, partiamo da una suggestione abbastanza comune quando si pensa ai grandi condottieri: la prima misura della grandezza di Annibale e della sua impresa sembra essere la solitudine. Una condizione che lo espone da un lato a un pericoloso isolamento rispetto alla madrepatria, ma che dall'altro allarga indefinitamente le competenze e i vincoli di tempo e di spazio alla sua azione.
Ebbene, questa solitudine non emana tanto dall'eccezionalit del condottiero: piuttosto, essa era il destino di tutti i generali cartaginesi. Per imporre il proprio comando a eserciti di mercenari provenienti dalle regioni pi lontane del Mediterraneo occorrevano esperienza, conoscenze tecniche e valore personale; cos questi uomini erano scelti dal popolo tra le famiglie pi elevate della citt, all'interno delle quali si era da tempo formata una lite di condottieri in grado di sostenere con le armi la sua espansione imperiale. E a volte la nomina del popolo a Cartagine non era altro che la ratifica dell'elezione sul campo da parte delle truppe: un diritto che, in quelle comunit di soldati che erano gli eserciti antichi, sembrava il pi naturale.
L'aristocrazia al potere nella citt era esigente solo al termine delle campagne militari, perch a quel punto essa richiedeva, oltre che la vittoria, un rendiconto finale davanti all'ordo iudicum, l'ordine dei giudici del Consiglio dei centoquattro, e un pronto rientro del vincitore nei suoi ranghi prima che si incapricciasse di fantasie egemoniche e dinastiche. In caso contrario i mercanti e i proprietari terrieri che governavano la citt sapevano essere molto crudeli, e la sorte di chi per un motivo o per l'altro violava queste regole poteva anche essere la crocifissione.
La stirpe del fulmine
Tuttavia, eccoci al punto: la libert e l'indipendenza d'azione di Annibale hanno anche un'altra fonte: il destino e la fortuna della sua famiglia.
I Barcidi - cos si chiamavano, con ogni probabilit dalla radice semitica trilittera brq, fulmine comunemente traslitterata in Barca - erano, anche solo per le cospicue ricchezze (quelle su cui ricamer a tinte fosche Flaubert in Salammb) e la posizione preminente nella politica cartaginese, una delle famiglie naturalmente destinate al servizio degli interessi imperiali della citt.
Senza seguire i poeti nelle fantasie che fanno risalire i progenitori dei Barcidi alla famiglia della mitica Didone, va ricordato che questo soprannome  l'equivalente dell'appellativo greco Keraunos, a sua volta documentato nell'onomastica dei dinasti militari che si contendevano l'eredit di Alessandro. Noi non sappiamo se il soprannome sia antico o recente: tuttavia, qualora fosse stato assegnato ad Amilcare Barca, il padre di Annibale, per le sue doti guerresche e la rapidit dei movimenti - e fosse quindi un esempio di soprannome dovuto al valore (cognomen e virtute come dicevano i romani) -, vedremmo un'ulteriore conferma della vocazione alla guerra e al comando della famiglia, di un modo di combattere che accomuna il padre e il figlio; e insieme del destino di un gruppo straordinario di uomini, che per pi di trent'anni minacci la potenza di Roma. Fu infatti Amilcare Barca - il generale pi abile e valente della prima guerra punica - che salv Cartagine nella guerra dei mercenari. E fu ancora Amilcare a indirizzare la potenza punica, uscita ridimensionata dal primo conflitto con Roma, verso quelle acquisizioni in Spagna che costituirono dal 237 al 210 a.C. una sorta di protettorato dei Barcidi.
O addirittura, secondo alcuni studiosi, un regno: retto dalla famiglia come se si trattasse di una monarchia assoluta, simile a quelle che si erano affermate nell'Oriente greco dopo la morte di Alessandro Magno.
Il potere a Cartagine
Il disastroso esito della prima guerra punica aveva ridotto Cartagine a potenza regionale, a causa della perdita della Sicilia cui si erano aggiunte ben presto quelle della Sardegna e della Corsica: perch Roma, approfittando cinicamente della gravissima crisi scoppiata con la rivolta dei mercenari, aveva tolto alla citt quegli antichissimi possedimenti. In aggiunta i Cartaginesi dovevano pagare un ingente risarcimento di guerra - appesantito pi volte, e con motivi pretestuosi, dalla rapacit dei Romani.
Alla citt punica restavano due opzioni. La prima, pi semplice - sostenuta all'interno del senato cartaginese da Annone, il nemico giurato dei Barcidi, che per trentacinque anni avrebbe rappresentato a Cartagine una sorta di eminenza grigia - spingeva per il completamento dell'espansione in Africa a spese dei Libi, e di conseguenza per una politica d'oltremare pi prudente. A questa scelta si opponeva il partito dei Barcidi, che invece vedeva una possibilit di rivincita su Roma nella costituzione di un dominio territoriale, lungo le direttrici tradizionali della colonizzazione fenicia: cio il Mediterraneo occidentale e la Spagna.
 in un tale contesto che Amilcare, sottoposto a giudizio come responsabile della sollevazione per le incaute promesse fatte ai mercenari, si ritrova in gravissimo pericolo. Ma proprio questa crisi si rivela foriera di grandezze future. Infatti, grazie all'influenza presso il popolo di suo genero Asdrubale, Amilcare sfugge a un insidioso procedimento, riuscendo anche a farsi assegnare l'incarico in Spagna. Lontano dagli intrighi senatoriali, e con le mani libere.
Non  un evento straordinario. Gi durante la rivolta dei mercenari Amilcare aveva ottenuto il comando assoluto grazie alla rimozione di Annone da parte di un'assemblea popolare, e in seguito gli era stato associato sempre dal popolo un altro generale.
L'assemblea aveva il potere di eleggere i generali (e i sufeti), ma forse nell'ultima parte del terzo secolo e nel secondo, sotto la pressione dei rovesci politici e militari, si cominciava a prospettare quella rivoluzione (o involuzione e segno di decadenza, a sentire Polibio) in senso democratico (o demagogico) che secondo alcuni storici moderni avrebbe costituito il trampolino di lancio per le fortune dei Barcidi.
Abbiamo gi discusso a proposito della costituzione di Cartagine il problema della deriva democratica degli organismi politici della citt collocata da Polibio ai tempi della guerra annibalica.
Le informazioni sulla costituzione cartaginese sono scarse; ed  forte la tentazione di collegare fatti distanti nel tempo per sopperire alle lacune delle fonti. In effetti alcuni storici (ma non gli antichi) hanno direttamente associato questa presunta evoluzione democratica dello stato al comportamento demagogico dei Barcidi - Asdrubale, al momento della sua successione ad Amilcare, poi Annibale, il quale da sufeta si rivolge direttamente al popolo, ma anche Amilcare ai tempi della guerra contro i mercenari - con lo sviluppo da parte dei Barcidi di concezioni dinastiche, per non dire di una vera e propria monarchia di stampo ellenistico: un potere con base territoriale in Spagna, e fondato sull'ideologia della vittoria con le armi e sulla divinizzazione del re - in virt del suo rapporto speciale con gli dei e la Tyche (la Fortuna).
Un potere che accomuna l'esperienza di questa straordinaria famiglia con i modelli di Alessandro Magno e dei suoi successori in una continua dialettica tra le loro ambizioni personali o dinastiche e le esigenze di potenza di una repubblica di mercanti di cui sono pur sempre i generali.
La conquista della Spagna
Dunque: come apprendiamo da Polibio, Amilcare part da Cartagine perch inviato con un esercito.
Era inviato allo scopo di riconquistare la Spagna: cio di rinsaldare, in mezzo a quello che restava delle antiche citt fenicie della costa e le trib iberiche, l'influenza culturale e commerciale cartaginese, scossa dall'esito infausto della prima guerra punica e dagli sconvolgimenti della guerra dei mercenari, con susseguente perdita della Sardegna.
Amilcare part a piedi, con un esercito di mercenari: super le colonne d'Ercole e fece base a Gades (Cadice) sull'Atlantico, l'antica colonia fenicia alla foce del Guadalquivir. A Gades si trovava il tempio di Melqart, il dio della citt, la divinit che nella interpretazione greca veniva identificata con Eracle - quell'Eracle, o Ercole per i Romani, che era il dio delle imprese coloniali, il dio civilizzatore dell'Occidente particolarmente caro allo spirito avventuroso dei Fenici e anche alla famiglia dei Barcidi.
A Gades poi c'era la porta del Tartesso, la mitica regione lungo la valle del Guadalquivir nota ai Fenici sotto il nome di Tarshish fin dal decimo secolo, e che compare come una sorta di Eldorado antico anche nelle Lamentazioni di Ezechiele nella Bibbia: era la regione dei metalli, e vi si era sviluppata una civilt progredita - di gusto orientaleggiante, ma arricchita da influssi greci - con la quale i Fenici avevano una lunga tradizione di commerci.
Da questa base, e dalle citt fenicie della bassa Andalusia, Amilcare inizi una serie di campagne militari contro le popolazioni degli Ispani che abitavano il Meridione della penisola - con l'obiettivo di impadronirsi delle miniere d'oro e d'argento della Sierra Morena. Alternando la forza, o meglio la ferocia, con la diplomazia, ebbe la meglio sulle trib iberiche e sui Celtiberi che erano accorsi in loro aiuto. Fond una citt, Akra Leuk, che viene solitamente identificata con Alicante; e se ne serv come retrovia per le successive campagne che lo videro impegnato a estendere il dominio cartaginese all'interno e a est, verso l'attuale Capo Nao, di fronte all'isola di Ibiza.
La rinnovata monetazione - in argento, e di alta qualit - di Gades costituisce la prova indiretta dei suoi successi e dimostra lo sfruttamento delle ricchezze minerarie dell'entroterra. Il grande sviluppo economico che fa da sfondo all'impresa di Amilcare getta quindi nuova luce sulla notizia di una ambasceria romana, che sarebbe giunta per informarsi sui motivi della sua presenza in Spagna, nonch sulla risposta che il generale avrebbe dato. Il fatto che, come egli stesso ebbe a dire, era al lavoro per pagare i risarcimenti di guerra dovuti a Roma, dimostra che la nuova politica espansionistica di Cartagine in Spagna era frutto tanto della sete di vendetta e dell'ambizione di Amilcare, quanto di scopi economici mirati e pianificati fin dall'origine.
Amilcare mor tra il 229 e il 228 in un'azione di guerra contro gli Oretani della Mancia, annegando mentre guadava un fiume dopo aver messo al sicuro i due figli che lo accompagnavano: Asdrubale il Giovane e lo stesso Annibale.
Annibale era ancora troppo acerbo per il comando, anche se aveva gi una certa esperienza militare, avendo seguito il padre in Spagna dall'et di nove anni: era nato infatti nel 247, primo dei tre figli maschi di Amilcare (gli altri due, Asdrubale il Giovane e Magone, lo seguiranno poi in Italia e periranno in due diverse azioni militari); c'erano anche tre femmine, delle quali una sposer Bomilcare, ammiraglio della flotta cartaginese, l'altra era la moglie di Asdrubale il Bello, e la terza, di cui non conosciamo il nome, sar l'eroina di Flaubert.
Nei casi come questo, di morte del generale, un esercito di mercenari era abituato a eleggere democraticamente un nuovo capo; del resto la stessa cosa era accaduta nel 401, quando un esercito di mercenari greci in Asia al servizio della causa persa di Ciro il Giovane si era trovato privo dei suoi generali, massacrati a tradimento dal re di Persia Artaserse, e i soldati avevano scelto come loro guida lo scrittore Senofonte.
L'esercito cartaginese di Spagna scelse come successore di Amilcare suo genero Asdrubale, un chiacchierato uomo politico che aveva usato disinvoltamente la corruzione per i suoi fini di potere, e che grazie alla sua influenza presso l'esercito e la plebe aveva contribuito a salvare Amilcare dal processo dopo l'infelice conclusione della prima guerra punica. L'assemblea, non certo la volont dei Potenti, conferm l'elezione.
Asdrubale prosegu per il sentiero gi tracciato dal suocero e con un nuovo esercito inviatogli dall'Africa lo vendic. Divenuto strategos autokrator (comandante plenipotenziario), lo stesso titolo che Alessandro Magno aveva ricevuto dalla Lega di Corinto, allarg con la forza e la diplomazia le conquiste cartaginesi; ma soprattutto si distinse per un'opera di civilizzazione che, passando attraverso alleanze anche matrimoniali - spos in nuove nozze la figlia di un re locale, e lo stesso fece il nipote Annibale - lo port all'atto tipico dei sovrani ellenistici: la fondazione di una nuova citt, anzi di una nuova Qart Hadasht (l'odierna Cartagena). La magnificenza della nuova fondazione spiccava in tutta la sua grandiosit nel tempio di Eshmun, in alto sulla baia, e nel palazzo reale - quest'ultimo sito sul canale che, come avveniva di solito nelle colonie fenicie, metteva in comunicazione una laguna interna e il mare aperto.
Della prosperit di questa nuova Cartagine, una sorta di scrigno delle ricchezze di Spagna, si sarebbero accorti anche i Romani quando la conquistarono nel 210. Scipione vi trov cantieri con migliaia di operai e lo stesso Polibio, che la visit qualche decennio dopo, ricorda che nelle miniere vicine alla citt lavoravano 40 000 operai e che i ricavi di Roma ammontavano a 25 000 dracme al giorno.
I limiti del comando e il piano di invasione
 facile osservare come la strategia dei Barcidi in Spagna avesse un nuovo volto e nuove prospettive. Essa non era pi, o non era solo, la vecchia politica dell'oligarchia punica - che considerava la guerra una prosecuzione degli affari con altri mezzi - ma veniva a coincidere con i fondamenti della regalit ellenistica in uno sforzo che allargava il respiro della precedente colonizzazione fenicia della costa. I suoi scopi erano infatti la ricerca di una compattezza e di una profondit territoriale che l'Africa non poteva garantire; l'organizzazione militare con la cura costante - che vedremo in Annibale - del numero e della potenza degli effettivi; la creazione di una solida base economica nello sfruttamento intensivo della produzione mineraria.
A questi punti concreti si pu aggiungere anche l'aspetto ideologico. La marcia dei conquistatori verso una regione come il Tartesso, che prometteva gloria e ricchezze, poteva in qualche modo ricordare la marcia verso oriente di Alessandro Magno. Cos l'audacia e la spregiudicatezza di questi generali, il loro rapporto particolare con una divinit prestigiosa come Melqart (confermato anche dalla monetazione di Cartagena), i matrimoni con principesse locali - anche Alessandro aveva sposato Rossane, la figlia di un re iranico - possono essere interpretati come segni di un distacco dalla madrepatria, e dell'aspirazione a una politica indipendente in chiave monarchica. In questa chiave l'elezione popolare - sia che avvenisse al campo sia nell'assemblea a Cartagine - e l'attivit di demagogo di Asdrubale potrebbero essere la saldatura con l'evoluzione in senso democratico della citt.
In realt il rapporto tra la famiglia e il potere di Cartagine pu essere visto sotto una luce diversa. Vale a dire che in realt  Cartagine che invia Amilcare Barca in Spagna con un esercito, allo scopo di acquisire una base economica sufficiente a pagare il risarcimento di guerra che la fame di oro dei Romani aveva sempre pi appesantito; alla sua morte, succedutogli Asdrubale, Cartagine aveva provveduto a inviare in Spagna un esercito di rinforzo per proseguire l'opera di conquista del territorio che certamente quest'ultimo generale, e poi Annibale, condussero con grande libert di movimento e di decisione.
Ma vi sono anche altri dubbi, gi avanzati dagli storici antichi. Quando Polibio ci racconta dei tentativi di Asdrubale di promuovere un governo monarchico a Cartagine con l'appoggio delle classi inferiori, in realt dubita della sua fonte, l'annalista romano Fabio Pittore; anzi, l'attacca esplicitamente come poco affidabile, poich Pittore vuole far ricadere la responsabilit della guerra sulle ambizioni personali dei Barcidi in quanto essi avrebbero agito come avventurieri, o re, ellenistici - contro i disegni pi prudenti della madrepatria.
Ne uscirebbero cos scagionati quei settori della classe dirigente romana che non si accorsero subito della necessit di uno scontro diretto con Cartagine e si trovarono sorpresi dalla rapidit con la quale la situazione precipit e Annibale si present in Italia alla testa del suo esercito.
Il problema che ci siamo posti - cio se i Barcidi in Spagna aspirassero a una monarchia sul modello di quelle greche - va in sostanza inquadrato nella questione pi generale da cui eravamo partiti, cio il rapporto tra l'oligarchia cartaginese e i suoi generali, con la dialettica (che sembra comunque propria della storia punica) tra le ambizioni di questi uomini e la coesione di una classe di mercanti sempre portata a diffidare dei poteri personali.
 altrettanto evidente che queste ambizioni, quando si manifestarono, presero almeno la veste esteriore dei modelli dinastici greci, senza peraltro giungere necessariamente ad aperto contrasto con l'oligarchia. In effetti per tutta la durata del dominio barcide in Spagna - 237-210 - non abbiamo notizia di dissidi se non nelle (sospette) fonti annalistiche romane, le quali nella lotta sotterranea tra la famiglia di Amilcare e l'aristocratico Consiglio di Cartagine sembrano far rivivere il contrasto tipicamente romano, ma pi tardo, tra gli ottimati e i campioni dei popolari.
Infine c' il piano di invasione dell'Italia. Nella sua pianificazione su scala mediterranea e negli scopi strategici generali l'impresa di Annibale non sembra quella di un conquistatore ellenistico bens, in ragione dei suoi scopi - e del suo effettivo comportamento in Italia durante i quindici anni di occupazione di porzioni pi o meno vaste di suolo italico - essa lascia intendere una collaborazione con la madrepatria fin dalle prime fasi del conflitto. E Roma sembra capirlo, se anch'essa tiene in piedi un complesso gioco diplomatico tra la Spagna dei Barcidi e Cartagine, nella speranza di evitare la guerra e di limitare il potere della famiglia in Spagna.
Questa conclusione ci obbliga a esaminare pi da vicino le vicende che precedettero la seconda guerra punica, e il piano di Annibale.
Ancora una volta ci conviene partire dalla Spagna, perch il conflitto ha origine proprio mentre si stava completando la conquista cartaginese della regione a sud del fiume Ebro. Anzi proprio il fiume Ebro era stato eletto nel 226 a confine tra la sfera di influenza di Roma e della sua alleata Marsiglia (un territorio corrispondente all'attuale Catalogna) e la regione pi a occidente, ormai nelle mani dei Barcidi. Probabilmente quella linea non fu il risultato di un trattato formale. Come nel 231, quando un'analoga ambasceria era stata inviata ad Amilcare, Roma teneva d'occhio le manovre cartaginesi in Spagna e voleva assicurarsi le spalle perch in quegli anni era sottoposta alla minaccia gallica nell'Italia stessa, mentre Asdrubale a sua volta ne traeva la conferma del suo potere personale; nelle convulse schermaglie diplomatiche all'inizio della seconda guerra punica Cartagine avrebbe sconfessato l'accordo stipulato dal suo generale, ma pur nell'ambito della larga autonomia concessa ai Barcidi (o assunta di loro iniziativa) non ne doveva essere all'oscuro, se perfino l'invio di Annibale presso il cognato dovette essere approvato in Consiglio.
Asdrubale mor nel 221. Fu assassinato: o da un Gallo nella sua tenda per un risentimento privato, come maligna Polibio; oppure, come riferisce Tito Livio, nel suo palazzo di Cartagena - da un servo che voleva vendicare il suo signore, un principe iberico. Tito Livio  l'altra principale fonte antica di cui disponiamo: ma, come vedremo spesso, ama gli sfondi nobili, le scene cupe da tragedia.
All'et di ventisei anni Annibale fu scelto come successore dall'assemblea dell'esercito, e a Cartagine l'assemblea popolare ratific la sua nomina. Non poteva essere altrimenti: i successi militari ed economici in Spagna garantivano per la bont della politica dei Barcidi, e a quel che sappiamo nessuna voce loro nemica si alz a protestare quando, qualche anno prima, era stato richiamato in Spagna dal cognato Asdrubale e il senatore Annone aveva messo in dubbio i requisiti morali della famiglia.
Ecco allora che, dopo qualche operazione di consolidamento del dominio cartaginese in Spagna, Annibale cerca il casus belli, e lo trova a Sagunto: una ricca citt a sud dell'Ebro, e quindi nella zona di influenza barcide, ma alleata di Roma. Ora: noi non sapremo mai se l'assedio posto per otto mesi nel 219 e forse in maniera pretestuosa a questa ricca e popolosa citt a un miglio dal mare, anzi senza confronto la pi ricca al di l dell'Ebro, non nascondesse gi un'intenzione consapevole di approfittare della inevitabile reazione romana, come non sappiamo con certezza se la decisione fosse stata presa a Cartagine o a Cartagena, nella reggia dei Barcidi. Di sicuro l'incertezza delle fonti nel descrivere gli avvenimenti, con gli storici romani che tendono a difendere l'operato del senato dall'accusa di avere abbandonato un'alleata al proprio destino (come in effetti fu) e le due ambascerie inviate da Roma, prima ad Annibale poi a Cartagine, indicano che le scelte furono compiute con estrema cautela e ponderazione da entrambe le parti.
Come al solito Polibio risulta pi attendibile quando respinge tesi gi antiche, che attribuivano la ricerca del pretesto per iniziare le ostilit alla volont di potenza di Asdrubale e del nipote Annibale: nel momento in cui i Romani chiesero a Cartagine la consegna del responsabile della presa di Sagunto, la citt punica infatti oppose uno sdegnato rifiuto.
Quanto poi alle cause vere della seconda guerra punica - per mutuare il linguaggio dagli storici antichi, i quali distinguevano le cause vere delle guerre dai pretesti o dal casus belli - Polibio le rintraccia nell'odio dei Barcidi, ma soprattutto nello scontro a livello mondiale di due potenze, l'una in piena affermazione, l'altra reduce da una sconfitta della quale voleva la rivincita: la vorace acquisizione della Sardegna da parte dei Romani e il conseguente tentativo cartaginese di ricreare uno stato territoriale in Spagna sarebbero per Polibio le risultanti storiche di questo inevitabile duello intorno al quale costruisce, come si  gi visto, tutta la storia del mondo.
In ogni modo Sagunto cade, tra episodi di eroismo e di efferatezza. Perfino Annibale  ferito dal lancio di un giavellotto, i Saguntini preferiscono gettarsi nelle fiamme con le famiglie piuttosto che arrendersi, e alla fine i Cartaginesi procedono al massacro di tutti i maschi adulti. Tra Roma e Cartagine non resta che la guerra. Un'ambasceria di cinque senatori inviata a Cartagine riesce solo a constatare che non esistono margini di compromesso, e che la citt vuole combattere. Livio (XXI, 18), come al solito,  drammatico e teatrale:
Allora il Romano, fatta una piega con la toga, disse: Qui vi portiamo la guerra e la pace; delle due cose prendete quella che volete. Subito dopo queste parole, non meno fieramente gli fu risposto con grida che desse quella che volesse; e avendo egli per contro lasciato andare la piega e detto che dava la guerra, tutti risposero che la accettavano e che l'avrebbero combattuta con il medesimo ardimento con cui l'accettavano.
Tuttavia quello che importa ai fini del nostro discorso  come sia difficile anche solo avanzare l'ipotesi di un Annibale completamente svincolato nelle sue decisioni da qualsiasi rapporto con la madrepatria. Nonostante la solitudine nella quale spesso verr lasciato, i rischi personali che ogni generale cartaginese correva, e le difficolt del rapporto con il prudente senato della sua citt, sarebbe azzardato pensare all'azione di Annibale come all'azione di un Alessandro Magno o di un Pirro.
Insomma: Annibale Barca non agisce solo per ambizione personale, ma  pur sempre il generale di una repubblica di mercanti e proprietari terrieri, e con questa deve fare costantemente i conti.
Ci precisato, aggiungiamo che il piano dal respiro formidabile che port i Cartaginesi in Italia poteva solo uscire da un uomo dalla mentalit e dalla formazione greca; non da un mercante.
Dopo la prima guerra punica la forza navale cartaginese era infatti inferiore a quella romana: quindi l'esercito annibalico, non pi in grado di passare in Italia meridionale attraversando il Mediterraneo, avrebbe dovuto guadare l'Ebro, conquistare l'odierna Catalogna e, una volta passati i Pirenei, marciare il pi velocemente possibile verso il Rodano. Se al fiume avesse preceduto i Romani si sarebbe trovato a ridosso delle Alpi, dove nessuna legione romana avrebbe potuto intercettarlo.
Una volta nella Pianura Padana Annibale avrebbe dato seguito alla parte politico-militare della sua strategia, che consisteva nell'intaccare la forza militare romana con una guerra di movimento e scontri in campo aperto, in modo da provocare una defezione tra i popoli della penisola appena conquistati da Roma, oppure tra gli alleati di pi fresca data - come le citt greche dell'Italia meridionale. Nel contempo doveva garantire la sicurezza all'Africa e alla Spagna e operare con azioni di disturbo a sud, in Sicilia, e a est, dalla parte dell'Adriatico, grazie alla politica amichevole nei confronti della Macedonia che sarebbe sfociata nel trattato tra lui e Filippo quinto del 215.
Pertanto, a dispetto della portata mondiale dello scontro, un dato sembra emergere con forza inoppugnabile, ed  un dato che va contro il luogo comune.
Annibale in realt non aveva nessuna intenzione di distruggere Roma, ma solo di demolire le fondamenta dell'alleanza italica in modo da ridimensionare la potenza della citt rivale e muovere al negoziato da posizioni di forza. Cartagine avrebbe recuperato il posto che ricopriva in Occidente prima della perdita della Sicilia e della Sardegna, compensando lo scacco subito nella prima guerra punica con i vasti territori - per certi versi ancora vergini - della Spagna.
Non si trattava quindi di allargare l'impero dei Barcidi dalla penisola iberica all'Italia, come hanno pensato forse troppo arditamente alcuni, ma di un calcolo tanto audace quanto perfettamente ponderato e messo in atto con tutte le forze della repubblica cartaginese; e, almeno in origine, con la collaborazione di tutte le sue parti.
Non siamo di fronte a una semplice ipotesi, e il punto  troppo importante perch non lo si debba confermare almeno con qualche prova.
Stime numeriche e calcoli diversi.
La prima evidenza proviene da una fonte che si presume veritiera, perch a fornircela  lo stesso Annibale, quando sul finire della sua avventura in terra italica era ormai confinato sulla punta est della Calabria. Qui egli aveva trascorso l'estate del 205 vicino a un santuario celebre nell'antichit, il tempio dorico di Era a Capo Lacinio; e, senza seguire la prassi dei sovrani ellenistici di autofinanziarsi con il saccheggio di quelle vere e proprie banche che erano nell'antichit i depositi dei santuari, vi aveva dedicato un altare e vi aveva collocato una tavola di bronzo sulla quale erano incise le sue gesta e l'ammontare delle forze cartaginesi.
Si trattava di un uso dell'Oriente ellenistico che avrebbe avuto un illustre imitatore anche in Augusto, il quale alla sua morte volle le sue Res gestae esposte all'ingresso del suo mausoleo in Roma. Polibio, che l'aveva vista, riferisce che alla fine della traversata delle Alpi l'esercito era composto di 12 000 fanti africani, 8000 Ispani e 6000 cavalieri su un totale che alla partenza da Cartagena ammontava a 100 000 uomini.
Anche se la stima sembra esagerata, le dimensioni dello sforzo rivelano un disegno congiunto con la metropoli, perch prima di partire il generale effettua uno scambio di truppe tra le leve iberiche, mandate in Africa a proteggere la citt dalla minaccia delle popolazioni libiche, e le leve cartaginesi e africane, destinate a seguirlo nell'impresa.
Tuttavia i 50 000 fanti e i 9000 cavalieri annoverati dall'armata al passaggio dei Pirenei, e i 38 000 fanti e 8000 cavalieri che giunsero al Rodano - come pure le cifre dell'iscrizione del tempio di Era Lacinia - fanno sorgere il problema delle perdite, perch se i dati fossero reali Annibale avrebbe perso nella sua marcia verso l'Italia i tre quarti dell'esercito: una percentuale spaventosa, tenendo conto degli scarsi combattimenti che si dovettero affrontare, e di una traversata delle Alpi che, malgrado le difficolt della cattiva stagione, non impegn uomini e animali per pi di quindici giorni.
In realt  proprio questa differenza tra il numero degli effettivi alla partenza e quello all'arrivo che si pu rivelare funzionale alla nostra ipotesi di un'operazione attentamente pianificata. Consideriamo infatti che il Barcide lascia sistematicamente alle sue spalle delle truppe per presidiare i territori attraversati.
Per esempio, tra l'Ebro e i Pirenei Annibale aveva lasciato liberi 10 000 fanti e 1000 cavalieri e abbandonato buona parte del bagaglio pesante; e altrettanti ne aveva congedati per accattivarsi le popolazioni iberiche in vista di eventuali leve in caso di bisogno. Nell'ottica della strategia generale di Annibale, arrivare in Italia con un esercito ancora meno numeroso di quello di Alessandro Magno quando pass in Asia Minore significava scommettere proprio sulla disintegrazione dell'alleanza italica che ruotava intorno a Roma - nella speranza che frammenti di essa cadessero nelle sue mani - e non certo nell'illusione di avere le forze per prendere la citt. E voleva dire, di conseguenza, togliere al controllo o all'influenza romana (e dell'alleata di Roma, Marsiglia) la Spagna tra l'Ebro e i Pirenei, lasciando cospicui contingenti a occupare questi territori.
Si pu concludere che Annibale avesse in animo di portare a termine il progetto iniziato da Amilcare quasi vent'anni prima, ricostituendo sulla sponda nord del Mediterraneo quell'impero territoriale cartaginese che era stato quasi annullato dall'esito infausto della prima guerra punica.
I Galli
Ultimo ma non meno importante elemento del piano di Annibale in tutta la sua campagna volta a sollevare l'Italia contro Roma, sono i Galli. Un'attenta pianificazione dei rapporti con le trib galliche dell'Italia del Nord  infatti lo strumento per avere da un lato alleati - e guerrieri - nuovi e motivati da un feroce odio nei confronti di Roma, ma anche per raccogliere informazioni e rifornimenti che possano agevolare la traversata delle Alpi e la marcia attraverso l'Italia.
Non facciamo troppa fatica a riconoscere i motivi di questo odio.
Roma era infatti giunta al Po, e metteva in atto una politica di colonizzazione basata su un concetto nuovo per le popolazioni locali. L'assegnazione delle terre ai coloni in propriet privata - generalmente come premio per avere servito nell'esercito - non solo allargava i possedimenti di Roma, ma erodeva alla base il sistema di occupazione del territorio rurale da parte delle trib galliche basato sui legami parentali, sulla coesione tribale e sulle terre comuni.
La centuriazione della zona di Rimini nel 232 e la fondazione delle colonie gemelle di Cremona e Piacenza nel 218 avevano ripetutamente fatto sollevare Boi e Insubri (che abitavano rispettivamente nella pianura a sud e a nord-ovest del Po) contro Roma e li avevano costretti a fare appello a gruppi intertribali di mercenari stanziati sulla riva sinistra del Rodano noti con il nome di Gesati, che Polibio interpreta come coloro che combattono per mercede anche se probabilmente il loro nome deriva dalla loro arma caratteristica, un giavellotto chiamato gaesum.
Questi gruppi di guerrieri, che avevano tra le loro file anche dei Germani e che venivano identificati con qualche ragione con i Galli detti Allobrogi, i quali occupavano la zona tra Alpi e Rodano (nell'epoca della tarda repubblica furono noti a Cicerone e Cesare, nonch a Catilina che cerc con loro un'alleanza destabilizzatrice), erano per tradizione reclutati tra i mercenari di Cartagine.
Va da s che dopo la guerra dei mercenari le leve nella regione avevano conosciuto una battuta d'arresto, ma Annibale aveva pur sempre ricche relazioni e contatti nella zona. Lo testimonia il fatto che il re dei Boi, Magalo, pot giungere nel campo di Annibale e consigliarlo per il meglio, sia sulle relazioni da intrattenere con le trib galliche della zona sia sulla traversata delle Alpi: il Cartaginese era quindi al corrente delle vie che proprio le trib galliche avevano percorso in gruppi di decine di migliaia durante le fallimentari spedizioni contro i Romani culminate con le sconfitte di Talamone del 225 e di Clastidium (Casteggio) del 222 a.C.
Furono i Boi dunque a far premura ad Annibale spiegandogli che le difficolt della traversata si sarebbero aggravate con l'arrivo dell'inverno ormai imminente e a mettersi a sua disposizione come guide di montagna. Il re Magalo si rivolse addirittura alle truppe cartaginesi incoraggiandole ad affrettarsi verso l'impresa. Erano cos profondi i rapporti tra i Cartaginesi e i Galli che Annibale fu scelto a dirimere una questione dinastica tra due fratelli che si contendevano il potere sugli Allobrogi, e il giudizio di nominare re il maggiore dei due, Branco, gli procur il loro favore, ma anche guide e rifornimenti di ogni genere, in special modo abiti adatti a resistere al freddo delle montagne.
Tutto ci sembra smentire l'immagine vulgata dell'impresa di Annibale come un folle e straordinario azzardo, e le dona piuttosto i contorni di una pianificazione attenta e di una strategia audace ma calcolata volta a servirsi dei nemici tradizionali di Roma come rinforzo per un esercito numericamente esiguo.

3. Visioni e freddi calcoli.

Giorno e notte, senza sosta, bisogna pensare a eliminare un nemico pi potente con coraggio e senza nessuna esitazione.
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure

Dunque, Annibale  giunto ai piedi della grande catena montuosa che difende l'Italia dagli invasori e si appresta a valicarla. Ma perch le Alpi?
Che il passaggio fosse programmato fin dall'inizio lo testimoniano alcuni fatti. Anzitutto, in previsione di questa direttrice di marcia e dei problemi logistici che avrebbe comportato, il generale aveva modulato la sua strategia in modo da perdere volontariamente buona parte dei suoi effettivi, che erano stati rimandati nelle loro rispettive patrie o erano impiegati come forze di occupazione dei paesi attraversati, soprattutto in Spagna.
Una marcia pi a sud - per esempio lungo la costa, con percorsi meno accidentati - l'avrebbe obbligato a confrontarsi subito con le truppe romane guidate dal console Publio Cornelio Scipione, padre dell'Africano, che gli venivano incontro risalendo la valle del Rodano, mentre la vasta portata della strategia cartaginese prevedeva in primo luogo la sollevazione delle popolazioni della Cisalpina e in seguito un ridimensionamento di Roma in Italia: le battaglie decisive sarebbero state combattute al di l delle montagne.
Cos Annibale, con una marcia rapidissima dai Pirenei al Rodano, riesce a evitare l'incontro con le truppe del console; e dopo una scaramuccia di cavalleria con i Romani attraversa il fiume con armi, bagagli ed elefanti, che fa passare su un ingegnoso sistema di zattere mobili; poi si allontana dalla zona costiera lungo la quale si era mosso fin dalla Spagna e si dirige verso l'Europa centrale. Questa deviazione lo porta a evitare probabilmente anche il passo del Monginevro, che gi allora costituiva la via pi meridionale per passare dalle Alpi alla Cisalpina seguendo il fiume Durance (antica Druenza) sul tracciato della via detta Eraclea. La scelta improvvisa di piegare a nord sconcert il console, che infatti giunse al luogo del traghettamento con tre giorni di ritardo e, meravigliato di fronte al coraggio dei Cartaginesi, ritorn sulla costa allo scopo di imbarcarsi per l'Etruria e di l risalire nella Pianura Padana e attendervi i nemici.
Ma questa scelta ha sconcertato e continua a sconcertare anche gli storici che cercano di stabilire quale passo alpino fu scelto dal comandante cartaginese per piombare nella valle di Susa e proseguire lungo la Dora Riparia verso la capitale dei Taurini - nemici dei suoi alleati Boi e Insubri, e destinati di conseguenza a essere distrutti con la loro citt.
Le nostre fonti principali sono generiche anche se, come Polibio, si rifanno a Sileno, uno degli storici al seguito di Annibale; Tito Livio dal canto suo le contamina facendo tornare indietro Annibale per la valle della Durance e quindi verso il Monginevro indirizzando i Cartaginesi su una rotta tradizionale, ma poco congruente con la deviazione a nord di cui si  detto sopra - per curiosit va ricordato che le ultime attribuzioni in ordine di tempo oscillano tra il Piccolo Moncenisio, il Clapier e il Col de Savine-Coche oggi denominato passo di Lavis-Trafford, dal nome del medico inglese e archeologo Marc de Lavis-Trafford che intorno alla met del Novecento dedic importanti ricerche a questo piccolo mistero storico.
Quanto alla traversata vera e propria, la narrazione di Polibio  al solito pi attendibile. In primo luogo infatti il suo racconto non  inficiato da quello stesso orientamento che abbiamo gi denunciato a proposito della massimizzazione delle perdite nella traversata delle Alpi, vale a dire quella tendenza filoromana di alcune fonti che accentuano tanto gli aspetti eroici quanto la folle imprudenza dell'impresa per scagionare la classe dirigente romana dall'accusa di non avere previsto e arginato l'invasione dell'Italia. E poi anche per un motivo di metodo storico, che dichiara egli stesso:
Mentre infatti [gli storici che hanno descritto la spedizione] ci presentano Annibale come stratego inimitabile per ardimento e previdenza, nello stesso tempo lo fanno apparire molto imprudente e inoltre, non riuscendo a trovare una ragionevole via di uscita alle loro invenzioni menzognere, introducono in una storia pragmatica [fondata cio sui fatti e le loro cause] divinit e figli di divinit. Ci descrivono infatti le Alpi cos erte e aspre, che non solo cavalli e legioni e con esse elefanti, ma neppure fanti armati alla leggera le avrebbero potute varcare, poi insistono sulla solitudine che circonda questi luoghi, tale che, se un dio o un eroe non fosse apparso incontro ad Annibale, a mostrargli la strada, egli si sarebbe smarrito e certamente sarebbe morto con tutti i suoi. (Pol., III, 47)
Quello che invece lo storico mette in risalto  ancora una volta la prudenza - la pianificazione meticolosa della marcia, preparata di concerto con i Galli venutigli incontro dall'Italia e gli Allobrogi incontrati nella regione del Rodano. Annibale si muove lungo sentieri gi battuti in precedenza dalle invasioni celtiche in una stagione, ottobre, che non  ancora invernale, dimostrando la pi grande cura per i carichi di lavoro e l'efficienza di truppe e animali da soma.
Come racconta lo storico greco, il Cartaginese si avvicina con grande cautela alla catena vera e propria; e lo fa dopo essersi abbondantemente rifornito di vesti e calzature pesanti presso la trib di quel Branco che aveva favorito nella disputa con il fratello. Poi dopo dieci giorni di marcia nella valle dell'Isre inizia la salita vera e propria rallentando ulteriormente il ritmo per le asperit del terreno e per la minaccia delle trib di montanari che cerca di accattivarsi. Si concede una giornata di sosta nel borgo di questi alpigiani e intavola trattative con loro e stringe un patto di amicizia che gli porta altri rifornimenti. Ma non si fida: e procede in formazione quasi da manuale, di estrema prudenza, con all'avanguardia la cavalleria e le salmerie, e alla retroguardia la fanteria pesante a proteggerle.
Annibale fa bene a stare in guardia, perch viene di nuovo attaccato con lanci di pietre che lo separano con parte dell'esercito dal resto della fila - che per forza di cose doveva essere lunghissima - e lo obbligano a passare una notte all'addiaccio in alta montagna e sulla nuda roccia per sorvegliare dall'alto cavalli e animali da soma.
Il nono giorno di marcia, giunto al passo, Annibale si accampa e aspetta per due giorni il ricongiungimento con quanti erano rimasti indietro e ne approfitta per far riposare ancora le truppe. Poi le difficolt della discesa, con il celebre episodio dell'incontro con la neve. Era infatti caduta neve fresca su quella rimasta dall'inverno precedente, e il nuovo strato era basso e cedevole con la conseguenza che piedi o zampe affondavano e sdrucciolavano sulla superficie dura sottostante rendendo la marcia ancora pi penosa. Annibale allora aveva fatto di nuovo accampare gli uomini sul dorso del monte e senza fretta aveva fatto aprire dai suoi Numidi un sentiero prima per i cavalli e le bestie da soma, poi per gli elefanti. Gli uomini avevano lavorato a turno, a costo di grandi fatiche, ma alla fine erano riusciti a far passare anche i pachidermi, ormai ridotti allo stremo per la mancanza di alberi e di pascolo. Finalmente, dopo altri tre giorni di cammino, era uscito su terreni pi pianeggianti, dove i suoi uomini ormai inselvatichiti nel volto e nella persona e gli animali indeboliti dalle fatiche e dagli stenti avevano potuto ristorarsi.
Il breve racconto polibiano colloca dunque la marcia dei Cartaginesi dal Rodano alla Pianura Padana nei suoi reali contorni: un lavoro ben eseguito da un esercito di professionisti della guerra e mercenari, tenuti insieme dalla prudenza e dalla capacit di pianificare del loro generale che ne condivide fatiche e pericoli. Per questo lo storico fa giustamente risaltare pi che la tragedia o l'eroismo gli aspetti di tecnica militare di un'impresa compiuta da uomini tenuti insieme dal valore dell'utile comune e dalla promessa iniziale di ricchezze e di gloria: dunque nessun patriottismo, nessuna solidariet umana e nessun sacrificio se non quelli necessari per superare l'ostacolo.
Realt e mito di una lunga marcia
Eppure fin dall'antichit alla marcia di Annibale si riconobbe lo statuto dell'impresa eccezionale, con tutti gli elementi che caratterizzano l'eroismo epico. Cornelio Nepote, un biografo del I secolo a.C., paragona direttamente Annibale a Eracle, il solo che avrebbe superato le Alpi prima del Cartaginese. E anzi, il semidio aveva compiuto la traversata conducendo anch'egli degli animali, i buoi di Gerione, il gigante a tre teste che abitava le brume dell'Occidente.
Per altri storici il risultato era una duratura conquista dell'ambiente montano attraverso l'elemento di civilizzazione delle strade. Essi avevano aggiunto addirittura la diffusione dell'ordine e della legge tra i barbari abitanti dei luoghi come elementi che trasformavano il passaggio delle Alpi in un viaggio mitologico proprio dei grandi eroi civilizzatori che le interpretazioni razionalistiche del mito credevano uomini divinizzati per i loro benefici all'umanit: Eracle appunto per l'Occidente, dove era venerato perfino nel mondo fenicio che lo assimilava a Melqart, e Dioniso per l'Oriente.
Ma anche Annibale, aveva sterminato gli alpigiani che tentavano di sbarrargli il passo, aveva aperto varchi e costruito strade, facendo s che un elefante equipaggiato potesse procedere dove prima un uomo solo senza armi riusciva ad arrampicarsi a stento. Con questi richiami mitologici il suo viaggio acquistava contorni leggendari e diventava speculare a quello di Alessandro Magno, il quale dopo le vittorie militari aveva cominciato una serie di marce di conquista nell'Oriente persiano che si era ben presto confusa con il mito.
 quindi normale che a leggere la narrazione nel pi epico degli storici romani, Tito Livio (XXI, 32), la marcia di Annibale si colori di tinte leggendarie ed eroiche. E, come in ogni racconto epico che si rispetti, l'eroe si scontra con degli antagonisti - siano essi umani o elementi della natura. Cos l'eroe incontra prima gli uomini, che sono raffigurati secondo lo stereotipo del barbaro, in un ambiente ostile oggetto di dicerie e leggende:
Allora, bench i Cartaginesi se ne fossero gi formata un'idea in base al sentito dire, che di solito ingrandisce oltre il vero ci che non si conosce, tuttavia l'altezza delle montagne vista da vicino e le nevi che quasi si confondevano con il cielo, le rozze abitazioni poste sulle rocce, il bestiame minuto e da soma aggranchito dal freddo, gli uomini rozzi che lunghi avevano i capelli e le barbe, gli esseri animati e inanimati tutti irrigiditi dal gelo e ogni altro fenomeno pi orribile a vedersi che a dirsi rinnovavano il terrore.
L'eroe viaggiatore supera queste presenze oscure e inquietanti, che spesso agiscono dall'alto facendo rotolare dei massi sopra i suoi uomini, con il ricorso al valore e alle armi che meglio conosce, l'inganno e l'insidia: e cos, mentre accetta ostaggi e profferte di amicizia, schiera l'esercito come se dovesse passare tra gente ostile. Ma egli non si limita a usare la spada: opera anche con la civilt delle leggi, perch come gi Eracle anch'egli impone una soluzione pacifica e razionale nella contesa che divideva i due fratelli pretendenti al trono degli Allobrogi.
Quando viene meno la minaccia dei barbari ecco che, al valico, le rocce, le nevi e i ghiacci sembrano diventare quasi forze attive della natura che l'eroe pu vincere solo con ritrovati fuori del comune. E quindi - proprio in corrispondenza con il punto in cui Polibio ricorda lo sforzo dei soldati che avevano dovuto scavare un sentiero per s e per gli elefanti - ci imbattiamo nel celebre, sconcertante e quasi leggendario episodio dell'aceto. Racconta infatti Tito Livio che i Cartaginesi lavorarono per quattro giorni a sgretolare le rocce che impedivano loro il cammino servendosi di un fuoco continuo alimentato da una enorme quantit di legname e dell'aceto che versavano sopra le rocce arroventate. A parte questo singolare uso dell'aceto, testimoniato da altre fonti e comunque materia prima presente in abbondanza presso gli eserciti antichi (anche sotto forma di vino inacidito), lo storico ha trasformato una pratica di pulitura del terreno - in cui entrava anche un elemento troppo comune come l'acqua, che difatti Livio non ricorda - in un singolare esperimento chimico che forse funzionava con piccole quantit di materiale, ma non certo con le rocce alpine.
Non  casuale che il passo successivo, compiuto da un poeta epico del I secolo d.C., Silio Italico, autore del magniloquente Le guerre puniche, sia di riprendere il racconto ormai leggendario di Tito Livio e di colorarlo con tinte preromantiche, adatte a un gusto quasi barocco per l'estremo, in cui la natura si anima e si impone come il vero rivale di Annibale: ecco allora il gigantesco, il lugubre, il macabro con la Terra che sale fino al cielo e lo nasconde con la sua ombra, i luoghi che conoscono solo una e terribile stagione, l'orrore delle valanghe che inghiottono gli uomini nelle loro fauci, il ghiaccio implacabile che solo il sangue caldo dei guerrieri morenti sa sciogliere.
Adesso Annibale  pronto a irrompere nella Pianura Padana come nemico dei Romani circondato da un'aura di eroismo:  pronto a sconfiggere le legioni in due battaglie combattute presso altrettanti affluenti del Po, il Ticino e il Trebbia, prima della fine di quell'anno 218.  pronto a compiere un'altra traversata, quella degli Appennini, tra sacrifici e perdite paragonabili a quelle delle Alpi, e soprattutto, l'anno successivo, a distruggere in un'imboscata - almeno cos i Romani giustificarono quello che  un autentico disastro militare - buona parte delle legioni del console Gaio Flaminio al Trasimeno.
Le Alpi sono la definitiva consacrazione del figlio di Amilcare Barca a eroe epico, e a rivale per antonomasia del popolo romano.
Le ombre della superiorit numerica
Ed eccoci di ritorno sulla piana di Canne. E alla complessa questione dei numeri. Annibale sa bene che nei tempi ristretti della battaglia campale la superiorit numerica non si applica da s, sempre e automaticamente, ma attraverso vettori che vanno guidati e diretti, quali il dispiegamento delle truppe e le loro manovre. Sa anche un'altra cosa: che il suo esercito pu vantare rispetto al nemico romano una superiorit qualitativa, e che questo dato  inoppugnabile. I suoi soldati sono mediamente migliori, soprattutto in virt della maggiore esperienza, dei loro avversari. I soldati romani e alleati, invece, sono soltanto pi numerosi. Se nello scontro gli riuscisse di opporre uomo contro uomo, probabilmente sarebbero i suoi a prevalere. Un risultato possibile, questo, solo attraverso la manovra dell'accerchiamento.
Accerchiare il nemico d il vantaggio di poterlo attaccare da ogni lato, dispiegando utilmente le proprie truppe e schiacciando le sue in uno spazio asfittico e negato alle manovre. Per accerchiarlo in campo aperto, dove non  possibile fare gioco di sponda con ostacoli naturali (acqua, roccia, paludi, foreste) bisogna risucchiarne il fronte d'attacco, batterlo sulle ali e chiudere la morsa alle sue spalle. Una manovra non molto complicata, in teoria. In questo caso, per, il grande problema nasce dal fatto che le forze accerchianti sono numericamente molto inferiori a quelle che vorrebbero accerchiare. Ma questo ostacolo non sembra insuperabile ad Annibale, se si attuer il piano che ha concepito: un piano che non ha punti deboli se non quello di non ammettere nella sua applicazione il minimo errore.
Il principio seguito dal Barcide nell'ideazione della sua tattica  riuscire a sfruttare una superiorit relativa, o settoriale. Ebbene: l'inferiorit numerica dei Cartaginesi  netta in relazione al totale delle rispettive armate, non alle loro singole parti. Anzi, esaminando i due eserciti reparto per reparto, quello punico mostra un netto predominio nelle cavallerie. Se Annibale riuscisse a fare in modo che lo scontro fra le cavallerie diventi rilevante nell'economia della battaglia, ecco che la bilancia si troverebbe in maggiore equilibrio. Ma Annibale vuole, deve fare di pi. Deve rendere la superiorit delle sue cavallerie decisiva, e neutralizzare la superiorit dei Romani nella loro arma strategica, la fanteria pesante. Per questo scopo, pu contare sul valore e sulla forza dei suoi fedeli picchieri africani, ma non basta:  necessaria un'intuizione di vertiginoso azzardo, per rovesciare in chiave vincente le debolezze degli altri reparti. Per esempio della fanteria gallica, ardita e bellicosa quanto disordinata e insofferente della disciplina.
In effetti, Annibale e i comandanti romani sanno, pi o meno, quanti sono i soldati del proprio esercito e dell'esercito avversario. Noi non lo sappiamo: o meglio, si tratta di numeri che dobbiamo criticamente ricostruire.
Quanti erano i Romani a Canne?
Le differenze fra Roma e Cartagine nelle istituzioni dello stato, nei costumi e nei modi di esprimere la propria vocazione egemonica si riflettono negli ordinamenti militari e nella struttura dei rispettivi eserciti. Sommariamente si potrebbe dire che nel corso delle guerre puniche le armate terrestri romane - almeno fino all'ascesa al comando del geniale superstite di Canne, Scipione Africano - mostrano sul campo sempre la stessa conformazione e lo stesso orientamento tattico; mentre gli eserciti cartaginesi possono presentare notevoli differenze fra loro secondo i luoghi geografici in cui si trovano a combattere e il generale che li guida. Da una parte, la riproposizione implacabile, e alla fine un po' rigida, di uno schema emanato da una societ perennemente in armi; dall'altra la tendenziale libert creativa di una ristretta lite di professionisti di alto livello.
E indubbiamente i due eserciti che si fronteggiano in questa mattina del 2 agosto del 216 sono molto diversi fra loro. Non dimentichiamo per che la battaglia si svolge nel terzo secolo a.C., e che entrambi gli eserciti sono bene organizzati, e sono il prodotto di culture militari evolute. Nessuno dei due  un'orda tribale zavorrata da gap tecnologici e tattici. La differenza sta nel numero e nella composizione delle armate (pi omogenea quella romana, pi composita quella cartaginese), ben pi che nelle armi di cui esse dispongono e nel tipo di addestramento in cui si sono formate.
Dunque, i Romani. Secondo Polibio, l'esercito di Roma  costituito da un totale di circa 80 000 soldati a piedi (70 000 schierati in battaglia, e 10 000 lasciati di guarnigione nei due accampamenti) e circa 6000 a cavallo. I cittadini romani sono suddivisi in otto legioni. Ciascun console ha a disposizione una forza doppia rispetto al classico esercito consolare, che comprendeva due legioni e un numero circa pari di alleati; e questa armata nel suo insieme  pi grande di qualsiasi altra scesa finora in campo nella storia di Roma. Nel darci tutte queste informazioni, Polibio (III, 107) ci ragguaglia anche sulla forza dell'unit-legione ai tempi delle guerre puniche:
Si decise di mettere in campo otto legioni, fatto nuovo presso i Romani: ogni legione comprendeva, oltre agli alleati, circa 5000 uomini. I Romani, come abbiamo gi avuto occasione di dire precedentemente, sogliono arruolare quattro legioni: la legione comprende circa 4000 fanti e 200 cavalieri, senza contare le forze alleate. Nel caso di circostanze particolarmente gravi, portano gli effettivi a 5000 fanti e 300 cavalieri, per ogni legione. Le truppe di fanteria degli alleati comprendono un numero di uomini su per gi pari a quello dei Romani, mentre il numero dei cavalieri  circa triplo. Quando li mandano sul campo, assegnano a ciascuno dei due consoli la met di tali forze alleate e due legioni. Solitamente combattono la maggior parte delle guerre per mezzo di un solo console, di due legioni e del numero di alleati precisato sopra, e solo raramente usano tutte le loro forze contemporaneamente per una sola battaglia. Allora per erano cos sbigottiti e ansiosi per il futuro, che decisero di mettere in campo contemporaneamente non quattro, ma addirittura otto legioni romane.
Anche Appiano e Plutarco (due storici greci di et imperiale) mostrano di accettare in sostanza queste cifre; mentre Tito Livio riferisce di una doppia tradizione, ma argomenta con logica a sostegno della tesi per cui i Romani abbiano compiuto uno sforzo bellico enorme. Vediamo quali siano le valutazioni di Livio (XXII, 36):
Gli eserciti, inoltre, furono notevolmente aumentati. A stento poi io oso affermare qualche cosa di sicuro sulla quantit di soldati, fanti e cavalieri, che siano stati aggiunti, tanto grande  la diversit di opinione fra gli storici intorno al numero e al tipo delle truppe. Alcuni hanno scritto che furono aggregate in aggiunta 10 000 reclute, altre quattro nuove legioni perch si conducesse la guerra con otto legioni; affermano, inoltre, che le legioni furono aumentate anche di un numero di fanti e di cavalieri, 1000 fanti e 100 cavalieri per ciascuna, in modo che i soldati di fanteria fossero 5000 e quelli di cavalleria 300. Gli alleati dovevano dare il doppio dei cavalieri e un egual numero di fanti. Alcuni storici affermano che, quando si combatt a Canne, vi erano nel campo dei Romani 87 200 soldati.
Gli storici hanno denominato queste legioni, aumentate nel numero dei fanti e dei cavalieri per le emergenze belliche, legioni forti. Ricapitolando, secondo quasi tutte le fonti antiche Roma a Canne schier circa 40 000 legionari a piedi, e pi o meno lo stesso numero di fanti alleati.
Tuttavia, la discussione sul numero delle truppe romane schierate a Canne  tuttora in corso, bench la maggioranza degli studiosi odierni tenda ad accogliere le cifre degli storici antichi. Una posizione di dissenso assai nota e altrettanto drastica  stata quella dello storico britannico Peter Brunt, che nel suo voluminoso saggio Italian Manpower - dedicato al bacino di leva da cui Roma pot attingere per le sue conquiste - sposa la prima ipotesi liviana, affermando che le legioni fossero quattro, pi 10 000 reclute e altrettanti alleati; e che sottratti gli uomini rimasti di guarnigione ai campi, in definitiva alla battaglia abbiano preso parte non pi di 45 000 soldati romani e alleati (di conseguenza, come vedremo, Brunt ridimensiona nettamente anche il conto delle perdite).
L'argomentazione militare di Brunt - il quale comunque basava i propri calcoli su un'approfondita analisi delle possibilit dei territori romani e alleati di fornire uomini atti alle armi -  che, se i Romani fossero stati cos numerosi come tramandano le fonti antiche, non si potrebbe spiegare il successo del piano di accerchiamento di Annibale. Anzi: la tesi  che in una situazione di cos pesante svantaggio il condottiero cartaginese non avrebbe nemmeno azzardato il tentativo, optando certamente per tattiche diverse.
Inoltre Brunt osserva come buona regola dello storiografo sia la prudenza quando si stimano dimensioni di eserciti; specie se lo storiografo ha a che fare con le cifre degli antichi, quasi sempre gonfiate per motivi di propaganda e di epica nazionale. Nel caso specifico, l'errore di Polibio sarebbe stato quello di accordare troppo credito a una fonte cartaginese (Sileno di Calacte), propensa all'iperbole per illustrare pi gloriosamente il trionfo delle proprie armi.
A questa obiezione, pur fondata e valida in linea di principio, molti storici hanno comunque replicato con diversi argomenti. Eccone i due di interesse pi immediato:
1) per quale motivo i Romani avrebbero parlato di Canne come della loro disfatta di gran lunga pi funesta, se rispetto alle altre non ci fosse poi stato un cos abissale divario?
2) ancora pi importante, non erano in grado, gli stessi Romani, di rendersi conto dell'inverosimiglianza di un simile divario? Soprattutto ai tempi di Polibio, quando vedove e orfani di Canne erano morti, ma vivevano ancora molti loro nipoti.
Inoltre, se Livio si serv di fonti greche,  bene considerare - come ha ricordato recentemente Gregory Daly nella sua monografia Cannae - che in greco antico la cifra murioi (10 000) in partenza  semplicemente un plurale di murios (numerosissimo, innumerevole) e che quindi le reclute potrebbero essere state molte di pi di 10 000.
Il numero totale di 80-86 000 soldati romani presenti a Canne che gli storici antichi ci hanno tramandato appare in definitiva tutt'altro che sicuro, ma plausibile. Occorre per fare un'ulteriore precisazione: presenti a Canne non significa per forza combattenti, o neanche presenti sul campo di battaglia. Secondo le ricostruzioni pi recenti, i Romani lasciarono consistenti guarnigioni nei due accampamenti da cui l'esercito marci in battaglia (uno principale sulla riva sinistra dell'Aufido, un altro pi piccolo sulla destra). Nel maggiore probabilmente rimase una legione con adeguato supporto di contingenti alleati. Nel minore, forse solo una guarnigione ridotta all'osso. Ovviamente all'interno di queste cifre andranno compresi anche i malati e i feriti non in grado di combattere. Possiamo calcolare che a restare nei campi siano stati all'incirca 10 000 soldati, e a scontrarsi con Annibale sia stata un'armata di circa 70 000 fanti e 6000 cavalieri.
Osserviamo soltanto di sfuggita che anche sugli aspetti relativi ad accampamenti e guarnigioni (uno o due accampamenti? quanti soldati lasciati nei campi?) si  sviluppata una piccola questione, a partire dalle discrepanze tra le fonti antiche. Solo due esempi: per Polibio, ben 10 000 uomini sarebbero rimasti nell'accampamento maggiore; per Appiano, la sola guarnigione del campo minore ne avrebbe contati ben 5000. Fatte pi o meno le proporzioni, dall'una come dall'altra stima si dedurrebbe che un intero esercito consolare fosse rimasto a guardia degli accampamenti. Un'esagerazione, a giudizio degli storici attuali.
Ma di una cosa non si pu dubitare: tutte le cifre che vengono proposte a riguardo della battaglia di Canne sono molto elevate. E ancora: questa battaglia  sempre stata presentata, e cos  ancora oggi, come un'irraggiungibile pietra di paragone. Anche gli studiosi che tendono a ridimensionarle per ragioni demografiche e sociali, contestualmente abbassano anche il conto dei combattenti e dei caduti nelle altre battaglie della guerra annibalica. Quelli che accordano maggior fiducia a Polibio e agli antichi, viceversa, si sentono autorizzati ad accrescere tutti i numeri del conflitto. Ma nessuno pone in discussione la realt che fu subito proclamata con sgomento dagli storici antichi: la battaglia di Canne fu il peggior disastro militare mai sofferto in un'unica giornata dai Romani. Forse, da tutti i popoli dell'antichit. E per produrre una simile carneficina era necessario disporre - potremmo dire con scarso buongusto - di molta, moltissima materia prima.
Quanti erano i Cartaginesi a Canne?
Come abbiamo gi detto, Polibio afferma di aver letto con i suoi occhi l'iscrizione bilingue (in greco e in punico) incisa sulla stele fatta erigere da Annibale al tempio di Era Lacinia presso Crotone per celebrare i propri successi militari. Ricordiamo che, secondo tale iscrizione, Annibale sarebbe giunto sul fiume Po con 12 000 fanti africani e 8000 spagnoli, e non pi di 6000 cavalieri. Gli studiosi dibattono tuttora se questa cifra comprenda oppure no gli 8000 fanti armati alla leggera (in gran parte Baleari e Mauri) che secondo le fonti avrebbero combattuto al Trebbia, e successivamente a Canne. L'ipotesi pi probabile, per,  che non ne tenga conto.
In ogni caso, la scritta bilingue non riportava il numero di coloro che combatterono agli ordini di Annibale nella battaglia di Canne; ma Polibio e Tito Livio sono concordi nel parlare di 40 000 fanti e 10 000 cavalieri.
Su questo totale di 50 000 uomini molti hanno sollevato e continuano a sollevare perplessit: anzitutto la cifra appare sospetta in quanto troppo tonda; inoltre, a essa va quasi sicuramente sottratta una parte significativa, cio i soldati che il Barcide dovette lasciare all'accampamento (uno solo, sulla riva sinistra dell'Aufido) - una forza sufficiente a sostenere un eventuale scontro con l'opposta guarnigione romana. Se i numeri dei due contingenti nemici fossero stati pari potremmo ipotizzare sugli 8-10 000 uomini. Diciamo 8000, visto che anche in questo settore probabilmente i Romani erano pi numerosi, e sembra illogico e autolesionista che il Punico riducesse sproporzionatamente le proprie forze sul campo. Alla fine, l'esercito cartaginese schierato nella grande battaglia avrebbe assommato a poco pi di 30 000 soldati di fanteria pesante, e circa 10 000 soldati a cavallo. Dei 30 000 a piedi, pi o meno la met era costituita da veterani che avevano seguito Annibale dalla Spagna, e l'altra met da Celti reclutati in Italia. L'ala sinistra era formata dalla cavalleria pesante: 2000 effettivi iberici e 4000 celti; mentre 4000 cavalieri numidi armati alla leggera formavano l'altra ala.
Quindi, malgrado i dubbi sussistenti, se accettiamo l'ipotesi che la fanteria leggera fosse esclusa dal conto della stele del Lacinio, e consideriamo che Baleari e Mauri avevano superato le precedenti battaglie con perdite relativamente trascurabili (i caduti erano stati in maggioranza Celti, i pi bellicosi e sacrificabili fra gli alleati di Annibale) ci ritroviamo con una cifra totale non lontana dai 50 000 uomini delle fonti antiche. Una cifra che Brunt non condivide, riducendo anch'essa di circa un terzo.
Ma si avvicina l'alba del 2 agosto. E al di l della disfida sulle cifre, sappiamo che sulla piana di Canne stanno per schierarsi un grande esercito, omogeneo per luoghi di provenienza, lingue parlate, armi e storia militare dei suoi componenti; e un esercito molto meno numeroso, nei cui ranghi si schierano africani corazzati e Galli nudi. Nell'armata di Annibale, in caso di emergenza, gli ufficiali di un reparto potrebbero dare ordini ai soldati di un altro solo a gesti.

Parte seconda.

L'ORDINE DELLE GENTI.

1. L'esercito romano ai tempi di Annibale.

Stavano, tratti in diverse piaghe del mondo, grandi quanto la terra mai vide riunirsi, uomini pari in virt e destrezza, ma prima veniva il condottiero romano, migliore di piet e di fede.
Silio Italico, Le guerre puniche, nono 434-37

Allo scoppio della seconda guerra punica gli eserciti della repubblica si fondavano gi sull'unit strategica che avrebbe accompagnato e spesso determinato i trionfi delle armi di Roma fino all'apogeo del suo impero mondiale: la legione, costituita interamente da cittadini romani reclutati per leva, e comandata da un magistrato in carica (console o pretore), o appena uscito di carica (proconsole o propretore), proveniente dall'aristocrazia dell'Urbe, la classe senatoria.
Per unit strategica intendiamo una grande compagine militare costituita da diversi reparti che si integrano fra loro (nei tempi antichi, per fare l'esempio pi immediato, fanti e cavalieri), e contano un totale di soldati gi sufficiente a condurre una campagna bellica di una certa importanza o a difendere una regione piuttosto ampia. Qualche cosa di simile alle divisioni degli eserciti moderni.
In particolare, quando assunse la sua forma stabile nel medio periodo della repubblica, una legione a pieno organico era formata da circa 4200 fanti (pedites) e 300 cavalieri (equites). Abbiamo visto che all'inizio della seconda guerra punica il numero dei legionari si era gi assestato su cifre prossime a queste: secondo Polibio i fanti erano circa 4000, mentre i soldati a cavallo erano solo 200. Dall'andamento di questo conflitto, e in particolare dalla battaglia di Canne, sarebbe emersa con tragica concretezza la necessit di un maggiore equilibrio fra truppe a piedi e truppe montate: un problema che sarebbe stato risolto dal grande Scipione Africano - peraltro solo per le esigenze specifiche della guerra contro Annibale e grazie all'apporto di truppe straniere, esterne alla struttura legionaria.
Quando la campagna era una guerra di vaste proporzioni, combattuta contro un nemico numeroso e temibile, a ciascuna legione si affiancavano corpi ausiliari di consistenza analoga o poco superiore, forniti dagli alleati di Roma. L'armata standard della Roma repubblicana era formata da due legioni, pi un numero circa equivalente di truppe alleate. Con una differenza significativa: nelle unit ausiliarie la cavalleria era di forza grosso modo doppia (cio: se nella legione il rapporto fanti-cavalieri era di quattordici uomini a uno, nelle unit ausiliarie poteva scendere fino a tre/quattro a uno). Questa armata era sotto il comando diretto di uno dei due consoli per l'anno, o di un pretore, e prendeva il nome di esercito consolare. Fra Romani e alleati, la classica armata repubblicana contava quindi 20 000 soldati o poco meno. Ciascun console o pretore in comando era aiutato da un questore, responsabile a quanto sembra della logistica e degli aspetti economici (paghe, approvvigionamenti ecc.).
A Canne per l'esercito era cos grande (quattro armate consolari) che oltre ai due consoli di quell'anno, Emilio Paolo e Terenzio Varrone, erano presenti anche un console dell'anno precedente e il magister equitum di quell'anno, i quali probabilmente comandavano un'armata ciascuno.
Abbiamo visto anche che sull'Aufido, con ogni probabilit, combatterono legioni forti, dall'organico accresciuto fino a 5000 uomini e oltre. Tuttavia il numero dei cavalieri (300 secondo Polibio) restava in proporzione molto esiguo. Ci si doveva in parte alla tradizionale aristocraticit della cavalleria, al carattere esclusivo di un'arma che richiedeva anzitutto la propriet e il mantenimento della propria cavalcatura; ma soprattutto al modo di guerreggiare appreso e sviluppato dai Romani per una serie di ragioni. Questo stile di battaglia, con le sue conseguenze sull'andamento e sul risultato di Canne,  uno degli aspetti cruciali del nostro racconto.
Leggenda e storia della legione
Ancora si discute su quante fossero, in realt, le legioni romane a Canne. E su quanti effettivi contasse in realt una legione. Sono questioni importanti per capire come and veramente la battaglia di cui ci stiamo occupando. Occorre quindi precisare prima di tutto che cosa fosse una legione ai tempi della seconda guerra punica.
Legione  un termine familiare a chiunque abbia studiato un po' di storia antica a scuola. Insieme - non a caso - alla falange dei greci (la formazione chiusa, in linea, di opliti, fanti armati di lunghe lance e di pesanti scudi)  una delle due denominazioni che evocano universalmente un'idea di ferrea invincibilit, di muri d'armi e uomini invano assaliti in battaglie remote e sanguinose. In sostanza, da lungo tempo  in uso un'identificazione mitizzante fra l'unit-legione e l'esercito di Roma in generale: un po' come succede al giorno d'oggi con il Corpo dei marine, in cui per brevit e per antonomasia si identifica tutto l'esercito americano.
Se le legioni sono l'esercito di Roma - con buona pace degli alleati che sparsero il loro sangue per la gloria dell'Urbe -, per legionari nel parlare comune non si intendono tutti i soldati della legione, ma solo i fanti: anzi, i soldati di quella fanteria pesante (sempre rappresentati con l'elmetto tondo, lo scudo rettangolare, la spada corta e il giavellotto) che dell'esercito romano costituiva la maggior parte e il nerbo strategico. E cos come il mito della falange si  perpetuato fino ai nostri tempi nei nomi di organizzazioni politico-militari (per lo pi reazionarie o settarie, come la Falange spagnola e quella libanese), il mito della legione  rivissuto, per esempio, in un celebre corpo d'lite dell'esercito francese (la Legione straniera) e nell'epopea di Lawrence d'Arabia (creatore e stratega della Legione araba).
Non tutti sanno invece che la legione ha anche una storia, fatta di cambiamenti ed evoluzioni. E che, effettivamente, all'inizio il nome di legione non designava una singola unit, bens tutto l'esercito di Roma.
Quando quella che sarebbe diventata caput mundi cominci ad affermarsi come citt-stato, il suo esercito non differiva molto da quelli di altre piccole comunit del Lazio. Si ritiene che il primo ordinamento militare di Roma (detto romuleo, in quanto tradizionalmente attribuito al mitico re Romolo) fosse basato sul sistema tribale, cio sulle tre trib romane originarie (Ramnensi, Tiziensi e Luceri). Ciascuna trib forniva all'esercito 1000 fanti di linea (cio dotati di un armamento pesante, atto a costituire formazioni disposte lungo un fronte compatto), suddivisi in dieci centurie di 100 uomini ciascuna. Il contingente era al comando di un ufficiale della trib, o tribuno. Questo grado militare sarebbe sopravvissuto alla fine dell'esercito tribale e alle successive evoluzioni dell'ordinamento militare di Roma. Infatti i giovani delle famiglie nobili e abbienti, prima di accedere alle cariche pubbliche, ebbero sempre l'obbligo di effettuare un periodo di servizio militare con il grado di tribuno (per un periodo, sembra, di dieci anni oppure dieci campagne). In pratica, il tribunato divent il primo gradino del cursus honorum, la carriera politico-militare, e rest sostanzialmente in vigore fino agli ultimi secoli dell'Impero - a dimostrazione che a Roma tra i requisiti per esercitare un potere politico ci fu sempre quello di avere dimostrato capacit di comando sul campo di battaglia.
Questa legione dei 3000 fanti (+ 300 aristocratici che combattevano a cavallo), sospesa tra il mito e la verit storica, era comunque gi orientata tatticamente al predominio della fanteria pesante e allo scontro frontale, come gli eserciti delle poleis, le citt-stato greche.
La riforma serviana e i nuovi nemici
Sempre secondo i dati semileggendari della tradizione, a operare una prima riforma dell'ordinamento militare romano fu il secondo dei re etruschi, Servio Tullio (met ca. del sesto  secolo). Servio Tullio divise la societ in cinque classi pi una di cavalieri secondo il censo, e anche nell'ambito militare fu la classe di censo, e non pi la trib di origine, a determinare i reparti di appartenenza e i gradi a cui si poteva aspirare.
I cittadini pi ricchi (aristocratici etruschi e patrizi romani) formavano la cavalleria, mentre la prima classe costituiva la fanteria pesante (schierata e armata come la falange). Le classi dalla seconda alla quinta, armate in modo pi leggero e meno costoso, agivano in appoggio alla falange; vi erano infine cinque centurie particolari, quattro di musici e di artigiani e una quinta in cui si raggruppavano coloro che, nullatenenti, erano esclusi dall'arruolamento: i capite censi o proletarii o anche extra classem.
A proposito della cavalleria,  bene fare una precisazione. Certo, era un'arma nobiliare: ma a questa altezza cronologica le sue potenzialit come arma di urto non venivano sfruttate che in misura minima. La cavalleria romano-etrusca svolgeva pi che altro compiti di ricognizione e, quando in battaglia, di fanteria a cavallo: cio i cavalieri non caricavano, bens smontavano e combattevano appiedati.
In definitiva, le riforme serviane - negli aspetti in cui ci vengono tramandate - sembrano semplicemente rispecchiare alcune antiche consuetudini indoeuropee secondo le quali era possibile essere cittadini a tutti gli effetti solo se si possedeva della terra e si avevano mezzi economici sufficienti a mantenersi una panoplia (l'armatura; o meglio, l'insieme delle armi da difesa e da offesa) con cui combattere.
Questa versione romana della falange sub modifiche sostanziali e irreversibili nel periodo successivo alla monarchia, quando Roma cominci ad affermarsi come stato egemone della penisola italica. A questo punto, infatti, i Romani si trovarono ad affrontare a nord Etruschi e Galli, e a sud Sanniti e Greci. In poche parole, la nascente superpotenza romana ebbe a risolvere l'uno dopo l'altro tutta una serie di problemi tattici e strategici dipendenti di caso in caso dalle diverse caratteristiche dei nemici. I quali potevano essere dotati di grande coraggio e forza fisica, oppure veloci e agili nelle manovre, o favoriti dal terreno e versati nelle imboscate. A volte, poi, potevano anche vantare una cultura militare superiore a quella dei Romani.
Un momento decisivo a questo riguardo fu il sacco di Roma a opera dei Galli (390 a.C.): una bruciante sconfitta che tuttavia port i Romani - popolo pragmatico, e disposto a imparare quant'altri mai nell'antichit - a mettere a buon frutto la dura lezione appresa nell'arte della guerra. Avvenne quindi che i comandanti modificassero gli armamenti e la formazione tattica delle legioni.
Le altre riforme del quarto secolo
Le riforme militari dell'inizio del quarto secolo sono associate con il generale Marco Furio Camillo, il secondo fondatore di Roma che secondo la mitologia nazionale salv l'Urbe dai Galli e poi li sgomin.
Tali modifiche ebbero effetto da allora sull'ordinamento e sul modo di manovrare degli eserciti romani sia contro le orde di barbari sia contro gli eserciti pi civili. Del resto anche nelle guerre contro i Sanniti (ca. 343-290), sul terreno accidentato dei monti dell'Italia centrale, gli schieramenti compatti avrebbero manifestato seri limiti di movimento e di flessibilit e questo avrebbe indotto i Romani a modificare la struttura rigida della fila oplitica.
La prova pi aspra il riformato esercito legionario la affront proprio poco prima delle guerre puniche, quando all'inizio del terzo secolo dovette contrapporsi alle truppe di Pirro, il sovrano del regno ellenistico di Epiro chiamato dai greci di Taranto a difenderli contro i Romani. Con ogni probabilit Pirro fu il pi abile e tatticamente sofisticato fra tutti i generali che Roma dovette affrontare prima dei Barcidi. La guerra contro il re dell'Epiro fu durissima, e i Romani alla fine riportarono un successo strategico, mai un'autentica vittoria campale.
A questa altezza cronologica,  chiaro che i Romani combattevano gi in modo assai diverso dai Greci e dagli Etruschi. Un grande storico militare, il britannico John Keegan ne La grande storia della guerra fa il punto sullo stato dell'arte legionaria prima dello scontro con Cartagine in questi termini:
L'organizzazione dell'esercito romano [...] si era allontanata di molto dal modello degli opliti su cui si era fondata. Durante le guerre con i Galli, che combattevano in ordine sparso ma dinamico, i comandanti romani avevano scoperto che le file serrate della falange mettevano i loro soldati in condizioni di svantaggio e avevano introdotto di conseguenza un sistema che conferiva ai sottogruppi, i manipoli, maggiore spazio di manovra sul campo di battaglia, abbandonando progressivamente la lancia da brandire a favore di un giavellotto, il pilum, che il soldato scagliava per poi lanciarsi all'attacco con la spada.
Annotiamo qui solo di sfuggita un altro aspetto in realt importantissimo. Per i Greci il dovere dell'oplita - libero cittadino che combatte fianco a fianco con suoi pari - di provvedere al proprio equipaggiamento e mantenimento sul campo, rimase un ideale non scalfito dalle vicissitudini della Storia, che avevano via via reso necessario il massiccio reclutamento di mercenari o il pagamento dei soldati con denaro pubblico.
A Roma, invece, nel quarto secolo fu introdotto un salario per i militari a spese dell'erario pubblico: una sorta di indennit pagata da tutti i cittadini a favore dei mobilitati per rifondere le spese che dovevano affrontare (armi e vettovagliamento). L'esiguit del soldo (non molto diversa dai compensi dei lavoratori pi umili) da un lato non sconvolge la tradizionale struttura dell'esercito cittadino; dall'altro permette di ripartire meglio i sacrifici della guerra su tutti i cittadini, e non solo su chi era effettivamente arruolato.
La struttura della legione repubblicana.
A mano a mano che lo stato romano si accresce per potenza e vastit territoriale, il numero delle legioni aumenta. Ormai, nell'ordinamento militare repubblicano, la parola legione non designa pi tutto l'esercito, ma quella che abbiamo definito come unit strategica dell'esercito stesso: cio una grande unit, che si avvale di tutti i reparti specializzati (dalla cavalleria alla fanteria leggera, dai ricognitori alla sussistenza), tali da porla in grado di costituire un presidio regionale ovvero di intraprendere - con o senza ausiliari - una campagna bellica di media importanza. Il comandante dell'unit era coadiuvato da sei tribuni.
Ma entriamo nei dettagli della struttura di questa compagine.
Verso il 350 la legione contava circa 4000 fanti, le centurie erano state ridotte da 100 uomini ciascuna a 60-80: dunque ogni legione ne contava una sessantina, che poi saranno suddivise fra dieci coorti.
Il termine coorte era gi in uso anche per designare i contingenti di alleati:  tuttavia essenziale tener presente come nell'epoca alto e mediorepubblicana la partizione coortica avesse un valore specificamente amministrativo (cio inerente alla catena di comando, ad armi, approvvigionamenti e salari ecc.) e non tattico-militare. Solo con Giulio Cesare (I sec. a.C.) la coorte sarebbe diventata la principale articolazione della legione in battaglia. Dal quarto secolo, e ancora fino a Canne e ben oltre, questo ruolo spetta invece al manipolo, un reparto pi agile costituito da due centurie di una sessantina di soldati (la prior e la posterior) per un totale di 120 uomini, e comandato dalla figura pi interessante e significativa dell'ordinamento militare romano: il centurione. Questa specie di sergente maggiore/ufficiale di truppa, costituiva l'anello pi solido e caratteristico nella catena di comando romana. Cesare, per esempio, considerava i suoi centurioni pi affidabili degli ufficiali di alta estrazione sociale, e quindi in teoria loro superiori di grado. Un giovane tribuno che iniziava la propria carriera pubblica sotto le armi, oltre all'inesperienza, poteva peccare di avventatezza e di esibizionismo; mentre i centurioni venuti dalla gavetta si caratterizzarono come la spina dorsale del militarismo romano.
Infine, la cavalleria. I trecento cavalieri della nostra legione modello erano divisi in dieci turmae, squadroni di trenta uomini. Ogni turma era divisa in tre reparti di dieci uomini, le decurie, ciascuna comandata da un decurione. I decurioni erano nominati dai tribuni militari e coadiuvati da altrettanti optiones - graduati di rango inferiore scelti dal decurione stesso. Il comando della turma nel suo insieme era affidato al primo decurione.  probabile che le turmae fossero divise in tre file di dieci uomini (forse guidate dal decurione e serrate dall'optio), oppure in sei da cinque.
Abbiamo visto come, dopo le difficolt incontrate contro Galli e Sanniti, si fosse manifestata l'urgenza di un cambiamento nell'organizzazione tattica. Tale metamorfosi avvenne in direzione della flessibilit e della libert di movimento. L'esercito romano abbandon la legione falangitica per la formazione tattica che - nonostante i difetti sui quali ci soffermeremo in seguito - si dimostr la meglio articolata di tutta l'antichit: la legione manipolare.
Questa formazione - lineare come la falange, ma pi mobile - consisteva di quattro classi di soldati, suddivisi non soltanto per censo, ma anche secondo l'et e l'esperienza. Se i meno abbienti continuarono comunque a costituire la fanteria leggera, la monolitica e compassata falange fu sostituita da tre linee di fanteria pesante. Elemento decisivo: le prime due erano armate in modo nuovo, con due giavellotti (pila) e una corta spada (gladius) e il tradizionale scudo ovale o rettangolare. La prima linea (hastati, armati di lancia, come gli opliti del passato) era formata dai soldati pi giovani; la seconda da uomini sulla trentina, i migliori per forza ed esperienza (principes, i primi, perch ai tempi della falange in prima fila si schieravano i pi forti); la terza dai veterani (triarii, di terza fila).
 importante notare che i triarii non avevano il giavellotto, ma oltre al gladio e allo scudo erano ancora armati con una lancia da brandire simile a quella degli opliti greci. Ogni linea era divisa in dieci manipoli, e ciascuno dei manipoli di hastati e di principes comprendeva due centurie. Quelli dei triarii erano invece dei mezzi manipoli, forti di una sola centuria: quindi i manipoli degli hastati e dei principes erano composti da 120 uomini, quelli dei triarii da 60.
Riepiloghiamo. Considerando per praticit il numero canonico di 4200 fanti per legione, 1200 di loro erano di estrazione sociale pi povera e costituivano le truppe armate alla leggera e veloci negli spostamenti (velites).
I veliti combattevano a sciame, con molta libert di movimento e scarso peso tattico, pur essendo divisi in gruppi che facevano capo ai singoli manipoli - si  calcolato che nelle legioni forti di Canne, che annoveravano 140-150 soldati per manipolo, vi fossero 40 (c' chi dice 50) veliti assegnati a ciascun manipolo. Invece la fanteria pesante si disponeva su tre linee: gli astati (i giovani: 1200 uomini), i principi (i soldati maturi: 1200 uomini) e i triari (i veterani: 600 uomini).
Le tre linee in battaglia.
Si sa che ricostruire con precisione dati e avvenimenti dell'antichit  a volte impossibile, e raramente semplice. Dunque, fin qui abbiamo accennato a diverse questioni tuttora aperte fra gli studiosi in merito ad aspetti anche assai rilevanti della battaglia di Canne: per esempio, l'esatta posizione di accampamenti e armate, o il numero di uomini impegnati nello scontro.
Un problema che ancora non  stato del tutto risolto e ha profonda attinenza con quanto avvenne a Canne  come si articolassero effettivamente le manovre dei manipoli - e come mai la cultura militare dei Romani avesse generato un modo di combattere cos particolare. Riteniamo che l'esito della battaglia sia dipeso in gran parte da questo atteggiamento.
Ma procediamo con ordine. Anzitutto, pur non sapendo bene quali fossero i movimenti coordinati e le formazioni assunte dai manipoli in battaglia, il modo complessivo di combattere della legione manipolare ci  invece sufficientemente chiaro.
In breve: nella fase iniziale dello scontro, i veliti ingaggiavano schermaglie pi o meno di contatto (potevano anche limitarsi a lanci di proiettili) con le fanterie leggere avversarie. Seguiva l'avanzata degli hastati e, se necessario, dei principes. In genere, prima che si venisse alla spada, un certo numero di soldati di prima linea scagliavano i giavellotti, ma pare che questi lanci continuassero durante tutto il combattimento delle fanterie, per sfoltire le masse degli avversari e seminare il panico fra loro.
Livio descrive una procedura per cui gli hastati, quando incalzati, indietreggiavano tra i manipoli dei principes. Successivamente, se il nemico non cedeva e rinnovava gli assalti, la combinazione di principes e hastati poteva arretrare tra i manipoli dei triarii, i quali serravano le file. Gi il fatto che la terza linea potesse venire impegnata in battaglia indicava che lo scontro era aspro e le sue sorti non rassicuranti. Cos in latino divent proverbiale la frase arrivare ai triari, con il significato di trovarsi alle strette, in grave angustia. Insomma, alle corde, come si dice oggi con una metafora pugilistica non molto differente.
Nel caso in cui lo scontro volgesse poi davvero al peggio, la funzione dei triarii poteva essere quella di proteggere con le loro lunghe lance un ripiegamento generale. Mentre, quando le sorti erano in bilico, la legione unita e compressa si gettava un'ultima volta contro il nemico.
Nel momento in cui l'azione  dettata e sostenuta dai triari, la legione romana torna in sostanza a essere falangitica: una linea compatta di scudi e lunghe lance. A quest'altezza cronologica pu sembrare uno strascico del precedente modo di combattere: ma fra gli storici e gli antropologi vi  chi lo considera un retaggio ancestrale destinato a permanere sempre, fino a riemergere con prepotenza addirittura all'epoca del tardo impero. L'imperativo a combattere a ranghi serrati, formando un muro di scudi.
Abbiamo detto che la questione pi spinosa e meno precisata sul modo di combattere delle legioni  l'interazione delle manovre dei manipoli. Ne parleremo nel capitolo seguente, ma diciamo subito che in base alle testimonianze delle fonti antiche e alle ricostruzioni degli storici militari  probabile che i manipoli si dispiegassero a scacchiera. L'immagine che viene tradizionalmente proposta per chiarire questa disposizione  quella dei puntini che formano il valore di cinque su un dado da gioco. Secondo questo schema i manipoli di hastati, principes e triarii si schieravano sul campo di battaglia lasciando spazi vuoti fra gli uni e gli altri, in modo che il manipolo dello scaglione posteriore coprisse lo spazio tra i manipoli di quello anteriore. I veliti, esaurite le schermaglie tra fanterie leggere, rientravano dietro lo schermo protettivo della fanteria di linea integrandone l'azione con la loro mobilit.
Solo un accenno alla cavalleria. Nel dispiegarsi automatico della legione, questa arma ci appare schierata poco fantasiosamente alle ali con la funzione di proteggere i fianchi della fanteria. Un ruolo secondario, come abbiamo gi ripetuto: e anzi, nel corso del tempo, anche questa funzione tattica verr sempre pi ridotta e demandata agli ausiliari. Nei secoli della repubblica la cavalleria perder d'importanza al punto che in et cesariana il numero dei cavalieri della legione ammonta a qualche decina di uomini addetti alle comunicazioni o alla esplorazione del territorio.
Dunque abbiamo parlato dei reparti dell'esercito romano e della loro composizione; e ci siamo fatti una prima idea di come manovrassero sul campo le legioni e i reparti minori da cui erano formate.
Ora proviamo ad azionare lo zoom di un'immaginaria cinepresa, stringendo l'inquadratura sui singoli soldati: vediamo come dovettero apparire i Romani e i loro alleati agli uomini di Annibale in quella calda mattina d'agosto del 216 a.C. Di che cosa erano armati i soldati di Roma, per colpire e difendersi dagli attacchi del nemico?
La fanteria pesante dei Romani.
Incominciamo dalle tre linee della fanteria legionaria cui Roma dovette gran parte delle sue fortune belliche. Abbiamo detto che gli hastati e i principes si differenziavano per et ed esperienza: ma secondo Polibio avevano lo stesso armamento. E un armamento fortemente innovativo rispetto alla tradizione greco-etrusca, e teso a favorire una maggiore agilit negli spostamenti.
L'arma principale del legionario era il gladius, una spada corta a doppio taglio. Il gladio era lungo circa 75 cm compresa l'impugnatura. La lama, larga poco meno di 6 cm, aveva una lunghezza di mezzo metro o poco pi, ed era appuntita e leggermente rastremata. Si trattava dunque di una spada sia da taglio sia da affondo.
Si ritiene che il gladio fosse di origine ispanica, a testimonianza dell'allargamento di scambi e contatti di Roma nel Mediterraneo. Secondo Polibio, fu adottato proprio in occasione della guerra contro Annibale, ma  pi probabile che le legioni abbiano cominciato a essere dotate di questa arma durante la prima guerra punica. O anche prima: alcuni, basandosi sull'archeologia, ne fanno risalire l'uso addirittura al quarto secolo. Il gladio era un'arma particolarmente ben concepita e temibile: maneggevole e atto a colpire di punta, diventava davvero micidiale quando, nel corpo a corpo, veniva manovrato per squarciare dal basso, provocando terribili ferite. Una volta scagliati i giavellotti, i legionari si proiettavano a ranghi compatti contro i nemici e spingevano il gladio nelle loro carni con gravissimi danni agli organi vitali.
Spesso il gladio era affiancato da un pugnale pi corto, ed entrambe le armi erano appese a una tracolla portata su una spalla (il cingulum).
Per quanto riguarda i giavellotti (pila), ciascun legionario in marcia ne portava tre, di cui solo due in battaglia, pi o meno uguali per lunghezza ma differenti nel peso. Entrambi erano costituiti da una lunga sezione di metallo e da un'asta di legno. Polibio spiega che la sezione di metallo era lunga 1,35 m, ma nei reperti archeologici di cui disponiamo raggiunge un massimo di 70 cm (compresi circa 6 cm della punta e circa 9 cm del codolo, inserito nel legno e fermato con due chiodi).
Per farla semplice, possiamo ipotizzare che all'epoca di Canne i giavellotti fossero lunghi circa due metri e pesassero l'uno circa quattro chili e l'altro circa due, in quanto andavano lanciati da distanze diverse: prima il pi leggero, e poi il pi pesante. La parte metallica terminava in una lama appuntita e tagliente, a sezione piatta o poligonale. Questa testa di forma piramidale era dotata di barbigli, simili agli ami da pesca. Il giavellotto aveva il peso per trapassare uno scudo e ovunque si piantasse - nello scudo stesso o nelle carni - la testa si piegava rendendo difficile al nemico staccarla.
Valutando peso dell'arma e forza delle braccia, probabilmente i legionari dovevano scagliare i giavellotti leggeri quando si trovavano ormai a trenta metri dal nemico, e conservare quelli pesanti per successive fasi di scontro pi ravvicinato (difficile avere il tempo per una seconda raffica). Dopo il lancio la battaglia continuava alla spada.  interessante osservare che probabilmente anche il giavellotto aveva origine ispanica - era in uso ai mercenari cartaginesi nella prima guerra punica.
In epoca successiva (probabilmente nella tarda repubblica), il pilum conobbe un'importante evoluzione tecnologica: veniva fabbricato in modo da spezzarsi all'impatto con il bersaglio o con il terreno, per impedire ai nemici di raccoglierlo e rilanciarlo contro i Romani. La tradizione attribuisce questa innovazione al grande riformatore militare Gaio Mario.
Lo scudo (scutum), di legno, aveva forma ovale o rettangolare, era alto 120-130 cm e largo 60-75. Al centro il suo spessore superava il centimetro e, secondo le ricostruzioni, doveva pesare un po' meno di 10 kg.
Poteva avere foggia piatta o ricurva (convessa, anche in modo accentuato). Gli studiosi ritengono che lo scutum piatto fosse di origine gallica, mentre quello ricurvo un'imitazione degli scudi dei gladiatori sanniti.
Era costituito da due/tre strati di legno incollati fra loro e coperti lateralmente prima di tela, e in seguito - gi all'epoca di Canne - di pelle di agnello o di vitello. La sommit e la base, o anche il bordo completo, presentavano rinforzi di ferro, a protezione dai colpi del nemico e anche dal logorio determinato dall'appoggio a terra. Al centro lo scudo era un po' pi spesso che ai lati, e recava una borchia rotonda di ferro (umbone) che serviva per colpire i nemici al volto o al petto. Questo si capisce perch lo scudo veniva usato come arma sia di difesa (nelle fasi statiche dello scontro, i legionari lo piantavano nel terreno) sia di offesa (quando facevano impeto contro i nemici). Sembra che l'adozione dello scutum al posto di uno scudo rotondo simile a quello degli opliti greci risalga alle guerre contro le popolazioni latine del quarto secolo.
Scudo, gladio e giavellotti erano le armi principali che assicuravano al legionario la capacit di offendere e di difendersi all'epoca dei fatti storici di cui ci stiamo occupando - cio nel periodo della tarda repubblica - ma la loro fortuna accompagn tutta l'espansione della potenza romana. Erano ancora in auge ai tempi del principato di Augusto e di Tiberio. Vale invece la pena rimarcare come da Mario in poi tutti i legionari romani di fanteria fossero equipaggiati con lo stesso armamento, i cui elementi principali erano lo scudo, la spada (gladius) e uno o due giavellotti; mentre ai tempi di Canne i triari combattevano ancora con una lancia da affondo (hasta) molto simile a quella dei falangiti greci (ma non di quelli ellenistici, che ne brandivano una assai pi lunga), di lunghezza variabile da due metri a due metri e mezzo, e con una punta lunga venti/trenta centimetri. Il solito Polibio ci informa che occasionalmente, contro nemici che si lanciavano all'attacco a tutta forza (i Galli, per esempio) la hasta poteva essere brandita anche dai principes.
In quanto all'armamento difensivo, le testimonianze storiche e archeologiche ci parlano di una minore uniformit e di pi frequenti differenze tra i vari reparti. L'elmo del legionario (galea, cassis) era una scodella: una calotta semisferica dotata di due protezioni triangolari per le guance, un lembo coprinuca e una striscia metallica a difesa della fronte (stiamo comunque parlando di protezioni molto approssimative). Alla sommit l'elmo recava un portacresta con un foro dove venivano infilate piume decorative. Le tre piume centrali, di color viola o nero, erano lunghe quasi mezzo metro, e avevano la finalit di intimidire i nemici facendo sembrare il guerriero portentosamente alto, forse riprendendo un'usanza celtica.
Come segno distintivo, i centurioni avevano un pennacchio non verticale, bens allungato sull'elmo da destra a sinistra. Gli ufficiali di grado superiore potevano sfoggiare copricapi elaborati - richiamanti, per esempio, quelli degli eroi mitologici greci - con pennacchi di piume e di crine.
La tipica corazza (lorica) romana era una semplice cotta di maglia del peso di una quindicina di chilogrammi. Meno comune era una protezione di cuoio rinforzata con scaglie di metallo. I cittadini-soldati pi poveri, per, si accontentavano del pectorale, una piastra di bronzo sul petto. Soprattutto fra gli ufficiali and a mano a mano diffondendosi il pi elegante tipo greco o muscolato, modellato sui muscoli del torace e dell'addome.
L'equipaggiamento difensivo dei legionari era completato da un gambale o due. All'epoca di Canne forse il gambale era uno solo - dunque quello sinistro, a protezione della gamba pi avanzata e protagonista delle fasi di spinta (lancio di proiettili e urto fra le schiere).
Va inoltre ricordato che, al pari dei loro avversari dell'esercito annibalico, i legionari adottavano abitualmente le armi sia di offesa sia di difesa catturate ai nemici vinti.
Quando la legione era in marcia, ogni legionario portava con s attrezzi e utensili per scavare e fortificare il campo (pale, zappe, e la peculiare dolabra: una scure dal lungo manico e dalla testa di metallo foggiata da una parte per fungere da piccone e dall'altra come ascia, utilissima nella costruzione di palizzate di legno) e per i pi vari usi di sopravvivenza (ago, filo, coperte, recipienti per il rancio, strumenti di pronto soccorso). Il tutto era riposto, insieme con effetti personali, simboli religiosi e amuleti, in uno zaino che finiva per pesare una ventina di chili circa.
Naturalmente prima della battaglia i legionari si liberavano dello zaino, ma anche senza bagagli, a conti fatti l'armamento di un soldato di fanteria pesante poteva assommare a una trentina di chilogrammi. Malgrado l'efficienza degli addestramenti e la proverbiale tenacia del soldato romano, si trattava comunque di un fardello tale da limitarne la piena efficienza a poche decine di minuti - possiamo ipotizzare ottimisticamente una mezz'ora.  chiaro che lo stesso problema riguardava anche i fanti di linea degli altri eserciti. Quindi nell'antichit uno degli elementi principali che modularono le tattiche della guerra oplitica prima e legionaria poi fu la necessit di abbreviare il pi possibile i tempi dello scontro corpo a corpo: un veloce sfondamento delle linee nemiche poteva scongiurare il pericolo di ritrovarsi con truppe sfinite.
Sembra un discorso semplice, ma se applicato a Canne (e anche, in verit, ad altri grandi fatti d'armi del tempo antico) fa sorgere qualche dubbio. Per almeno due motivi:
1) la battaglia non fu decisa da alcuno sfondamento materiale (anzi, semmai dal mancato sfondamento centrale dei Romani);
2) stando alle fonti antiche, la battaglia dur parecchie ore.
Ma allora Polibio, Livio e le altre fonti avevano delle ragioni per mentire, o confondere le carte, sulla durata dello scontro di Canne? C' forse un'ennesima questione che si profila all'orizzonte del nostro racconto? Non proprio: tuttavia una chiarificazione a riguardo sar necessaria, per sgomberare il campo da alcuni equivoci diffusi sull'effettivo svolgimento delle antiche battaglie. Per ora continuiamo a passare in rassegna i soldati dei due eserciti.
La fanteria leggera dei Romani
Abbiamo visto come la fanteria leggera, i veliti (40-50 per ciascun manipolo delle legioni forti di Canne), fosse costituita dai soldati pi poveri, generalmente giovanissimi, dell'esercito romano.
L'armamento velitico constava di spade, giavellotti (ma anche fionde, archi e frecce: le armi da lancio avevano importanza soprattutto nelle fasi preliminari della battaglia campale, delle quali i veliti erano protagonisti) e uno scudo rotondo leggero (parma). Gli elmi erano semplici, anonime calotte, talvolta ricoperte da una pelle (spesso di lupo) per rendere i soldati pi riconoscibili e forse come ricordo dei primitivi gruppi di guerrieri che combattevano mossi da furor eroico e immedesimazione magica con gli animali totemici. Va detto che alcuni studiosi sostengono che i veliti fossero spesso armati in modo ancora pi rudimentale e rustico (con fionde, falci, bastoni ecc.) di quello descritto.
A questo riguardo, una distinzione rilevante per la storia militare  quella tra i fanti leggeri pressoch privi di armamento difensivo, agili e veloci ma privi di forza d'urto, e i peltasti, un tipo di fanteria armata soprattutto con piccoli scudi e giavellotti, intermedia fra quella leggera e quella pesante, ma vicina alla prima dal punto di vista tattico. Infatti i peltasti non combattevano in linea, ma con il loro armamento ibrido erano in grado di accorrere in aiuto delle fanterie pesanti in difficolt. I peltasti assunsero particolare importanza come ausilio dei falangiti negli eserciti ellenistici. Tra i veliti aggregati alla legione combattevano sia fanti armati decisamente alla leggera sia peltasti.
Non ci risulta in ogni caso l'esistenza di un'ufficialit istituzionale alla guida delle truppe leggere: probabilmente a comandare i gruppi di veliti erano i soldati naturalmente dotati di leadership. Si pu ragionevolmente ipotizzare che fossero proprio questi a portare la pelle di lupo, per essere visibili da lontano dai tribuni, i quali avevano modo di trasmettere a distanza gli ordini per mezzo di suoni di corno. O forse, di tanto in tanto, anche recarsi direttamente fra i veliti per impartire loro direttive tattiche pi circostanziate.
La cavalleria romana.
Essendo la cavalleria arma nobile, ma in complesso minore nell'arte della guerra romana, v' poco da stupirsi che permangano incertezze e scarsa precisione riguardo all'equipaggiamento dei legionari a cavallo. Senza addentrarci troppo in dubbi e ipotesi, diciamo che dovevano essere armati di una spada simile al gladio e, dettaglio caratteristico, di una lancia a due punte di ferro: una alla sommit e una in fondo all'asta - la seconda da usarsi se la lancia si fosse spezzata.
Quanto alle armi di difesa, le corazze erano simili a quelle della fanteria, anche se sagomate in modo da risultare pi comode per le gambe, cos da agevolare la posizione del soldato in groppa alla cavalcatura. I cavalieri erano poi forniti di scudo ovale o rotondo. Aggiungiamo a mo' di curiosit che lo scudo tondo doveva essere un segno distintivo dei graduati.
Gli alleati
A Canne erano pi numerosi dei legionari, e caddero per Roma a decine di migliaia. Dunque, il ruolo nella battaglia degli alleati dei Romani fu rilevante, e i loro equipaggiamenti e consuetudini belliche meriterebbero una descrizione adeguata.
Tuttavia, a dire il vero, qui il discorso si complica non poco. Le fonti antiche, impegnate a descrivere e possibilmente esaltare ordinamenti e virt delle legioni, poco si curano di darci rappresentazioni illuminanti di reparti e armamenti degli alleati di Roma. Un dato ragionevolmente certo  che via via che il potere dell'Urbe si consolidava e i popoli sottomessi o cooptati alla romanit ne assimilavano le usanze anche militari, formazioni e armamento dei contingenti alleati abbiano riprodotto sempre pi fedelmente quelli della legione manipolare romana.
Per quanto riguarda la catena del comando, ai massimi livelli i contingenti erano divisi tra i consoli. Gli alti ufficiali (praefecti sociorum) erano sempre cittadini romani, e in sostanza corrispondevano ai tribuni. I diversi popoli esprimevano invece i graduati di rango inferiore.
Come abbiamo gi detto, gli alleati fornivano agli eserciti consolari la maggioranza della cavalleria (in numero di solito due-tre volte superiore a quella legionaria), il cui capo era anche in questo caso un alto ufficiale romano (il praefectus equitum), mentre i vari reparti minori erano agli ordini di ufficiali appartenenti ai rispettivi popoli.
Restando in argomento,  forse pi interessante considerare questi alleati dal punto di vista della provenienza. Osserviamo le cifre calcolate da Brunt in relazione alla popolazione maschile dell'Italia romana nel 225 a.C. per avere un'idea dell'importanza demografica delle varie comunit in grado di fornire uomini alle armate dell'Urbe.
Romani 300 000
Latini 134 000
Sanniti 123 000
Apuli 89 000
Bruzi 54 400
Etruschi 86 400
Umbri 35 200
Lucani 52 800
Circa 850 000 uomini, dunque. Lo schema  utile anche per ricordarci che a Canne Roma non annoverava ancora nei suoi eserciti soldati non italici. Ma anche nell'ambito dei soli italici torna utile operare una significativa distinzione fra quelli forniti dalle colonie latine e i socii o foederati, non latini.
I primi erano vicinissimi ai Romani, in ogni senso: parlavano il latino, seguivano la stessa religione dei Romani e condividevano con loro molte usanze e tradizioni - tra cui anche quelle militari.
I secondi erano di culture pi distinte, e in ragione di esse contribuivano allo sforzo bellico: per esempio,  probabile che gli alleati greci del Mezzogiorno fornissero soprattutto navi e marinai, anche se proprio a proposito di Canne Livio ci parla di un migliaio di arcieri e frombolieri forniti spontaneamente da Ierone di Siracusa; mentre per Polibio il tiranno siracusano aveva inviato le truppe su espressa richiesta dei Romani, e il contingente constava di 1000 fanti armati alla leggera e circa 500 arcieri cretesi. Malgrado la vaghezza delle nostre informazioni sulle truppe alleate, vien naturale credere che ve ne fossero anche con armi da lancio (archi, fionde); anzi, durante i secoli dell'Impero i reparti dei socii sarebbero stati indirizzati sempre pi alla funzione di artiglieria, per diradare e disperdere le formazioni nemiche.

2. L'armata di Annibale.

[L'esercito cartaginese] era un'accozzaglia delle pi opposte razze dell'umana specie, originarie delle parti pi remote del globo. Orde di Galli ignudi schierati al fianco di compagnie di Iberi dalle bianche tuniche, e Liguri selvaggi accanto ai Nasamoni e ai Lotofagi.
A.H.L. Heeren, Ideen ber die Politik...

Se ci mancano informazioni precise sui reparti e sull'equipaggiamento degli alleati di Roma, dell'esercito di Annibale sappiamo forse ancora meno. Quello che  certo  che si trattava di un'armata multinazionale, al cui interno i cittadini cartaginesi erano una sparuta minoranza e costituivano essenzialmente l'ufficialit. Del resto, gli unici eserciti veramente cartaginesi erano le milizie raccolte quando la citt correva un pericolo diretto.
Come ovvia conseguenza di questa variet, le truppe di Annibale non vestivano e tendevano a non combattere in maniera omogenea, ma secondo le usanze nazionali; ed era in base alla nazionalit che venivano schierati, per mantenere formazioni pi compatte e favorire le comunicazioni. Per il resto, lo schema era analogo a quello adottato dai Romani per le unit dei loro alleati: gli alti ufficiali erano cartaginesi, mentre i graduati di rango inferiore appartenevano alle stesse nazioni dei soldati dei rispettivi reparti.
Le notizie che abbiamo da Polibio sugli eserciti cartaginesi in generale ci suonano sospette, quando non in odore di propaganda. Esaltazione dell'esercito di popolo romano in confronto con i mercenari punici; sostegno dei valori nazionali contro i barbari, e altri sentimenti negativi nei confronti dello straniero invasore sembrano avere mosso varie rappresentazioni polibiane. Come quella secondo cui entrando nel campo dell'esercito sconfitto di Asdrubale al Metauro (207 a.C.) i Romani vi avrebbero trovato numerosi mercenari galli che dormivano ubriachi. Accenniamo alla dubbia testimonianza soprattutto perch trasgredisce l'unica regola in vigore negli eserciti cartaginesi di cui siamo a conoscenza ( addirittura Platone che ne parla): il divieto di bere alcolici. Ritornando a Polibio, secondo la sua testimonianza l'incuria dei Cartaginesi per il loro esercito era particolarmente grave nei confronti delle fanterie, mentre erano un po' pi attenti al decoro e alla disciplina della cavalleria.
Ora, se abbiamo suddiviso l'esercito romano a Canne fra cittadini romani, alleati latini e altri italici, anche le forze in campo sotto il comando di Annibale potrebbero generalmente classificarsi in tre gruppi: i sudditi di Cartagine e delle colonie spagnole, gli alleati, i mercenari. Se non che, vedremo come molto spesso sia difficile attribuire con esattezza un reparto all'una e all'altra categoria, e abbondino i casi ibridi.
La fanteria libica
Sudditi di Cartagine erano i Libi (Polibio) o Africani (Livio), uomini di pelle relativamente chiara provenienti dall'Africa del Nord - in contrasto con i neri etiopi delle regioni pi meridionali del continente; probabilmente i Libi erano in parte soldati di leva, reclutati fra nazioni alleate di Cartagine, e in parte mercenari. Le fonti ce li descrivono come una temibilissima fanteria leggera, e ci dicono che a Canne i Libi diedero un contributo sostanziale anche operando da fanti di linea. In quanto tali, dovevano essere dotati di un armamento alla cartaginese, quindi di tipo oplitico: elmi di bronzo, corazze di ferro, tuniche bianche, scudi rotondi (pure di colore bianco), spada, lancia. Insomma, dell'esercito annibalico formavano la falange, intesa nel senso lato di fanteria pesante che combatte in massa.
In senso lato, abbiamo detto, perch come pi volte ripetuto l'arma di offesa principale del falangita  la lunga lancia; a Canne, per, secondo Livio e Polibio i Libi combatterono soprattutto con armi catturate ai Romani dopo le precedenti battaglie vittoriose: quindi  verosimile che abbiano fatto uso di giavellotti e gladi.
Gli storici militari contemporanei hanno ipotizzato salomonicamente che i Libi avessero un equipaggiamento pi simile a quello dei falangiti durante la prima guerra punica, e pi vicino all'uso romano quando seguirono Annibale in Italia. Va peraltro osservato come questi soldati avessero in comune con quelli di Roma l'influsso della cultura delle armi spagnola. I circa 10 000 fanti libici, veterani fedeli e formidabili combattenti, erano il punto di forza delle fanterie annibaliche a Canne.
Gli altri africani: i cavalleggeri numidi
Oltre ai Libi, l'armata di Annibale contava nelle sue file reparti formati da altre popolazioni africane: mercenari di fanteria leggera di Mauri, berberi di pelle chiara provenienti dall'Africa nord-occidentale; Libifenici di etnia mista punico-africana delle colonie fenicie dell'Africa del Nord - abili soldati a cavallo, e spesso ufficiali delle schiere montate -; un piccolo contingente di cavalieri Getuli (altro popolo libico-berbero che viveva a sud dei Mauri); e soprattutto la cavalleria numidica, su cui vale la pena di soffermarsi brevemente in quanto, dopo essere passata dalla parte dei Romani grazie all'abilit diplomatica di Scipione Africano, si dimostr la chiave di volta della battaglia di Zama e quindi della seconda guerra punica.
I Numidi erano berberi dell'Africa di Nord-ovest (al pari di Getuli e Mauri, che non a caso spesso vengono confusi con loro; ma, rispetto alle popolazioni vicine, i Numidi erano meno stanziali e pi nomadi; meno contadini e pi dediti alla pastorizia) forse misti con etnie nere. Abilissimi cavalieri - anche se denigrati dagli storici romani perch codardi e facili alla fuga - i circa 4000 Numidi presenti nell'armata annibalica formarono la quasi totalit della sua micidiale cavalleria leggera. Probabilmente non erano mercenari di Cartagine, ma suoi alleati: non a caso sappiamo che erano guidati in battaglia dai loro stessi principi, tra cui il celebre Massinissa che in seguito sarebbe stato il protagonista del cambio di alleanza. A Canne, tuttavia, li comandava Annone, luogotenente punico di Annibale.
Oltre a ignorare l'uso della sella e delle staffe, i Numidi montavano senza redini; le loro cavalcature erano pony piccoli e resistenti. Armati di giavellotti e corte spade, non portavano corazze n altre armi di difesa salvo uno scudo di pelle. Quando il nemico era in rotta i Numidi si rivelavano inseguitori implacabili, efficienti e spietati, tanto pi temibili perch a volte si limitavano, passando di lato al nemico, a recidergli i garretti per tornare poi, una volta esaurita la spinta dell'inseguimento, a finire il lavoro.
La fanteria pesante iberica
 impossibile stabilire con precisione la provenienza degli 8000 fanti iberici che avrebbero fatto parte dell'armata di Annibale secondo l'iscrizione letta da Polibio al tempio di Capo Lacinio. Quello dell'Iberia era un territorio troppo vasto e dai contorni neanche troppo chiari per gli storici di allora: n troppo chiare erano le idee in merito alle popolazioni che l'abitavano.
Nell'esercito di Annibale che discese in Italia e combatt a Canne erano certamente presenti fanterie leggere mercenarie di Celtiberi e Lusitani, popolazioni di origine celtica che vivevano nel Nord e Nord-ovest della penisola. Ma il maggior contributo militare fu garantito al Barcide dalle fanterie pesanti di leva degli Ispani veri e propri dell'attuale Spagna centro-meridionale. D'altra parte Cartagine - da secoli tesa a estendere relazioni e influssi verso quella regione, aveva impiegato truppe ispaniche da molto prima delle guerre puniche - addirittura nel 480 in Sicilia, secondo il grande storico greco Erodoto.
I Cartaginesi attinsero quindi dai loro alleati iberici truppe di leva in quantit, e da molte trib diverse. A dire il vero la lealt di questi reparti non fu sempre costante; tuttavia gli Ispani che combatterono sotto Annibale si dimostrarono abbastanza affidabili. L'armamento standard di un soldato di fanteria pesante prevedeva a volte una spada simile al gladio - che come abbiamo visto era di origine ispanica; per era pi comune un'altra spada a lama ricurva - una specie di scimitarra, detta falcata.
I fanti erano quasi sicuramente armati anche di giavellotti. Giavellotti e lance erano un'autentica specialit dell'arte militare e armiera iberica: ce n'erano interamente di ferro (soliferrum) con punta e barbigli, di legno con una generosa testa di ferro, o di struttura simile a quei pila romani di cui erano stati il modello. Fra questi ultimi ricordiamo la temibile falarica, un giavellotto incendiario prediletto dai Saguntini che secondo Livio veniva acceso al centro e poi, durante il volo, si trasformava in un autentico dardo infuocato.
La fanteria pesante iberica portava scudi simili a quelli dei Romani, ma preferibilmente piatti, mentre rinunciava alla corazza a favore di tuniche di lino dagli orli di porpora - una specie di divisa nazionale.
Nel complesso, dunque, questi fanti iberici erano armati in modo assai somigliante ai legionari - e dunque, inevitabilmente, avevano anche un modo analogo di combattere.
La fanteria pesante gallica
Sappiamo gi che a Canne il contributo di uomini fornito dalle trib celtiche con cui Annibale durante la discesa in Italia aveva concluso pi o meno strette alleanze fu molto cospicuo. Nel parlare di alleanze, teniamo presente che, come nel caso degli Ispani, lo status di alleati e/o mercenari di questi combattenti nell'armata annibalica  differenziato e a volte incerto. Si trattava comunque di Galli cisalpini, Insubri e Boi (popolazioni diffuse rispettivamente a nord e a sud del Po). Inoltre, in particolare gli Insubri controllavano altri popoli celti, tra cui i Liguri, sul cui contributo all'esercito di Annibale permangono dei dubbi.
Un calcolo verosimile di queste forze parla di circa 16 000 Galli in battaglia, pi 8000 a difendere l'accampamento. Questo ultimo dato ci dice peraltro come Annibale non stimasse i Galli al livello delle sue truppe di lite: migliaia ne lasci di guarnigione, e altre migliaia, come vedremo, ne sacrific sul campo.
La fanteria pesante era armata di lunghe spade da taglio e scudi ovali. Gli scudi di quercia (di varie dimensioni: diciamo attorno al metro di altezza per mezzo metro di larghezza), ovali o rettangolari al pari di quelli romani, e spesso dipinti, non avevano rinforzi sui bordi ma potevano presentare l'umbone. Erano scudi di peso notevole, forse anche pi robusti di quelli dei legionari, atti anche a essere appoggiati sul terreno per il combattimento statico da posizione china. Oltre all'aspetto imponente, alle urla selvagge e ai suoni dei corni grande impressione destava nei Greci e nei Romani il fatto che alcuni gruppi di Galli, come i Gesati nella battaglia di Talamone del 225, combattessero nudi fatta eccezione per i gioielli e i collari d'oro; forse per sprezzo totale del pericolo e per morire nudi come erano nati, nell'attesa che l'anima immortale del guerriero caduto in battaglia potesse rinascere a nuova vita.
Malgrado la morale eroica e lo spirito bellicoso che li sospingevano, incarnati spesso nei capi che provenivano tutti dal ceto nobiliare che dominava la societ tribale celtica, i Galli non avevano fama di buoni combattenti. Un console ebbe a dire che i Galli avevano un fisico del tutto intollerante alla fatica e la loro foga si esauriva; cos mentre all'inizio dello scontro erano eroi, alla fine valevano meno delle femmine. E quello che fece la loro passione per il vino al Metauro l'abbiamo appena ricordato.
La cavalleria pesante: Ispani e Galli
I cavalieri ispanici a Canne erano 2000: quasi tutti alleati di Cartagine, appartenevano alla nobilt. Componenti principali del loro armamento erano la spada falcata, due giavellotti e uno scudo rotondo. Anch'essi come i fanti vestivano la tunica bianca nazionale.
In numero forse doppio (4 000) degli Ispani era la cavalleria pesante celtica. Come gi anticipato, si trattava di nobili animati da forte aggressivit ed etica guerriera, minate in parte dall'esibizionismo individualista e dalla conseguente poca disciplina. Malgrado il luogo comune per cui i Galli combattevano nudi, c' da credere che i nobili a cavallo indossassero cotte di maglia (non foss'altro perch esse erano proprio di invenzione celtica) ed elmi.
Di solito la cavalleria combatteva servendosi del cavallo come piattaforma per colpire i fanti dall'alto con le spade. Sembra per che una minoranza della cavalleria pesante iberica di Annibale fosse dotata di lunghe lance e solide corazze, spesso dipinte, e attaccasse con vere e proprie cariche da urto.
La fanteria leggera mista
Se dei veliti romani e dei loro alleati a piedi armati alla leggera possiamo farci un'idea forse imprecisa, ma tutto sommato omogenea, nel campo di Annibale le fanterie veloci ci appaiono come una tavolozza guerriera multicolore e pittoresca - ma da non sottovalutare per abilit ed efficacia in battaglia.
Diamo solo un veloce ragguaglio di questi reparti, che possiamo immaginare di nazionalit mista: a Canne dovettero combattere in essi soldati celtiberi, lusitani, libici, baleari, celti. I Celtiberi erano caratterizzati dai manti di pelo nero di capra, dagli scudi leggeri e da daghe ed elmetti simili a quelli dei Romani. Ma a parte questi dettagli, si pu presumere molta variet negli armamenti:  probabile che fra i Libi e i Lusitani (ma anche i Celtiberi stessi) molti brandissero lance da affondo e portassero anche piccole spade e coltelli. Volendo riprendere la distinzione accennata in precedenza, tra fanti decisamente leggeri e peltasti, queste fanterie sembrano piuttosto classificabili nel secondo gruppo. Li chiamavano anche caetrati, dal nome della caetra, il piccolo scudo rotondo di cui si servivano per difesa, in vimini, cuoio o legno con umbone e impugnatura metallici.
E i Galli? Nelle fanterie mobili ve ne saranno certamente stati. Sappiamo per esempio che i Liguri alleati di Cartagine formavano soprattutto contingenti armati alla leggera, con spade galliche e giavellotti. Non abbiamo per testimonianze della loro presenza nell'esercito di Annibale.
Un discorso un po' pi approfondito meritano invece i frombolieri baleari (forse 2000 sul totale di 8000 fanti leggeri).
Mercenari, bench le loro isole fossero un protettorato (ma non un possedimento) cartaginese, i Baleari erano abili con il giavellotto, ma - come dice il nome - soprattutto con la fionda: le loro frombole scagliavano efficacemente a notevole distanza pietre da una mina - quasi mezzo chilo. Ne portavano sempre tre, con cinghie di varia lunghezza a seconda della distanza del bersaglio, due avvolte pittorescamente intorno al corpo e una alla testa, ed erano armi cos pericolose che nelle prime fasi della battaglia di Canne fu uno dei loro proiettili a colpire il console Emilio Paolo.
Oltre ai giavellotti e alla sacca delle pietre, questi soldati portavano altre armi di complemento (piccolo scudo, coltello). Si guadagnarono una tale fama che a volte il termine baleare fu usato come sinonimo di fante leggero in generale. Non  l'unico caso di antonomasie guerriere e militari: si pensi all'uso del termine trace (cio proveniente dalla regione della Tracia, regione che attualmente comprende la Turchia europea e territori della Grecia e della Bulgaria) per indicare un tipo di gladiatore armato di spada corta, piccolo scudo tondo ed elmo crestato.
Ci rendiamo conto di avere usato, nel presentare l'aspetto esteriore degli uomini che formavano le due armate contrapposte, una serie esasperante di formule dubitative. Dobbiamo per aggiungere che queste avrebbero potuto essere ben pi numerose. Laddove la realt ci sembrava meno discutibile, abbiamo tagliato corto eliminando tutti i forse, probabilmente, verosimilmente che potevamo. E tuttavia, le armi, gli indumenti, i sodalizi e le lealt che mostrano i 100 o 130 000 uomini in procinto di dar vita all'ecatombe del 2 agosto, restano in buona parte offuscati dalla distanza temporale.
Ma su una differenza sostanziale tra le due armate non sussistono dubbi. A comporre l'esercito romano sono cittadini della repubblica e cittadini delle nazioni italiche sue alleate. Un esercito di valorosi, certo: ma, forse, soprattutto di coraggiosi. Il valore in battaglia non  soltanto forza fisica, abnegazione e spirito combattivo. E anche efficienza sul campo, e in questa armata molti sono apprendisti della guerra: generati da un popolo guerriero, ma novizi dell'addestramento militare, e privi di esperienza di battaglia. Annibale, invece, schiera un'armata di Cartagine quasi senza Cartaginesi, formata da alleati e mercenari reclutati in circostanze e con modalit assai varie - in qualche caso, come abbiamo visto, anche cammin facendo, nel lungo viaggio dalla Spagna alla Pianura Padana. Si tratta di uomini che, probabilmente dal primo all'ultimo, conoscono la polvere e gli orrori dello scontro campale di massa.

3. Soldati, mercenari, elefanti.

ARTOTROGO Eccomi qui, accanto al prode dei prodi, al re della forza e della bellezza! A un guerriero che... Marte dinanzi al tuo valore dovrebbe andarsi a nascondere dalla vergogna.
PIRGOPOLINICE Marte? Chi? Quello che ho fatto salvo laggi, ai campi Gorgoglioni di quand'era comandante supremo il nipote di Nettuno...
Plauto, Il soldato fanfarone

Esiste l'inveterato pregiudizio che il soldato cittadino sia superiore al mercenario e anche all'ausiliare arruolato in stati alleati, e che al contrario le truppe di cittadini, quelle che Machiavelli chiamava le arme proprie, nel loro complesso siano superiori alle formazioni mercenarie e ausiliarie. Ancora oggi si crede, a torto o a ragione, che i vari movimenti di liberazione nazionale che hanno costellato la storia del Novecento, dalla seconda guerra mondiale alla decolonizzazione fino al Vietnam e oltre, fossero alla lunga pi forti delle pur agguerrite truppe di occupazione di paesi militarmente pi attrezzati.
L'idea ha una lunga storia, e fin dall'antica Grecia si  giustificata essenzialmente con la sopravvivenza di Atene nelle guerre persiane, e poi con i successi dell'esercito romano nella fase storica della media repubblica e del secondo secolo a.C. Diverso e pi complicato  invece il giudizio sullo stesso esercito romano, trasformato ormai in esercito di professionisti, come avviene di fatto alla fine dell'et repubblicana e per tutta la storia dell'Impero: ma questo ci porterebbe lontano dal nostro scopo. Basti ora sottolineare che in generale il soldato cittadino  ritenuto migliore perch pi virtuoso, pi motivato a combattere perch mosso da valori alti (difesa della patria, della famiglia, perfino della civilt) e quindi pi disinteressato rispetto alla componente economica della guerra (soldo, conquista, saccheggio, bottino).
Questa forte connotazione moralistica si accentua nel quarto secolo quando la crisi della polis, la citt-stato dell'antica Grecia, fa nascere tanti e vari universi culturali e sociali, compreso appunto quello di chi esercita il mestiere delle armi, che non  pi un cittadino prestato provvisoriamente alla difesa della citt e arruolato in conformit con le sue leggi, ma diventa un individuo autonomo, mosso da ideali di guadagno e promozione personale, e a volte pericoloso per la citt stessa.  quindi nel quarto secolo che i difensori dei valori tradizionali hanno buon gioco a contrapporre il modello eroico del cittadino soldato che combatte per difendere i valori collettivi della citt, schierato in linea con i suoi pari, a quello del mercenario che invece fa la guerra per conquistare ricchezza e fama. Il bene comune contro l'affermazione individuale, la fides del cittadino contro la perfidia del mercenario, l'eroismo disinteressato contro il calcolo economico.
La letteratura non  da meno della pubblicistica politica nella caratterizzazione negativa del mercenario e il richiamo moralistico al clich del lusso viene logicamente sfruttato per creare il tipo del soldato fanfarone nella Commedia Nuova greca e nella sua erede, la palliata latina. Soldato che generalmente (non sempre)  piuttosto ricco, prepotente, supponente, e si crede bello e amato dalle donne come il chiomato Pirgopolinice del Soldato fanfarone di Plauto, ma che in realt  oggetto prediletto di scherno e di beffe. Un personaggio che diventa canonico nella commedia, e che dai vari Matamoros, Scarabombardon, Rodomonte, giunge fino al celebre Capitan Fracassa dell'omonimo romanzo ottocentesco di Thophile Gautier.
Dal moralismo non pu esimersi nemmeno il nostro Polibio, di solito esente da questo tipo di paraocchi:
Questa [Cartagine] ripone le sue speranze di libert nel coraggio dei mercenari, i Romani confidano nel proprio valore e nell'aiuto degli alleati. Accade quindi che anche se da principio vengono sconfitti, i Romani alla fine riescono vittoriosi, mentre ai Cartaginesi accade il contrario. I primi infatti combattendo per la patria e per i figli non possono perdersi d'animo. Ma resistono con coraggio fino a quando non abbiano vinto gli avversari... (VI, 52)
La forza dell'argomento  tale da valicare i secoli, e da far compiere un errore anche a chi  noto per la logica inflessibile del suo ragionamento. Stiamo parlando ancora di Machiavelli. Nel capitolo del Principe dedicato alle milizie egli riprende infatti i ragionamenti degli antichi sulla superiorit delle milizie cittadine sulle mercenarie, senza accorgersi che, mentre raccomanda le prime a un principe assoluto, gli esempi li prende dalle repubbliche, cio Sparta, Roma antica e Venezia, dove ben altrimenti che nello stato assoluto la forma di governo  congeniale alla virt pubblica e alla partecipazione collettiva alla guerra. La logica non  rispettata, e nemmeno l'arte militare, come ebbe a constatare nel concreto Machiavelli stesso quando nel 1512 gli spagnoli delle truppe imperiali, ovviamente mercenarie, fecero un sol boccone dell'Ordinanza di cittadini fiorentini e insieme della citt di Prato, aprendo la strada al ritorno dei Medici sull'Arno. La guerra moderna e l'uso delle armi da fuoco richiedevano un addestramento assai pi prolungato di quello al quale erano stati sottoposti i pacifici cittadini di Firenze e i contadini del Mugello; come dire che erano necessari dei soldati di professione: quei mercenari che il Segretario fiorentino, nel solco di una tradizione anch'essa moralistica che risaliva al Trecento, giudicava la rovina dell'Italia.
Furor e denari
Ma il soldato romano era tutto disciplina, obbedienza e sacrificio, come non certo a torto vuole farci credere la tradizione - oppure nella sua forma mentale e nel suo comportamento entravano anche variabili diverse, e opposte?
Prendiamo il rito arcaico del giuramento dell'esercito, la chiave di volta del sistema come  stato definito: non un atto formale, ma il segno della sacralit della nuova comunit dei soldati che affiancava o soppiantava la comunit civile e di conseguenza aveva bisogno di un nuovo segno di appartenenza e di riconoscimento civile e religioso. Il giuramento, denominato sacramentum militiae, collocava infatti l'azione militare nell'ambito delle azioni religiose e aveva come scopo principale quello di designare come sacer (cio maledetto, e quindi sacrificabile agli dei) il violatore delle sue clausole. Esiste un impressionante resoconto di Livio (X, 38) su un giuramento tenuto dai soldati sanniti nel quarto secolo, la Legione linteata (o del lino: secondo lo storico, dalla tela di copertura del recinto dei giuramenti), che dimostra chiaramente come la cerimonia esistesse gi come una sorta di rito di iniziazione comune alle popolazioni italiche. Dopo il sacrificio, i pi nobili e bellicosi fra i Sanniti furono chiamati uno alla volta entro l'area coperta dalle tele, fra ufficiali con le spade snudate e altari su cui giacevano vittime immolate e i corpi di chi aveva rifiutato il giuramento. Dopo avergli fatto giurare che non avrebbe rivelato quello che si svolgeva entro il recinto, al soldato
Si richiedeva poi un altro giuramento stilato in una formula truce con la quale richiamava la maledizione sul proprio capo, sulla propria famiglia, sulla discendenza, se non avesse seguito i suoi duci nel combattimento a cui essi lo chiamavano, se fosse fuggito dalla battaglia, se non avesse ucciso immediatamente chi avesse visto fuggire.
La ferocia di questo rito ci immette direttamente in un universo antichissimo dove il soldato  ancora il guerriero indoeuropeo che combatte in un'aura di fervore mistico e religioso insieme a un sodalizio di pari o amici, cui  legato appunto dai vincoli ferrei della religione. Gruppi o meglio fratellanze del genere sono noti in Italia, nella fase precittadina, ma anche tra i Galli e gli antichi Germani; e popolano la mitologia germanica - per esempio nella cavalcata dei morti di Odino e nei berserkir delle saghe nordiche. Essi combattono in preda al furor (wut: da cui Wotan-Odino) - che non sappiamo tradurre altrimenti se non con le parole pazzia, invasamento o trance - guidati da totem animali nei quali si immedesimano e si travestono. Seguono regole di combattimento rituali, nella credenza di attingere all'invulnerabilit o almeno all'insensibilit al dolore fisico: a volte sono nudi, oppure indossano oggetti come anelli e catene, oppure pelli di lupo o di orso. Ai Romani sembrava una manifestazione di irrazionalit o peggio di infantilismo che i Galli combattessero nudi, oppure che i Cimbri concordassero con Mario il luogo della battaglia di Vercellae secondo le modalit dei duelli ai quali i capi galli cos spesso invitavano i comandanti romani (ma bellum deriva da duellum!) oppure che si legassero con catene come segno di invulnerabilit per poi squagliarsi come neve al sole dopo il primo urto. Ma si trattava appunto di modi di combattere rituali in cui aveva senso solo la trance agonistica e non invece la razionalit, la pazienza, la tenacia di una condotta bellica pi evoluta e civile.
I Romani conoscono a loro volta il furor della guerra. Lo testimoniano episodi eroici della loro storia debitamente narrati dalle fonti - anche per et lontane da quella ferina barbarie delle origini di cui le legioni conservavano i totem animali nelle loro insegne e le pelli di lupo sul capo dei giovani veliti. Sappiamo che il figlio di Catone perse la spada nella battaglia di Pidna, contro il re macedone Perseo, e per non incorrere nell'accusa di codardia radun un gruppo di giovani che attaccarono il settore della terribile falange greca dove la spada si era persa e riuscirono a recuperarla; cos uno dei figli del comandante Emilio Paolo manc all'appello e venne trovato ore dopo la battaglia mentre tornava al campo con il solito gruppo di compagni inzuppato di sangue e inebriato dalla furia omicida dell'inseguimento. Ma lo testimonia anche l'ordinamento della legione stessa che vede le prime due file, i principes e gli hastati, dotate tra le altre armi di spada corta e quindi pronte a scendere in combattimenti individuali corpo a corpo con un dinamismo certo maggiore della fila dei triarii, che difatti portano la lancia in resta e sono schierati a difesa.
D'altro canto per notiamo anche che il terribile giuramento arcaico  sostituito presso i Romani - che pure ritengono il servizio militare un servizio consacrato - da formule pi moderne che sottolineano l'esigenza dell'obbedienza al console e la fedelt ai ranghi, oppure di seguire alcune norme disciplinari che regolavano la vita del campo. Cos le fonti ci narrano, e anche con un certo compiacimento, di comportamenti opposti a quelli sopra descritti, in cui un console punisce con la morte il figlio colpevole di essersi lasciato trascinare dal proprio eroismo e di aver abbandonato la schiera: Hai allentato la disciplina militare, che fino a oggi  stata la base della potenza romana... (Liv., VIII, 7) dice il console Manlio Torquato al figlio, che aveva attaccato il capo dei cavalieri di Tuscolo, prima di consegnarlo ai littori per la condanna a morte di rito. Pertanto la disciplina collettiva propria di un esercito che  ormai evoluto agisce da freno nei confronti della virtus, e anzi l'opposizione semantica tra i due termini si complica al punto che alla virt guerriera si accompagnino anche valori quali la pazienza, l'ostinazione, la resistenza, la tenacia il cui retroterra non  tanto primitivo, eroico, quanto piuttosto cittadino.
Peraltro nella pratica militare romana sono presenti anche altri elementi molto meno eroici, come il soldo e il bottino.
A partire dal quarto secolo l'esercito romano  a tutti gli effetti armato e assoldato dall'Erario pubblico. Tuttavia il soldo che viene conferito ai soldati  e rester a lungo una sorta di indennit raccolta tra tutti i cittadini atti alle armi e distribuita solo a chi  realmente mobilitato come risarcimento per il suo maggiore impegno a favore dello stato. L'ideologia del cittadino, che impone al soldato valori diversi da quelli del guadagno, vuole che dal soldo si trattengano le spese compiute per le razioni alimentari e soprattutto che non sia un salario molto diverso da quello di un semplice manovale.
Ben differente  la questione del bottino. La guerra antica prevede, ma anche codifica e regola, il diritto di saccheggio nell'idea che beni e persone dei vinti siano di propriet del vincitore. In linea teorica il bottino apparteneva allo stato e il soldato a titolo individuale non aveva diritto a nulla, tanto che spesso i comandanti minacciavano di versare interamente nell'Erario il ricavato dalla vendita del bottino. Ma proprio questa discrezionalit dei comandanti ci rivela che la distribuzione del bottino poteva entrare come arma nella lotta politica che vedeva come arbitri delle ambizioni politiche dei loro comandanti gli stessi cittadini che avevano militato come soldati. Allo stesso modo nelle decisioni tumultuose che accompagnarono l'entrata in guerra di Roma nel primo conflitto contro Cartagine gioc una parte decisiva l'attrattiva dei futuri bottini.
In definitiva, se queste due istituzioni confermano la natura particolare del soldato romano, cittadino e proprietario, da un altro punto di vista il calcolo economico che comportano e le controversie che fanno sorgere tra magistrati e truppa avvicinano la guerra alla categoria dell'economico che  propria di chi combatte per denaro e non solo per difendere la patria.
I mercenari di Cartagine.
Abbiamo gi visto che non si pu considerare l'esercito cartaginese un esercito esclusivamente di mercenari, simile alle compagnie di ventura dell'et moderna;  solo il pregiudizio a favore di Roma e delle sue armi che inserisce in questa categoria qualsiasi soldato che non militi in una falange di virtuosi dilettanti cittadini.
 vero invece che anche a Cartagine i cittadini avevano fatto parte dell'esercito. Da accenni nelle fonti riferiti al quinto e quarto secolo risulta che si arruolavano gli uomini pi forti, i migliori, i meglio preparati, al punto che esisteva un battaglione di 2500 giovani nobili e ricchi, la Sacra schiera, che nella denominazione ricordava una delle macchine da guerra pi efficaci del mondo antico, quel Battaglione sacro di Tebe che permise alla citt di raggiungere l'egemonia in Grecia nel quarto secolo. Cittadini erano anche i marinai della flotta, e se anche nell'ultimo quarto del terzo secolo la flotta cartaginese, rinomata per la sua potenza e la sua abilit di manovra,  sopravanzata per numero di trireme, quadrireme e quinquereme da quella romana, la citt  comunque in grado di armare diverse centinaia di navi con equipaggi di circa 200 uomini. La citt era orgogliosa di queste sue truppe, e gli anelli che indicavano a quante campagne avessero partecipato erano mostrati con ostentazione dai suoi soldati; le notizie sullo scudo d'argento preso dai Romani al fratello di Annibale, Asdrubale, ed esposto sul Campidoglio, e una splendida corazza di fattura italica del terzo secolo conservata al Museo del Bardo di Tunisi confermano che l'amore per le armi non era estraneo a quella citt di mercanti. Nel terzo secolo per si era affermato definitivamente nella citt punica il principio per cui la guerra non doveva distogliere i cittadini dagli affari e dai commerci, la vera fonte della sua ricchezza, e la repubblica aveva deciso di non arruolare pi fanti e cavalieri tra il popolo; tuttavia anche cos i quadri dell'alta ufficialit e i comandanti delle armate erano rimasti sempre cartaginesi e questo fatto aveva costituito come una garanzia di affidabilit nel rapporto tra l'esercito e la citt che lo armava.
L'esercito cartaginese non era dunque un esercito di mercenari in senso stretto, come sbrigativamente e spregiativamente ci suggeriscono le fonti romane. Oltre all'elemento cittadino dell'ufficialit vi sono rappresentate altre tre componenti: ci sono infatti dei contingenti di sudditi, delle truppe alleate e anche dei mercenari.
 molto difficile distinguere lo status preciso di questi gruppi. Tanto per fare un esempio, tutti gli effettivi delle truppe di Annibale erano di origine barbarica perch i suoi reclutatori a causa dei trattati della prima guerra punica non potevano pi frequentare l'Italia meridionale e a quanto sappiamo nella spedizione in Italia non erano presenti i formidabili opliti di origine greca continentale. Inoltre sia i Libi sudditi che gli Ispani alleati dopo la conquista dei Barcidi erano reclutati secondo lo stesso sistema di coscrizione, che non sappiamo quanto fosse generalizzato o costante, ma che comunque era molto severo dato che prima della partenza di Annibale per l'Italia le popolazioni degli Oretani e dei Carpetani assalirono i reclutatori e il generale dovette intervenire di persona perch deponessero le armi. E peraltro queste truppe erano tutte pagate, anche se probabilmente non nella stessa misura: un oplita greco o comunque un fante pesante spagnolo doveva ovviamente costare pi di un soldato alleato armato alla leggera o di un fromboliere.
Tra datore di lavoro e stipendiato esistevano senz'altro dei contratti che, oltre al compenso in denaro, prevedevano anche l'indennizzo per i cavalli feriti o morti e per il vettovagliamento - proprio la mancata corresponsione dei compensi per queste voci fu una delle cause della rivolta dei mercenari contro Cartagine. Per tornare all'arruolamento, e ai suoi attori, esso poteva avvenire individualmente, su mercati urbani ed extraurbani della Grecia soprattutto (famoso era per esempio il Capo Tanaro, a sud del Peloponneso), a opera di arruolatori privati come il buon Pirgopolinice di Plauto, che andava al foro di Efeso a pagare i mercenari per il re Seleuco, oppure per mezzo degli stessi generali o di commissari del governo inviati presso i popoli stranieri di Spagna o nelle citt della Libia ad arruolare interi corpi tribali. Il primo caso doveva riguardare soprattutto dei condottieri e il loro seguito, come il grande Santippo nella prima guerra punica, mentre il secondo truppe destinate a combattere in schiere separate e ben caratterizzate etnicamente come Libi, Galli e Ispani.
L'esercito cartaginese  dunque un esercito composito per armamento e provenienza, come lo sono gli eserciti ellenistici. Non solo, ma nella progressiva emarginazione o scomparsa dell'elemento cittadino esso dimostra la stessa evoluzione degli eserciti dei regni dei successori di Alessandro Magno. Mentre l'esercito del grande macedone vede infatti prevalere un tipo di reclutamento regionale, le armate dei sovrani di Siria o d'Egitto sono costrette progressivamente ad arruolare a fianco di un nucleo di Macedoni (ma forse erano solo gli armati alla macedone) elementi indigeni o mercenari. Nella battaglia di Rapha, - combattuta nel 217, quindi un anno prima di Canne - i contrapposti eserciti siriano ed egiziano annoverano accanto alla falange arruolata sul territorio, probabilmente nelle colonie greche, una maggioranza di truppe orientali raggruppate per etnie sotto la guida di ufficiali greci, e infine mercenari greci - o di altri popoli come i Traci.
Dubbie ragioni per un disprezzo
Resta infine da stabilire se le truppe mercenarie, o meglio di soldati professionisti e non cittadini, meritano davvero il disprezzo prima dei nostalgici della libert delle citt greche, e poi dei Romani.
Due osservazioni almeno. La prima riguarda la condizione del mercenario. Se  vero infatti che un Pirgopolinice  in fondo un isolato - e in effetti il mercenario  il senza patria, lo straniero, lo stipendiato, in contrapposizione al cittadino che combatte non per denaro, ma per la patria -  tuttavia noto che esistevano comunque dei legami anche in questa categoria di soldati.
Pu essere istruttivo il racconto polibiano della guerra dei mercenari combattuta in Africa tra Cartagine e le truppe ribelli tra il 241 e il 238. Si coglie infatti dal testo come il loro comportamento non fosse quello di truppe raccogliticce e venali, ma di uomini uniti da vincoli come l'appartenenza a etnie precise ognuna delle quali produceva dei capi che probabilmente erano gli stessi che li avevano condotti in guerre precedenti o nelle loro rispettive patrie: uno Spendio campano, un Matho e uno Zarza libici, un Autarito capo dei Galli, che evidentemente lo era gi in patria. E se le truppe non conoscevano o conoscevano male la lingua punica, questi capi erano invece avvezzi a trattare con i magistrati di Cartagine come essi fecero quando, purtroppo per loro, giunsero a patti con Amilcare e si consegnarono al nemico. Pensiamo anche, come altro esempio, alla cavalleria che potremmo definire ausiliaria dei Numidi, i cui capi potevano essere, oltre che numidi o cartaginesi, anche ufficiali superiori punicizzati, come quel Muttines (Mattan), un libifenicio di Biserta, che guida la cavalleria in Sicilia dal 212 al 210. Questo vuol dire che era anche presente nell'esercito, sempre comandato da nobili cittadini, una gerarchia di stranieri riconosciuta anche dai Cartaginesi, fondata sulle capacit e sul valore, con la possibilit di fare carriera e in qualche caso di inserirsi ad alto livello nella vita della citt.
A imitazione di quelle cittadine, anche le truppe mercenarie avevano proprie istituzioni che si concretizzavano in un'assemblea e si davano delle regole le quali si manifestavano negli appelli alla lealt reciproca sancita dai giuramenti (di tipo religioso) con il datore di lavoro. Come si  visto l'assemblea dei soldati  protagonista a pi riprese sia della rivolta dei mercenari, con le sue efferatezze, sia della scelta dei capi, come per esempio nella campagna dei Diecimila di Senofonte oppure nella guerra di Spagna dei Barcidi (dove per era necessaria la ratifica dell'assemblea dei cittadini). Erano presenti insomma elementi di coesione altrettanto forti dell'appartenenza a una stessa citt; del resto il mercenario combatteva spesso insieme agli uomini della sua trib con i quali era stato reclutato ed era cura del generale mantenere l'omogeneit tribale o famigliare delle sue truppe. Esisteva anche un'economia che accompagnava le campagne militari, sia pure un'economia parassitaria e improduttiva, ma di fatto il mantenimento di migliaia di uomini per anni in un paese nemico rendeva necessarie delle regole di convivenza, un'organizzazione logistica perfetta nello sfruttamento delle risorse del territorio, e infine la presenza di mercati riservati ai mercenari in cui veniva fatto loro credito, oppure di mercanti al seguito. Come dimostrano ancora le prime fasi della rivolta dei mercenari, e come del resto si verifica nel mondo gallico da cui molti soldati erano originari, questi uomini non erano isolati, ma portavano con s mogli e figli; e che non si trattasse di compagne del momento lo testimonia la preoccupazione dei cittadini di Cartagine che vogliono far uscire dalla citt i mercenari con le salmerie e con i loro parenti perch temono il ritorno alla spicciolata degli uomini desiderosi di ricongiungersi con le loro famiglie.
Una seconda riflessione sulla presunta inferiorit delle truppe non cittadine. Come abbiamo gi suggerito, la diffusione del mercenariato nel mondo mediterraneo a partire dal quarto secolo va inquadrata nella crisi generale della polis e di quella figura di cittadino che, da dilettante, abbandona le proprie occupazioni per difendere la patria. Essa si alimenta di una pi generale crisi economica che offre ampia disponibilit di manodopera militare a basso prezzo sui mercati dove si ingaggiano uomini; costoro cercano di sopravvivere con un soldo che, vista l'abbondanza dell'offerta, in generale non  superiore al compenso giornaliero di un operaio, oppure sperano che un sovrano benevolo o fortunato conceda loro un terreno da colonizzare.
A questo tipo di mercenariato, per lo pi individuale, aggiungeremmo anche l'ingresso violento nella storia mediterranea di popolazioni che ne vivevano ai margini e che, attirate da societ pi ricche, vedevano nel servizio militare una maniera per integrarsi. Erano popolazioni balcaniche o anatoliche in Oriente, libiche, iberiche o celtiche in Occidente. Si pensi ai Galli che, entrati in Grecia come invasori barbari nel 279 - giungono ad attaccare uno dei simboli della grecit, l'oracolo di Delfi -, finiscono poi per insediarsi sugli altopiani centrali della penisola anatolica, in quella che fu appunto denominata Galazia, perch attirati al servizio dei rissosi regoli ellenistici della regione. O che appunto vengono arruolati per trib dai commissari cartaginesi e da Annibale.
Per ogni buon conto, si forma un ceto di professionisti della guerra che affianca, si sovrappone e in parte sostituisce le armate cittadine proprio dove esse mostravano le lacune pi vistose. Per esempio, il mercenario permette di continuare la guerra anche al di l del tradizionale periodo estivo e ovviamente per pi anni, oppure consente un controllo del territorio con presidi e guarnigioni che nessun esercito cittadino pu raggiungere. Ma soprattutto la milizia mercenaria si specializza in funzioni e armi caratteristiche dei popoli che la compongono offrendo cos dei corpi di specialisti che raggiungono con l'addestramento ottimi livelli di efficienza e finiscono per alterare profondamente il modo di fare la guerra.
Pur nella conservazione di un tradizionale impianto di fanteria pesante - la falange - le armi vengono infatti perfezionate e alleggerite e l'esercito si arricchisce di pi opzioni tattiche derivate dalla presenza di corpi specializzati di fanterie leggere, di frombolieri o arcieri, e soprattutto di reparti di cavalleria numerosi e per lo pi assai mobili. Nella battaglia di Rapha gi ricordata, la diversa provenienza etnica delle truppe si rifletteva anche in uno schieramento pi vario per armamenti e funzioni.
Anche la tradizionale tattica oplitica della spinta e dello sfondamento della fila nemica subisce variazioni sul campo e pu portare a schieramenti obliqui (il caso pi famoso  l'esercito tebano guidato da Epaminonda nella guerra contro Sparta del quarto sec. a. C.), oppure gi con Alessandro alla cooperazione tra la falange e le cavallerie che fungono rispettivamente da incudine e martello in una tattica perfettamente coordinata. Non  un caso dunque che le uniche innovazioni tecniche di una certa portata in una concezione della guerra altrimenti tradizionale e centrata tutta sull'elemento umano risalgano proprio al quarto e terzo secolo e si trovino soprattutto nel settore della logistica - provvedere per anni a specialisti della guerra lontani dalle loro basi non  la stessa cosa che nutrire per un'estate dei cittadini vicini a casa - e dell'arte di assediare le citt (la poliorcetica) con il relativo uso di quei pezzi unici della tecnica antica che sono le macchine da guerra.
Pachidermi, ma flessibili
Porteremo solo un esempio dell'adattabilit delle truppe non cittadine e della loro rapida acquisizione di armi e tattiche: l'uso dell'arma pi esotica, gli elefanti.
Era stato Alessandro nel corso delle sue campagne in Oriente ad apprendere come impiegare in guerra questi animali, mentre l'Occidente li vide per la prima volta grazie al suo discendente ed emulo Pirro. I maggiori sovrani dell'et ellenistica a loro volta li schierarono quasi costantemente nelle loro battaglie finch non furono a uno a uno vinti dal solo esercito dell'epoca che non li schier mai, la legione romana.
Gli elefanti di questi eserciti ellenistici provenivano ovviamente dall'India e combattevano portando una torretta sul dorso dall'alto della quale un paio di arcieri erano pronti a colpire. I Cartaginesi li videro in Sicilia, combattendo contro il re dell'Epiro, e li usarono immediatamente a partire dalla prima guerra punica, solo che per ovvi motivi di vicinanza geografica cominciarono a rifornirsi non in Asia, ma nelle regioni a nord del Sahara, precisamente nella vasta zona che va dai confini meridionali dell'odierna Tunisia ai boschi dell'Atlante. In questi luoghi viveva all'epoca una specie diversa dall'elefante asiatico, un elefante di taglia pi piccola (due metri e mezzo di altezza contro i tre metri dell'elefante indiano), con enormi padiglioni auricolari dai lobi arrotondati, il portamento eretto, l'insellatura marcata, le zanne lunghissime e la tipica proboscide inanellata. Parlano di queste bestie parecchi testi antichi, dallo storico Erodoto fino al naturalista Plinio il Vecchio, poi le citazioni scompaiono probabilmente perch la specie si estinse a causa della caccia feroce a cui vennero sottoposti per rifornire gli spettacoli negli anfiteatri romani; possediamo anche la loro descrizione dalle monete emesse in Spagna dai Barcidi, sulle quali in corrispondenza con un recto recante il loro volto (o per alcuni quello di Eracle) compare sul verso proprio la variante di elefante Loxodonta africana o atlantica.
La ricorrenza del tema dimostra come l'animale fosse divenuto una sorta di totem della famiglia di Amilcare il quale, pur non essendo il primo generale punico a schierarlo, cominci a impiegarlo sistematicamente in battaglia, ovviamente non pi con la torretta bens con dei crnac, ovvero delle guide, dette Indoi, non necessariamente originari dell'India.
L'uso tattico che ne fecero i Cartaginesi di conseguenza fu quello di una forza di accompagnamento delle truppe pi deboli o di sfondamento, da schierare senza mescolarla agli altri contingenti di cavalieri e di fanti leggeri di fianco o davanti all'esercito. Amilcare li impieg in maniera sistematica nella guerra contro i mercenari per attaccare e schiacciare i nemici; Annibale a sua volta li us in Spagna, ma in seguito fu abbastanza riluttante a ricorrervi. Del resto, dei ventisette elefanti che aveva condotto in Italia ne sopravvisse solo uno, il famoso Siro che lo trasport infermo nella traversata dell'Appennino mentre si dirigeva verso il centro della penisola e il Trasimeno e che entr nell'immagine vulgata e poetica del grande generale; i clamorosi successi che consegu in Italia furono tutti ottenuti facendo a meno di quest'arma.
Con quella flessibilit che era la caratteristica peculiare dei grandi generali greci suoi modelli, egli si era reso conto infatti che una volta cessato nel nemico il terrore che incutevano queste bestie era possibile prendere delle contromisure sia nella scoperta dei loro punti vulnerabili sia nella tattica; qualcosa di simile in sostanza alle misure che avrebbe adottato Scipione quando nella battaglia di Zama gli tocc di subire la carica degli elefanti cartaginesi ed egli reag semplicemente ordinando ai manipoli di aprire dei corridoi nello schieramento e di far passare oltre le bestie. D'altro canto non sempre si trattava di una forza affidabile: c'era sempre la possibilit che il frastuono della battaglia impaurisse non le loro vittime, ma gli animali stessi, e che di conseguenza essi si rivoltassero contro l'esercito punico. Accadde cos nella sconfitta cartaginese al Metauro del 207, quando furono meno gli elefanti uccisi dal nemico che quelli eliminati dai loro crnac con un metodo terribile quanto sbrigativo forse inventato dallo sfortunato Asdrubale, fratello del generale: quando infatti l'animale si imbizzarriva rischiando di sbalzare il crnac e di fare strage tra i soldati, la guida afferrava uno scalpello e con un martello lo piantava nella nuca della sua bestia.
Pi che un reale vantaggio, dunque, il dispiegamento di questi animali in battaglia fin per assumere i contorni dell'esotismo e della esibizione di potenza, e di fatto il loro impiego tattico and progressivamente esaurendosi nel secolo successivo.

4. Gli eserciti schierati e il primo sangue.

Si va alla zuffa; zoccoli battono il campo con grande fragore.
Ennio, Frammento su Canne

Dunque siamo arrivati all'alba della battaglia. I Romani hanno in campo otto legioni equipaggiate all'incirca come abbiamo descritto, pi un numero pressoch pari di alleati. Vediamo come i consoli, e specificamente Varrone al quale tocca il comando, schierano le loro forze. Polibio (III, 113) raffigura sinteticamente lo schieramento romano in questi termini:
Il giorno seguente Gaio [Varrone] assunse il comando e non appena cominci ad albeggiare condusse fuori le sue forze contemporaneamente dai due accampamenti. Fece attraversare il fiume e schierare subito dall'altra parte gli uomini dell'accampamento maggiore, poi [si] congiunse con questi e ordin nella stessa linea quelli dell'altro in modo che tutta la fronte fosse rivolta verso mezzogiorno. Schier quindi i cavalieri romani lungo il fiume nell'ala destra, di seguito a questi, sulla stessa linea, la fanteria, disponendo i manipoli pi fitti del solito e facendoli molto pi profondi che larghi: oppose all'ala sinistra i cavalieri degli alleati; in avanguardia, a una certa distanza, schier le forze armate alla leggera.
Lo storiografo procede quindi a una vivida descrizione del dispiegamento dei Cartaginesi, rappresentato fin dall'inizio nel dinamismo delle sue successive evoluzioni tattiche, quasi Polibio (III, 113) sentisse l'urgenza di portare in scena il genio manovriero di Annibale:
Annibale contemporaneamente avendo traghettato al di l del fiume i Baleari e gli astati, li dispose dinanzi all'esercito; condusse poi fuori gli altri dall'accampamento e, fatta loro attraversare la corrente in due luoghi, li schier di fronte ai nemici. Dispose proprio lungo il fiume, sul lato sinistro, i cavalieri iberici e celti di contro ai cavalieri romani, di seguito a questi la met dei fanti libici armati pesantemente, poi gli Iberi e i Celti. Presso questi pose l'altra met dei Libici e all'ala destra schier la cavalleria numidica. Quando li ebbe disposti tutti su una fila, avanz con le schiere centrali degli Iberi e dei Celti e dispose le altre congiunte a queste in modo preordinato, s da formare una convessit a forma di mezzaluna [lo storico greco scrive precisamente menoeides, mezzaluna o falce], e di rendere meno profondo lo schieramento. Volendo che gli Africani formassero nella battaglia un corpo di riserva e che fossero gli Iberi e i Celti a dare inizio all'azione.
Anche la descrizione degli schieramenti fatta da Livio rispetta in sostanza quella polibiana, ma precisando che i consoli dispongono sul fianco destro i cavalieri romani e sempre a destra, naturalmente pi all'interno, la fanteria legionaria; mentre i fanti alleati occupano la parte sinistra, e i cavalieri alleati la relativa ala. Davanti  schierato lo schermo dei frombolieri e delle altre milizie armate alla leggera. Per quanto riguarda l'esercito annibalico, Livio non aggiunge nulla al racconto di Polibio, se non il dato aneddotico e pittoresco che la fanteria africana disposta ai lati degli Ispani e dei Galli si sarebbe potuta scambiare per una truppa romana, poich i soldati erano armati con le armi catturate al Trebbia e soprattutto al Trasimeno.
Polibio (III, 114) aggiunge che Emilio (Paolo) guida l'ala destra della cavalleria romana, e Gaio (Varrone) la sinistra; mentre il comando del centro - la decisiva fanteria pesante -  affidato a Marco e Gneo, comandanti dell'anno precedente, confondendo probabilmente il consul suffectus Marco Atilio con il magister equitum Marco Minucio. Fra i Cartaginesi, invece,
Asdrubale comandava l'ala sinistra dei Cartaginesi, dell'ala destra era capo Annone: nel centro comandava lo stesso Annibale, insieme al fratello Magone.
Livio dal canto suo non si discosta da Polibio riguardo al comando delle ali romane, mentre afferma che il comando del centro delle schiere  affidato a Gemino Servilio; e ricalca il collega sulle posizioni dei comandanti cartaginesi, ma collocando a capo della cavalleria numidica sull'ala destra Maarbale, anzich Annone di Bomilcare. Va detto che non c' accordo fra gli antichi riguardo al ruolo e alla stessa presenza di Maarbale a Canne. Questo fedele luogotenente di Annibale non  affatto menzionato da Polibio, mentre secondo altre fonti comandava la riserva della cavalleria.
 stato comunque osservato che la descrizione di Polibio di un corpo centrale di fanteria di linea cos diviso fra Romani e alleati contrasta con ogni altro ragguaglio che ci sia pervenuto: gli storici (compreso lo stesso Polibio) parlano sempre degli eserciti romani con le schiere di fanteria pesante alleata ai due fianchi della fanteria legionaria, che come sappiamo rappresenta il nerbo dell'esercito. Operando una sintesi fra varie posizioni critiche, Daly ritiene infine pi probabile (per motivi alla fine molto pratici, come la vicinanza corroborante dei rispettivi generali ai propri uomini, e la scioltezza della catena del comando) che ciascun alto comandante fosse alla testa della propria armata, e che le armate fossero schierate l'una di fianco all'altra.
Il perch di un errore e l'occupazione dello spazio
 anche troppo facile osservare che una simile disposizione delle truppe romane pu creare un problema, anzi una grave insidia: in questo modo, infatti, le legioni consolari infarcite di reclute vengono a occupare una posizione delicata, cio entrambi i fianchi dello schieramento. Anticipando i tempi del nostro racconto, viene da pensare che questa scelta meccanica e un po' rozza spieghi la patetica facilit con cui i lati dell'armata romana si sbanderanno nel momento in cui entreranno in azione le fanterie pesanti africane del Barcide. Inoltre, la consuetudine non solo romana voleva che gli elementi pi combattivi, i potenziali trascinatori della truppa, venissero disposti nelle prime file e nella zona centrale dello schieramento. N Emilio Paolo n Varrone hanno una personalit tattica tale da uscire dagli schemi tradizionali.
Facciamo ora un'ultima osservazione in merito allo schieramento degli uomini in battaglia come concreto dato fisico. Solo cos potremo avere un'idea di come deve realmente apparire il campo di Canne prima che le armate muovano l'una contro l'altra.
Per quanto riguarda lo schieramento dei reparti,  verosimile che i manipoli - ricordiamo di nuovo che erano formati da 120-144 uomini - fossero schierati in profondit pi che in larghezza. A lume di buonsenso dobbiamo anche pensare che gli ufficiali ponessero i migliori combattenti nelle prime file allo scopo di sfruttarne il valore e la bellicosit, e nelle ultime - per trattenere quei compagni che tremassero di fronte al nemico o si perdessero d'animo in battaglia. Emozioni negative, queste, molto pi comuni di quanto la comprovata virtus del soldato romano ci indurrebbe a pensare.
In primissima fila c'erano i centurioni, che fra i loro compiti principali avevano anche quello di dare esempio d'ardimento, ed erano fra i pi esposti al rischio di morire o restare feriti in battaglia. Abbiamo usato la parola compiti, ma in realt nei centurioni il sangue freddo e la consapevolezza professionali si associavano alla intensa bellicosit dell'etica virile romana. Possiamo dire anzi che quella del centurione  una figura cruciale anche per la coesistenza dialettica presente in essa, di virtus e disciplina, che attraversa tutta la storia militare del loro popolo. Impegnati a guidare il manipolo con un atteggiamento raziocinante, e dunque a frenare nei legionari l'istinto dell'attacco a ogni costo, i centurioni dovevano anzitutto imbrigliare il proprio istinto aggressivo.
Come abbiamo gi visto parlando delle turmae di cavalleria, anche in fondo al manipolo c'era un optio, l'ufficiale subalterno di retroguardia, posto in ultima fila, o addirittura alle spalle del reparto per avere una pi completa visuale dell'atteggiamento e delle mosse dei soldati.
Lo spazio occupato dagli uomini, dicevamo: secondo Polibio di norma un legionario occupava sei piedi romani (poco meno di due metri) in larghezza e in profondit. Infatti, quasi un metro nelle due direzioni sarebbe stato occupato dal semplice corpo dell'uomo con le sue armi, e il resto dello spazio si rendeva necessario per brandire e lanciare le armi stesse.
D'altra parte, ci risulta dai resoconti di numerosi storici che i Romani usavano la spada non come arma da fendente, bens da affondo. Ed  proprio lo stesso Polibio ad affermare che a Canne i Romani erano disposti in formazione stretta. Ebbene: gli storici militari hanno eseguito calcoli precisi, e naturalmente sono giunti a conclusioni non sempre concordi. Sembra comunque che lo spazio occupato di solito da un fante di linea non dovesse superare il metro in larghezza e in profondit; e che tra le varie linee successive intercorressero circa due metri.
Sempre sintetizzando i vari studi, possiamo ipotizzare che ciascuna legione fosse dispiegata su un fronte di 60 uomini; a conti fatti, il fronte completo della fanteria pesante romana che si presenta agli uomini di Annibale quando la battaglia ha inizio deve comprendere oltre 800 uomini. Se prendiamo per buoni gli spazi considerati e utilizziamo numeri di comodo, possiamo fare questo calcolo:
70 000 fanti : 800 fanti per linea = 87,5 linee
87,5 x 3 m = 262,5 m
Abbiamo scelto la misura di tre metri come media del tutto convenzionale fra i due metri che separavano le linee dei singoli manipoli e i parecchi metri che (a lume di logica) dovevano separare fra loro i manipoli e a maggior ragione le diverse legioni. D'altra parte, sappiamo che la cifra di 70 000 uomini potrebbe essere eccessiva.
Insomma, senza lambiccarci il cervello possiamo immaginare una fanteria di linea romano-alleata estesa per una larghezza di un chilometro circa e una profondit di alcune centinaia di metri.
Si tratta quindi di una massa gi molto compatta e molto temibile. Ma non sembrano troppi, tutti questi uomini, schierati tanto a ridosso gli uni degli altri? Senza contare che, cos disposta,  una massa ancora in grado di comprimersi molto nello spazio. Con il rischio, per, di non potere pi manovrare; e forse - Annibale lo sa - di non potere quasi pi combattere.
Raramente le aride cifre sono state cos poco aride per immaginare lo sviluppo di uno scontro. Se lasciamo correre la fantasia, la schiera immensa delle legioni sembra una spugna che rischia di venire strizzata. Per farlo, per, occorre una mano di ferro, e capace di stringere la spugna nei momenti e nei punti pi appropriati.
Parlano i generali
La battaglia tanto voluta - da tutti o quasi tutti i Romani, gi umiliati tre volte nella loro penisola e al cospetto di socii non del tutto affidabili o gi provati dal tributo di sangue della loro lealt; e anche da Annibale, in lotta contro il tempo - sta dunque per avere inizio. Questo  il momento in cui, secondo la tradizione, i generali si rivolgono ai loro soldati per spronarli alla lotta ed esortarli al valore. Stando a Polibio e a Livio, tuttavia, le allocuzioni dei capi non precedono immediatamente la battaglia: anzi, Livio non le nomina nemmeno. In compenso, il resoconto polibiano suona abbastanza esteso e dettagliato. In verit, lo storiografo greco riferisce un discorso fatto alla truppa da Emilio Paolo alcuni giorni prima dello scontro, nel momento in cui esso appare ormai imminente. Il console sembra preoccupato anzitutto di sgombrare le menti dei suoi dall'ombra inquietante delle sconfitte passate, e lo fa con argomentazioni logiche. Le circostanze erano troppo diverse: le truppe romane erano raccogliticce, le legioni non erano mai state comandate da entrambi i consoli (mentre a Canne sono presenti perfino i magistrati dell'anno passato), e soprattutto il nemico era ancora sconosciuto. Al Trebbia, le legioni erano appena arrivate dalla Sicilia e al Trasimeno i Romani non erano nemmeno riusciti a vedere il nemico:
Voi inoltre conoscete bene l'armamento, la tattica, l'entit delle forze nemiche, non solo, ma ormai da due anni combattete con loro quasi quotidianamente. Se dunque in tutti i particolari le condizioni sono inverse a quelle delle battaglie precedenti,  naturale che anche l'esito del combattimento attuale riesca contrario [...] Perci, o soldati, sono state prese tutte le misure per assicurarvi la vittoria, manca un'ultima cosa, la vostra buona volont e il vostro entusiasmo; riguardo a questi non credo necessario esortarvi pi a lungo. Per coloro, infatti, i quali combattono per mercede a difesa di altri o che stanno per affrontare una battaglia a favore di popoli vicini in seguito a un'alleanza - per i quali dunque il momento della battaglia  il pi pericoloso, mentre l'esito della guerra ha ben poca importanza - sono indispensabili le esortazioni: ma chi, come voi ora, non affronta il pericolo della battaglia a favore di altri bens a difesa di se stesso, della patria, della moglie e dei figli - per il quale quindi le conseguenze della lotta sono molto pi gravi del pericolo del momento - ha bisogno solo che gli si faccia presente lo stato delle cose, non che gli si rivolgano esortazioni. (Pol., III, 109)
Sono evidenti le forzature sull'esperienza della truppa (gran parte dei Romani erano reclute, o comunque alla loro prima battaglia campale); e l'autenticit del discorso  quantomeno dubbia. Gli antichi storiografi avevano per in questi casi la pi ampia libert di invenzione, e deducevano le parole di un personaggio dal carattere del personaggio stesso: reale o idealizzato. Poco importa che ricordare con esattezza le parole quali erano state dette fosse impossibile; secondo l'ateniese Tucidide, il pi grande tra gli storici antichi, bastava attenersi al concetto generale di quanto effettivamente pronunciato; il discorso, meglio se contrapposto, doveva diventare un pezzo di bravura oratoria e uno strumento di interpretazione storica. Come appunto nel caso di Polibio.
L'idea formulata da Emilio Paolo  semplice: una sconfitta romana nella giornata che si apre  da escludersi. Come  possibile avere la peggio quando si  schierati in un numero almeno doppio rispetto ai nemici - nemici nei cui confronti si vantano maggiori e pi nobili motivazioni, senza contare un'esperienza dell'avversario ormai accumulata, sia pure attraverso una serie di rovesci?
Il discorso di Annibale all'esercito - pronunciato secondo Polibio (III, 111) un paio di giorni prima della battaglia, all'inizio dei veri e propri preparativi bellici - ci appare retoricamente simmetrico a quello del console. Il Barcide, in sostanza, dopo avere esaltato la posizione di vantaggio tattico in cui lo scontro si combatter (il campo favorevole alla cavalleria), invita i suoi a fare tesoro delle precedenti vittorie, e a conquistarne una che assicurer a loro, soldati di professione, una lauta mercede:
Quando eravate inesperti della lotta contro i Romani, bisognava farlo, e io spesi a questo scopo molte parole e ricorsi a esempi: ma ora che in tre successive battaglie di tanta importanza avete vinto indiscutibilmente i Romani, quale discorso vi potrebbe dare coraggio in modo pi efficace dei fatti stessi? Mediante le precedenti battaglie avete conquistato le campagne e i beni che se ne ricavano secondo le mie promesse, n mai una parola fra quante vi ho dette apparve menzognera: la lotta attuale verte intorno al possesso delle citt e dei beni in esse contenuti. Se in questa riuscirete vincitori, vi troverete immediatamente padroni di tutta l'Italia e, liberi dai presenti travagli, verrete in possesso di tutta la ricchezza dei Romani e vi troverete signori assoluti del mondo intero.
Dunque Annibale il visionario, il generale che sta mettendo a punto un piano tattico con cui rovesciare a proprio vantaggio il fattore della superiorit numerica del nemico, usa secondo Polibio un'oratoria estremamente pragmatica e concreta, incentrata sul tema delle conquiste e del bottino. A riprova, se vogliamo, della ricchezza e della complessit della figura del Barcide.
Per ora, tuttavia, ci sembra pi interessante tornare all'esortazione di Emilio Paolo. Perch qui, molto pi della ricostruzione di un discorso, siamo in presenza della costruzione di un eroe.  infatti a Emilio Paolo che Polibio attribuisce le nobili parole, ma nel giorno di Canne il comando toccher al suo collega Gaio Terenzio Varrone. Il quale nel racconto polibiano  di fatto il responsabile della sconfitta. Infatti Emilio Paolo si rende conto che il terreno  vantaggioso per le manovre delle truppe a cavallo, ma Gaio per inesperienza vuole combattere a tutti i costi. Nascono quindi contrasti e tensioni fra i due comandanti. Quando Annibale provoca i Romani a battaglia con un attacco di disturbo, la posizione di Varrone prevale.
Dicevamo di Livio: duecento anni dopo il fatto d'armi, lo storico romano tralascia di riportare discorsi di generali. Nella sua ricostruzione il contrasto dialettico sta tutto all'interno dell'esercito romano. I cavalieri numidi lanciano attacchi improvvisi. Combattere o aspettare, attirando il nemico su un altro campo di battaglia, a lui meno propizio? Se ne discute fra la truppa, fino all'alterco e alla sedizione; ne discutono i consoli, lanciandosi accuse e controaccuse, polarizzate (anche in questo caso, retoricamente) sugli esempi negativi dei generali sconfitti da Annibale e dell'irresoluto Temporeggiatore:
Paolo rinfacciava a Varrone l'avventatezza di Sempronio e di Flaminio, mentre Varrone opponeva Fabio come esempio ben noto a comandanti pigri e codardi. Chiamava poi a testimoni gli dei e gli uomini che egli non aveva nessuna colpa se Annibale aveva occupato l'Italia come una terra propria; egli, al contrario, era costretto e trattenuto dal collega [...] Paolo Emilio, al contrario, affermava di ritenere s esente da ogni colpa qualora accadesse qualche triste evento alle legioni abbandonate e gettate in preda a una sconsiderata e incauta battaglia; nonostante ci, egli prometteva che avrebbe condiviso la responsabilit di qualsiasi sorte. (Liv., XXII, 44)
Vedremo in seguito come non sia affidabile la tradizione di un contrasto cos netto fra le idee dei due consoli, e di una responsabilit cos grave e univoca da parte di Varrone. Per il momento continuiamo a seguire il racconto di Livio, secondo il quale all'indomani di un nuovo attacco di sorpresa dei Numidi l'impulsivo e ambizioso Varrone, in comando per la giornata, trasferisce l'esercito oltre l'Aufido, seguito di contraggenio dal valoroso e leale Emilio Paolo, e dispone le truppe sul campo.
Pregi e limiti della vista dall'alto
La battaglia di Canne si svolge in tre momenti, ciascuno dei quali d fluidamente, quasi macchinalmente e senza incagli, il via a quello successivo. Proveremo a vederli nella loro sequenza utilizzando come filo conduttore il racconto di Polibio, e segnalando i punti in cui Livio - il quale, ricordiamolo, si avvalse certamente anche di altre fonti - si discosta dal predecessore, o aggiunge altre notizie, altri dettagli.
Sempre partendo dal presupposto che un evento collettivo di questa portata - tale da sfidare la nostra immaginazione di moderni - pu essere descritto sostanzialmente da due punti di vista: secondo una visione aerea, e a livello del suolo. Pi rimaniamo in alto, e pi la rappresentazione rimane astratta, simile a quella delle tante cartine che nel tempo, in un'infinit di libri, hanno semplificato e stilizzato i movimenti di fanti e cavalieri; e il tempo materiale degli scontri fra le schiere e fra i singoli combattenti perde di senso e di consistenza. Si tratta di una rappresentazione indispensabile alla chiarezza descrittiva, oltre che canonizzata dalla storia della tattica e della strategia, ma anche approssimativa e per qualche aspetto fuorviante in relazione a quanto avviene sul terreno.
Perch pi ci abbassiamo a livello del suolo, e pi ci ritroviamo man mano confusi in un processo di annientamento fisico di decine di migliaia di esseri umani che appare in uguale misura selvaggio e sistematico. Un massacro all'arma bianca concentrato nel luogo, nel tempo e nell'azione quale l'Occidente d'Europa non aveva mai conosciuto, e di cui forse non vide pi l'uguale.
Quando si pensa ai caduti di Canne di solito si viene risucchiati dall'impatto emotivo della strage di fanti legionari.  l'eccidio pi grande, certo, ma questa ecatombe di uomini contiene vari eccidi, e vedremo come anche alcuni reparti dell'esercito cartaginese a un certo punto si trovino nella condizione di venire annientati. Per assistere a queste scene nella loro probabile realt, occorrer scendere al livello del suolo: dall'alto, vedremmo solo una massa di esseri viventi al centro; e, su ogni lato, alcune formazioni pi sottili e affilate che si accingono a stringerla e a fenderla nella loro morsa.
Prima fase: urto e trappola
Dunque, a Canne  la prima mattina del 2 agosto del 216 a.C. Fa gi caldo, soffia lo scirocco. La fanteria romana  disposta secondo lo schema del cinque dei dadi, compatta nei suoi manipoli. Di fronte a questa lunga e fitta scacchiera di quadrati, Annibale ha schierato i circa 20 000 mercenari e alleati galli e ispanici in una linea relativamente sottile, a mezzaluna, con la convessit rivolta al nemico. Ma prima che le fanterie pesanti arrivino all'impatto, la battaglia, come era consuetudine nell'antichit, vive un preludio apparentemente di non grande rilievo: lo scontro fra gli armati alla leggera. Cio, i veliti romani contro le fanterie leggere di Annibale.
Polibio (III, 115) non dedica a questa fase iniziale della battaglia di Canne pi di una mezza frase:
Quando le avanguardie entrarono in azione, il combattimento tra le forze armate alla leggera ebbe in un primo tempo esito pari: non appena per i cavalieri iberi e celti dall'ala sinistra vennero a contatto con la cavalleria romana, ne segu una battaglia veramente barbarica...
Altrettanto laconico  Livio (XXII, 46-47), il quale per aggiunge due particolari interessanti. A uno di questi abbiamo gi accennato: sono gli effetti del soffiare del Volturno:
Il sole, sia che gli eserciti si fossero cos disposti per calcolo, sia che lo avessero fatto a caso, brillava assai opportunamente sul fianco dell'una e dell'altra parte, i Romani l'avevano alla sinistra, i Cartaginesi alla destra. Purtroppo il vento, che gli abitanti della regione chiamano Volturno, essendosi levato in direzione contraria ai Romani, sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi, tolse a essi la possibilit di vedere.
Levatosi un grido, gli ausiliari irruppero e la battaglia si accese subito con i reparti di leggera armatura; poi l'ala sinistra della cavalleria gallica e spagnola si urt contro l'ala destra romana...
Per Livio, dunque, la battaglia incomincia con lo schierarsi degli elementi del clima a favore dei Cartaginesi. Si tratta di un luogo comune, non insolito nelle descrizioni degli antichi storici di una sconfitta dell'esercito della loro patria. Indica una volont del Fato ostile, o un atteggiamento negativo della divinit, e concorre alla coloritura drammatica degli avvenimenti in cui Livio, in particolare,  maestro.
Nulla di strano, quindi, che gli studiosi abbiano molto discusso sull'attendibilit di questa notizia, che in effetti compare soltanto nelle fonti tarde. Come abbiamo visto, Polibio non ne fa menzione. C' tuttavia un verso degli Annali di Ennio, in una serie di frammenti che si ritengono riferiti alla battaglia di Canne: iamque fece pulvis ad caeli vasta videtur (la polvere sembra quasi levarsi fino al cielo) che potrebbe alludere al soffiare del vento che acceca i Romani.
D'altra parte, scegliere il terreno e schierarvi le truppe con sagacia, tenendo conto anche dei fattori atmosferici,  parte integrante delle competenze di un abile generale. Per questo, anche Niccol Machiavelli nell'Arte della guerra (quarto libro) esprime le sue riserve sulle scelte dei generali romani a Canne. O meglio, esalta quelle di Annibale:
E quanto al sole, non basta avere cura che allora non ti dia nel viso, ma conviene pensare che, crescendo il d, non ti offenda. E per questo converrebbe, nello ordinare le genti, averlo tutto alle spalle, acci ch'egli avesse a passare assai tempo nello arrivarti in fronte. Questo modo fu osservato da Annibale a Canne e da Mario contro a' Cimbri.
Un'attenzione al dettaglio, quella del grande fiorentino, simile a quella che abbiamo incontrato nel giapponese Musashi, e pi approfondita di quella delle fonti antiche. Perch comunque una spiegazione persuasiva dell'esito di Canne richiede numerosi elementi concomitanti.
Ma ritorniamo a Livio. Certo, il Volturno avverso ai Romani: ma avevamo parlato di due particolari significativi. Il secondo sta nel contrasto fra l'irruzione degli ausiliari e l'urto fra le due cavallerie. Forse  una nota meno suggestiva della presenza fatale di un vento torrido, ma introduce nel vivo della battaglia che sta cominciando una delle antitesi-sintesi che attraversano tutta la storia degli scontri fra esseri umani: cio quel contrasto-interazione fra guerra ritualizzata e guerra reale. Si tratta di concetti che meritano di essere analizzati, e lo faremo pi avanti, ma per ora restiamo al loro significato pi intuitivo e generico di due modi di fare la guerra: uno teso a dimostrare coraggio e maestria con le armi, l'altro ad annientare il nemico.
Dalle poche, quasi distratte parole di Polibio e di Livio, la funzione delle truppe armate alla leggera sembra davvero alquanto rituale - poco pi rilevante, nei fatti, del grido che per il secondo storico la precede. Come un aprire le danze privo di impatto e, quasi, di attinenza, con il modo in cui il ballo si svolger.
E in effetti, le cose, almeno grosso modo, andarono proprio cos. Come gi abbiamo visto, le fanterie leggere a Canne, secondo consuetudine, furono disposte come uno schermo in posizione apprezzabilmente avanzata rispetto alla fanteria pesante e alla cavalleria; e furono presto richiamate per lasciar campo alle truppe di linea. Uno sviluppo cos insignificante dipese anche dalle contingenze di questa battaglia: infatti a Canne i fanti leggeri erano stati schierati simmetricamente da entrambi i comandanti. In situazioni diverse, l'apporto tattico delle truppe leggere poteva maggiormente avvicinarsi a quello delle truppe di linea.
Aggiungiamo per che, secondo le ricostruzioni, al concludersi di questa prima fase che ci sembra cos poco influente  probabile che le fanterie leggere vengano ridispiegate prefigurando ruoli differenti: mentre infatti i veliti romani ripiegando dietro la fanteria legionaria hanno esaurito ogni funzione nella battaglia - salvo quella tristemente passiva di venire alla fine massacrati insieme con i commilitoni degli altri reparti - la fanteria leggera di Annibale, andando a prendere posizione dietro la mezzaluna dei Galli e degli Ispani contribuir al momento tattico decisivo.
La superiorit parziale
Mentre le truppe leggere si ritirano dietro i ranghi della fanteria di linea,  gi iniziato - o sta per iniziare - lo scontro fra le cavallerie. E adesso che comincia la battaglia di Annibale. Ricordiamo il problema del contrasto-equilibrio, del precario bilanciamento fra virt e disciplina che gli ufficiali romani devono imporre ai loro subalterni e anche a se stessi. Ora,  vero che nel momento cruciale dello scontro di Canne il prevalere della foga guerriera sull'autocontrollo militare dei soldati di Roma avr un risultato catastrofico: tuttavia  un calcolo piuttosto elementare quello che spinge i Romani a scommettere l'esito della battaglia sul dominio tattico delle fanterie pesanti. E in questi reparti che le otto legioni schierate vantano la propria forza e una netta superiorit sui nemici.
Abbiamo detto che il problema per Annibale  impedire alla fanteria legionaria di spiegare la sua potenza d'urto. Per riuscirci, la deve mantenere compressa; e per comprimerla dovr bloccarla e assalirla ai fianchi e alle spalle.
La superiorit strategica del Cartaginese su Emilio e su Terenzio  un fatto, ma sul campo di Canne, come Polibio ha fatto dire allo stesso Emilio nel suo discorso alle truppe, non si danno pi molte delle condizioni che hanno permesso al Barcide di sconfiggere i generali romani nelle battaglie precedenti. Gli mancano sia il fattore sorpresa garantito da un modo di combattere cui i Romani non erano abituati, sia la possibilit di porre cinicamente a frutto, con la sua perfidia, le condizioni del tempo e del terreno.
Dunque proviamo a ricapitolare. Annibale , pi valente come generale e il suo esercito, eterogeneo e meno numeroso, vanta per una superiorit parziale nella cavalleria. I cavalieri pesanti iberici e galli sono disposti a sinistra dello schieramento cartaginese, di fronte ai cavalieri romani, mentre sulla destra hanno preso posizione i cavalleggeri numidi di fronte agli alleati italici. La proporzione di entrambe le ali  nettamente favorevole, nei numeri, alla cavalleria di Annibale: circa 5000 uomini contro 3000, da ciascuna parte (o forse 6000 e 4000 contro 3000 e 3000; ma la superiorit  da parte punica sia nel numero sia nella qualit dei reparti). Disperdendo un'ala della cavalleria romana, Annibale potrebbe liberare una parte altamente mobile del suo esercito per poi spostarla dove pi convenga. Secondo la tradizione delle fonti, lo sfondamento avviene sull'ala sinistra, grazie all'azione dei cavalieri ispano-gallici. Riprendiamo il resoconto di Polibio (III, 115):
Essi non lottavano infatti, secondo l'usanza, con conversioni e mutamenti di fronte, ma, una volta entrati nella mischia, smontavano da cavallo e combattevano avvinghiati corpo a corpo con i nemici.
Dunque, lo scontro tra reparti a cavallo si trasforma immediatamente in scontro di fanterie? Forse le scarne parole di Polibio, unite a quanto sappiamo del terreno del campo di battaglia basterebbero gi per suggerirci una ricostruzione dei fatti, ma anche stavolta Livio (XXII, 47)  un po' meno parco di dettagli:
Intorno non era rimasto spazio alcuno per fare delle evoluzioni, in quanto da un lato lo spazio era chiuso dal fiume, dall'altro dallo schieramento della fanteria. Di fronte, poich da ambedue le parti i cavalieri si sforzavano invano nell'assalto, alla fine la turba dei cavalieri si trov serrata senza possibilit di muoversi; ogni soldato allora, afferrandosi al collo del nemico, cercava di trascinarlo gi da cavallo.
Qui bisogna capire come avvenga che dal dinamismo ordinato delle due cavallerie lanciate alla carica ed entrate in collisione con uno scontro violento si passi a un corpo a corpo a piedi che viceversa dobbiamo presumere assai disordinato - se non altro per la presenza fra i combattenti dei cavalli dai quali essi sono smontati.
Prima di tutto, sar bene scartare l'idea della cavalleria al galoppo a squadroni affiancati mutuata da letture e film di ambientazione soprattutto ottocentesca. Senza scendere in calcoli dettagliati, possiamo presumere che i cavalieri romani fossero dispiegati su un fronte di 240 cavalli - per una larghezza di circa mezzo chilometro - con una profondit di dieci file. Altrettanto largo, ma nettamente pi profondo doveva essere lo schieramento cartaginese. Come per la fanteria pesante, si trattava di formazioni compatte, ma di una compattezza ben pi precaria, dipendente in buona parte dal carattere del cavallo e del cavaliere. Insomma, osservano gli esperti: un cavallo focoso o dominante nel branco lanciato al galoppo tende a superare le file che lo precedono, mentre un cavaliere meno ardito di altri pu trattenere o non spronare adeguatamente la sua montura, per defilarsi dallo scontro o eventualmente fuggire.
Ricordiamo anche che fra le truppe impegnate a Canne non sono ancora in uso sella e staffe - abbiamo visto che alcuni popoli ignoravano o sdegnavano anche le redini. Ci da una parte rende difficoltoso l'uso in corsa di alcune armi da lancio (tendere un arco al galoppo in tali condizioni  una faccenda molto complicata; scagliare un giavellotto lo  di meno); dall'altra questa limitazione, unita con le piccole dimensioni delle cavalcature, rende la cavalleria poco efficace come arma da urto contro la fanteria in formazione chiusa. Dunque le truppe montate restavano efficaci negli scontri fra loro (in una sorta di autoreferenzialit cui non era estranea l'estrazione sociale elevata dei cavalieri), e micidiali contro i fanti dispersi o in ritirata.
Possiamo concludere che le due formazioni compatte di cavalleria abbiano la finalit di condizionare i propri appartenenti alla disciplina; ma perch questa disciplina non si rompa,  necessario che la velocit sia ridotta. Ecco quindi scomparire dalla scena la suggestiva immagine cinematografica delle cavallerie che si sfrangiano caricando al galoppo, per lasciar posto a quella per noi pi inconsueta di due folte masse che avanzano prima al passo e poi al trotto fino a un centinaio di metri dai nemici, per lanciarsi al galoppo solo a questa distanza. Aggiungiamo peraltro che neppure il passaggio dal trotto al galoppo va dato per scontato. Non  il caso di sopravvalutare la velocit con cui un pony poteva portare in groppa un cavaliere armato. Per esempio, si ritiene che i cavalli di piccola taglia - alti circa un metro e mezzo al garrese - della cavalleria di Alessandro Magno (i famosi eteri, i compagni del re) caricassero al trotto.
In ogni caso, anche se la carica fosse al trotto, fra la partenza e l'impatto delle schiere trascorreranno solo pochi secondi, peraltro sufficienti per scagliare le armi da lancio. Al riguardo, gli esperti sono del parere, forse sorprendente per il profano, che il galoppo  s un passo pi veloce del trotto, ma meno sobbalzante e irregolare: dunque, oltre a una maggiore vicinanza, i lanciatori di giavellotto montati possono ora contare su una migliore stabilit sulla cavalcatura.
Da quello che sappiamo, per, i cavalieri italici - romani e galli - non utilizzano armi da lancio, mentre i cavalieri ispanici s. Di conseguenza, oltre all'iniziale inferiorit numerica, la cavalleria di Emilio Paolo vede i propri ranghi diradati dal lancio di... quanti giavellotti? Forse 2000 - quanti sono, pi o meno, i cavalieri iberici; di sicuro, visti i tempi ridottissimi in cui devono concentrarsi i lanci, non pi di 4000. Ma stiamo parlando di cifre-limite. E probabile che i giavellotti che riescono ad atterrare fra i ranghi dei Romani si contino soltanto a centinaia, e che la precisione dei lanci sar stata molto scarsa - ricordiamo di nuovo che, non usando le staffe, i cavalieri non possono sollevarsi per lanciare.  sensato ritenere che restino uccisi o gravemente feriti poche decine di cavalieri romani; pi significativo pu essere stato l'effetto psicologico di essere colpiti senza poter rispondere ai colpi, mentre l'inferiorit all'altezza del suolo dei numeri non pu essere chiaramente percepita lungo un fronte compatto: di conseguenza, nel momento in cui le due schiere entrano in contatto, il morale e lo slancio di quella che ha scagliato i giavellotti devono essere un po' migliori. Ma sarebbe davvero fantasioso pensare che i Romani siano gi in preda al panico.
Come che sia, stando alle fonti, lo scontro assume in breve il carattere di una zuffa corpo a corpo fra cavalieri smontati: una zuffa in cui domina la spada, e prevale la superiore maestria degli iberici in questo genere di combattimento - corrispondente senz'altro a una tipologia abbastanza precisa, che presupponeva un addestramento specifico. Superiori anche in numero, gli uomini di Annibale sopraffanno la cavalleria cittadina dei Romani, facendone, secondo Polibio, strage senza piet.  il primo sussulto espressivo dello storico greco, un primo assaggio delle iperboli che accompagneranno il massacro. Pi laconico, e si direbbe pi circospetto,  Livio, il quale anzi d un'informazione affatto diversa: secondo lui i cavalieri romani, respinti, si abbandonano alla fuga.
Il primo sangue  nostro, potrebbe proclamare Annibale se fosse un generale ottocentesco, dalla sua posizione al centro, nel folto della fanteria ispano-gallica. Ma stanno gi muovendosi 70 000 fanti di Roma, legionari e alleati.
La legione: limiti e sconfitte
A proposito di armi da lancio, una differenza notevole tra la fanteria pesante romana e la falange di stretta derivazione greco-macedone sta nell'uso dei giavellotti. I falangiti si affidavano unicamente alla tattica di urto, il che riduceva la loro letalit (o killing zone, come la chiamano gli storici militari) a un paio di metri, diventati al massimo cinque dopo la riforma della falange di Filippo di Macedonia e l'introduzione della sarissa - una lancia molto lunga (fino a sei metri) che grazie alle diverse impugnature adottate dalle file successive (la prima fila brandiva le sarisse orizzontalmente e quelle alle sue spalle obliquamente, puntandole sempre pi verso l'alto) faceva sembrare la formazione chiusa un inaccostabile porcospino.
Quando parliamo della legione come falange mobile, intendiamo proprio dire che si trattava di una formazione ben pi flessibile della falange stessa. Questo per non deve farci pensare che le fosse superiore in tutto e per tutto. Lo schematismo dei libri scolastici, portati per semplicit a proporre la Storia come una costante evoluzione, prevede che la legione sia un superamento della falange cos come la falange macedone era stata un superamento di quella con lance pi corte delle citt-stato greche. In realt fino alla conquista del Mediterraneo orientale Grecia compresa, la falange resta per i Romani una formazione pressoch impossibile a sconfiggersi con un attacco frontale.
Pi in generale, una nozione che ci viene trasmessa dalla Storia studiata nelle scuole  che la macchina legionaria sia stata sempre pi avanzata rispetto agli avversari che incontr via via per circa settecento anni - cio dall'inizio della repubblica fino al terzo quarto secolo dopo Cristo, allorch la pressione demografica sui confini delle popolazioni barbare di origine germanica, e una fatale decadenza anche militare dell'Impero, ne determinarono cedimenti e crollo.
Per tutti quegli anni,  luogo comune che gli eserciti legionari si fossero dimostrati battibili solo in concomitanza di situazioni molto particolari: per lo pi un'avversa conformazione del terreno, e/o una netta superiorit tattica dei comandi nemici sui generali di Roma. E ci vale in effetti per quasi tutte le sconfitte subite dai Romani nel lunghissimo periodo di espansione del loro impero. Il triumviro Licinio Crasso, alla testa di ben sette legioni, fu sgominato e ucciso dai Parti a Carre, in Mesopotamia (53 a.C.) perch si fece logorare in uno scontro confuso e spezzettato senza mai riuscire a impegnare frontalmente il nemico, il quale viceversa seppe sfruttare l'ampiezza del territorio usando dinamicamente le cavallerie. Il legato Quintilio Varo a Teutoburgo, nel Nord-ovest della Germania (9 d.C., in pieno apogeo della Roma imperiale di Augusto) mor insieme a quasi tutti i soldati delle sue tre legioni essendo caduto in un'imboscata tesagli da Arminio, un principe germanico (del popolo guerriero dei Cherusci) di cultura fortemente romanizzata, e nel quale lo stesso Varo riponeva una paterna fiducia. Le tre legioni furono attaccate mentre erano in marcia tra le selve germaniche ad autunno gi iniziato, sotto un feroce maltempo che rese il terreno impraticabile ai movimenti ordinati e pesanti delle formazioni chiuse.
Veniamo al punto. Nei sette secoli che abbiamo considerato sono soltanto due i momenti in cui un esercito proveniente dall'esterno della penisola italica vi giunge, punta verso il territorio di Roma e sconfigge pi volte le legioni, mettendo seriamente a repentaglio la sopravvivenza dell'Urbe come potenza: la discesa di Pirro e le varie fasi dello scontro con i Barcidi. Si tratta in entrambi i casi di condottieri ellenistici, e viene da pensare che sia questo (con l'appendice dell'invasione della Grecia e della battaglia di Pidna nel 168 a.C.) il momento cruciale della vicenda militare romana. Quando cio l'Urbe ha di fronte dei grandi generali che possono contare sulla propria intelligenza tattica, ma anche su eserciti sofisticati quanto quello romano, suddivisi in reparti specializzati che intendono la guerra come una professione la cui finalit essenziale, e quella che conduce alla vittoria,  uccidere e non essere uccisi.
Naturalmente, sette secoli sono un tempo lunghissimo. Ma il discorso non si esaurisce qui. Sconfiggere gli eserciti ellenistici vorr dire per Roma sgomberare il bacino del Mediterraneo e le sue vaste adiacenze da tutti i nemici militarmente evoluti del mondo, per cos dire, di sua pertinenza. Anche nei secoli del declino e del crollo dell'Impero, l'Italia sar invasa solo da orde, sia pure formidabili, di guerrieri che precedevano le migrazioni dei loro popoli. Il primo esercito straniero civile e militarmente evoluto a porre piede nella penisola dopo le armate di Annibale e di suo fratello Asdrubale sar quello bizantino, inviato dall'imperatore romano d'Oriente Giustiniano sotto il comando di Belisario a riconquistare l'Italia dai Goti nel sesto  secolo d.C. Un esercito greco-romano, ma con un'enfasi di carattere ellenistico (ed ellenisticamente orientaleggiante) conferita al ruolo della cavalleria.
Insomma, a ben guardare, nel periodo delle guerre puniche i Romani non erano all'avanguardia nell'arte militare. Viceversa, nella fase che ora stiamo prendendo in considerazione si pu dire che il genio annibalico metta impietosamente a nudo un modo di combattere romano in realt ancora monocorde e privo di fantasia.
Lo scatto del congegno
Fino a questo momento, dunque, Annibale ha potuto:
1) avvalersi a livello tattico degli effetti di quello che in gergo sportivo potremmo definire uno scontro no contest tra le fanterie leggere, ridispiegando i propri fanti leggeri alle spalle della fanteria pesante gallo-ispanica; e
2) ottenere un successo vero e proprio, debellando la cavalleria romana sull'ala sinistra del suo schieramento.
Ma ora si muovono le fanterie pesanti. I manipoli romani avanzano verso il centro dello schieramento di Annibale. A ranghi compatti, protetti dal muro degli scudi, i legionari giungono alla distanza utile per lanciare la prima scarica di pila. La resistenza a pi fermo dei Galli e degli Ispani  fiera, ma presto appare inevitabile che verranno sopraffatti. Ascoltiamo la cronaca di Polibio (III, 15):
Le forze di fanteria allora, ricevute negli intervalli le milizie leggere, cozzarono le une contro le altre. Per un po' di tempo le file degli Iberi e dei Celti tennero duro e resistettero coraggiosamente ai Romani: pi tardi per, oppressi dalla massa, ripiegarono e si ritirarono, rompendo lo schieramento lunato. Le forze dei Romani, inseguendoli con impeto, spezzarono facilmente la fronte degli avversari anche perch la schiera dei Celti era poco profonda ai lati e infittiva dalle ali verso il centro e il luogo della battaglia.
E osserviamo dall'alto il campo della battaglia. Se si presta fede alle fonti antiche, la sua topografia iniziale  gi mutata: la copertura della cavalleria sulla destra delle forze cittadine romane non esiste pi. A questo punto, teoricamente i cavalieri pesanti ispanici e galli possono scegliere fra almeno tre soluzioni tattiche: inseguire la cavalleria avversaria in fuga, o disporsi ad attaccare il fianco della fanteria pesante romana, oppure correre a rinforzo della cavalleria numida impegnata sull'altra ala contro gli alleati di Roma - aggirando la retroguardia delle legioni. Secondo le fonti, Annibale sceglie la terza. Il Barcide sta giocandosi il tutto per tutto, e con la lucidit e il sangue freddo che fanno parte del suo genio tattico imposta le mosse al solo scopo che la battaglia si risolva in una vittoria netta e memorabile.
Come nei questionari a scelta multipla, una della tre soluzioni (l'inseguimento dei Romani in fuga) appare estremamente improbabile, per non dire assurda. La cavalleria cittadina  in rotta, e non si riorganizzer per tornare sul campo in tempo utile. Una simile ipotesi, rara in ogni epoca, nelle battaglie antiche  esclusa dalla labilit della disciplina - sempre minata da reazioni emotive irrazionali e superstiziose - delle truppe che dovrebbero ricompattarsi. La seconda e la terza hanno la stessa finalit di acquisire un vantaggio in uno dei cruciali settori laterali del campo - quelli dove la massa legionaria, organizzata in funzione della frontalit,  pi debole. Probabilmente il motivo per cui Annibale decide di far riunire le proprie cavallerie  legato al tempo. Chi ha un po' di familiarit con gli sport di combattimento o le arti marziali sa che in una sfida equilibrata, dall'esito non scontato in partenza, per vincere bisogna idealmente esercitare un'aggressivit controllata - che non significa frenata, ma modulata produttivamente in rapporto allo spazio e al tempo. Questo principio ha valore di norma nello scontro individuale, come pu intuire chiunque osservi attentamente un incontro di pugilato - o meglio ancora di sumo, una lotta giapponese fra uomini assai corpulenti che,  inutile negarlo, in noi occidentali suscita per lo pi una certa ilarit. In realt il sumo  un duello rituale tanto pachidermico quanto raffinato, dove in assenza di grandi squilibri di peso fra i contendenti la vittoria andr sempre a colui che sa decidere con precisione il momento per conquistare lo spazio e applicare la spinta; e scegliere bene dove applicarla - in quale punto del corpo che gli si oppone. Tutto in pochi secondi: il tempo di sbilanciare l'avversario e spingerlo fuori dal campo.
Dato che a Canne il fattore tempo gioca solo a favore dei Romani - pi ne avranno per impiegare tutte le loro forze e meglio faranno valere il numero nella mischia tra fanterie - Annibale manda la sua ala sinistra vittoriosa ad aggirare al galoppo l'esercito legionario, volendo togliere definitivamente di mezzo la cavalleria nemica. Per attaccare le legioni sui fianchi - cio nelle zone dove occorrer applicare la spinta - ha un altro piano, per la cui riuscita pu contare sull'impeto un po' cieco della virtus romana.
...
.
...
FINE Parte 1.